II. Un bosco non è un rendering
Nel primo episodio abbiamo incontrato il linguaggio con cui il nuovo Ecodistretto viene raccontato: sostenibilità, resilienza, biodiversità, infrastrutture verdi, nature-based solutions.
Ora bisogna capire che cosa stiamo dicendo quando diciamo “bosco”.
Perché il rischio è che il verde finisca per diventare una categoria talmente elastica da contenere tutto: un albero, un’aiuola, una copertura vegetale, una terrazza, un cortile o un ecosistema.
Ma non sono la stessa cosa.
Il bosco non è una collezione di alberi
Dal punto di vista ecosistemico, un bosco è un sistema nel quale una comunità biologica interagisce con l’ambiente fisico attraverso scambi di energia e materia. Non è semplicemente una superficie sulla quale crescono alberi.
Comprende alberi, arbusti, piante, funghi, animali e microrganismi, insieme a suolo, acqua, atmosfera, luce, temperatura e nutrienti.
Il bosco è inoltre una struttura verticale, con strato arboreo, arbustivo, erbaceo e suolo. Al suo interno circolano energia e materia attraverso reti trofiche e cicli biogeochimici.
È proprio questo che tende a sparire quando parliamo di “verde” come se fosse una superficie omogenea.
Quello che il bosco fa alla città
Un bosco svolge funzioni ecosistemiche che hanno conseguenze concrete anche in ambiente urbano.
Produce biomassa, sequestra e immagazzina carbonio, contribuisce alla regolazione del ciclo idrologico attraverso drenaggio e assorbimento dell’acqua meteorica, partecipa alla formazione e conservazione del suolo, offre habitat alla biodiversità e contribuisce alla regolazione del microclima.
In una città esposta a temperature elevate ed eventi meteorologici estremi, non sono dettagli decorativi, ma funzioni.
Non dipendono solo dal numero di alberi presenti, ma dall’insieme delle relazioni che compongono l’ecosistema.
Due superfici possono quindi apparire entrambe verdi e avere un funzionamento ecologico completamente diverso.
Il problema della natura spontanea
Il testo richiama il lavoro di Alessandro Chiarucci, secondo il quale una parte importante della biodiversità dipende da ecosistemi nei quali i processi ecologici possano svolgersi senza essere continuamente governati dall’uomo.
È un passaggio fondamentale perché mette in discussione un automatismo: più alberi uguale più Natura.
Non necessariamente.
Una piantagione può aumentare la copertura arborea e un progetto paesaggistico migliorare il comfort urbano, ma non è automaticamente equivalente a una foresta sviluppatasi attraverso successione ecologica e processi naturali.
La differenza sta nel tempo, nelle relazioni e nella complessità.
Una città può progettare dove mettere gli alberi, non tutto ciò che avviene nel suolo.
Un territorio abbandonato non è necessariamente un territorio vuoto
Qui Bertalia-Lazzaretto diventa particolarmente interessante.
L’area ha alle spalle attività agricole ed estrattive. Poi è arrivato l’abbandono, e la vegetazione spontanea ha iniziato a riconquistare lo spazio.
È facile leggerlo come una fase provvisoria, come se il territorio fosse semplicemente in attesa. L’ecologia suggerisce una lettura diversa.
Quando un territorio viene lasciato alla propria evoluzione, non sta semplicemente “aspettando” una funzione urbana. Sta cambiando. Suolo, vegetazione, fauna, microrganismi, acqua e atmosfera instaurano relazioni che non sono completamente programmabili.
La Natura non è immobile: è un processo.
L’abbandono, in determinate condizioni, può quindi diventare una forma di trasformazione ecologica.
La superficie conta
C’è poi una questione spesso sacrificata nella discussione sul verde urbano: la dimensione dello spazio disponibile.
Il testo richiama la relazione specie-area: riducendo la superficie disponibile per gli ecosistemi naturali diminuisce, in generale, anche il numero di specie che quella superficie può sostenere.
Qui entra in gioco la frammentazione. Non conta soltanto quanto verde rimane, ma anche quanto è continuo e collegato, e quanto viene frammentato da strade, edifici e infrastrutture.
Per questo la conservazione della biodiversità può passare dalla scelta opposta: non trasformare ulteriormente un determinato territorio.
Ambiente e Natura non sono sinonimi
La distinzione produce conseguenze concrete.
La tutela dell’ambiente può essere motivata dalla necessità di mantenere condizioni essenziali per la vita umana: clima, acqua, suoli, protezione dai rischi naturali.
La tutela della Natura introduce una dimensione ulteriore: riconoscere valore agli ecosistemi e alla biodiversità indipendentemente dalla loro utilità immediata per noi.
Questo cambia il modo di guardare una superficie spontaneamente rinaturalizzata.
Se il territorio vale solo per la sua utilità, allora si può pensare di compensarne le funzioni.
Se riconosciamo un valore proprio alla Natura, la questione diventa quanto di ciò che esiste oggi siamo disposti a perdere.
Una casa efficiente resta una casa
Il confronto con l’architettura sostenibile va affrontato senza scorciatoie.
Un edificio progettato secondo elevati standard energetici può ridurre i consumi nella fase d’uso, utilizzare materiali a basso impatto e ridurre le emissioni associate al funzionamento.
È importante, ma non rende l’edificio equivalente, sul piano ecologico, a un ecosistema naturale.
Efficienza energetica e conservazione della biodiversità sono qualità diverse: possono coesistere, ma non sono intercambiabili.
Una casa molto efficiente non cancella il consumo di suolo, la trasformazione dell’habitat o l’interruzione dei processi ecologici del luogo.
Sembra semantica.
In realtà è una questione urbanistica enorme.
Se tutto ciò che viene progettato può essere definito sostenibile incorporando abbastanza elementi verdi, la sostenibilità rischia di diventare una proprietà dell’intervento anziché una misura della sua relazione con il territorio.
Nel prossimo episodio affronteremo proprio questo passaggio: a un certo punto la domanda non è più come costruire meglio, ma se costruire sia sempre la risposta più sostenibile.
Foto di Dante Regazzi