Il crack non è un’emergenza improvvisa. È un fenomeno che non abbiamo voluto vedere
Intervista al sociologo ed epidemiologo Raimondo Pavarin
Con l’uscita del libro Il consumo di crack. Teoria, ricerca e modelli d’intervento (Clueb, 2025), Raimondo Maria Pavarin ha riportato al centro del dibattito un tema in Italia agitato più come allarme che come oggetto di studio. Sociologo ed epidemiologo, per decenni responsabile dell’Osservatorio Epidemiologico delle Dipendenze dell’AUSL di Bologna, Pavarin insiste su un punto: «Il fenomeno non si può capire senza utilizzare una corretta metodologia di analisi».
Lo abbiamo intervistato per approfondire ciò che spesso nei media non si dice: come si misura davvero la prevalenza del numero di persone che usano il crack, che storia ha nel nostro paese e perché continuiamo a parlarne in modo impreciso. La voce di Pavarin riempie un vuoto informativo e teorico, è una delle poche in Italia a riportare il dibattito sui binari della ricerca. Niente slogan, niente emergenze costruite: solo metodo, storia e ascolto.
E forse è da qui che bisognerebbe ripartire, se davvero vogliamo capire cosa sta succedendo nelle nostre città. Per Pavarin, parlare di crack senza dati e senza contesto significa creare allarmismo e perpetuare lo stigma. «Non si tratta solo di droga», sottolinea, «ma di persone, di politiche urbane, di esclusione sociale». Il suo approccio invita a spostare lo sguardo dal sensazionalismo dei media, che ne alimentano una narrazione scandalistica, a una conoscenza concreta e approfondita, capace di guidare interventi efficaci, dalla prevenzione alla riduzione del danno. In un contesto così complesso, ricorda, l’arma più potente resta la ricerca rigorosa: definire i casi, monitorare i trend e ascoltare chi vive il fenomeno, senza pregiudizi né semplificazioni. Per Pavarin, parlare di crack senza dati e senza contesto significa creare allarmismo e perpetuare lo stigma. «Non si tratta solo di droga», sottolinea, «ma di persone, di politiche urbane, di esclusione sociale».
https://clueb.it/libreria/biblioteca-clueb/saggi/il-consumo-di-crack/
Sociologo ed epidemiologo, da anni impegnato nello studio dei consumi di sostanze psicoattive e delle loro implicazioni sociali e sanitarie. Ha diretto per oltre 30 annil’Osservatorio Epidemiologico delle Dipendenze dell’Azienda USL di Bologna, contribuendo allo sviluppo di sistemi di monitoraggio e analisi sui fenomeni legati alle dipendenze. Autore di numerosi articoli scientifici e saggi, unisce approccio quantitativo, ricerca qualitativa e attenzione alle condizioni di vita delle persone coinvolte. Il suo ultimo libro, Il consumo di crack. Teoria, ricerca e modelli d’intervento (Clueb, 2025), offre una delle prime ricostruzioni organiche del fenomeno in Italia, tra dati, storia sociale e prospettive di riduzione del danno.
Per un’indagine corretta serve una definizione chiara e non ambigua di che cosa consideriamo “abuso primario di crack”, distinguendo non solo l’uso concomitante di eroina, ma anche l’uso di crack dalla cocaina fumata, il “ciccotto”. E poi, naturalmente, per valutare il trend, bisogna avere una serie storica di casi incidenti per un periodo di tempo prolungato. Tutto il resto è rumore di fondo». Secondo Pavarin in Italia, negli ultimi mesi, si è parlato molto di crack ma senza basi scientifiche solide e creando un clima di “panico morale”.
Negli Stati Uniti, ad esempio, è stato usato per discriminare: il 60–70% dei consumatori erano bianchi, ma l’80% degli arrestati erano afroamericani. Il possesso di crack era considerato molto più pericoloso di quello della cocaina in polvere, con un rapporto di 1 a 100. Vale a dire che 5 grammi di crack equivalevano a 500 grammi di cocaina.
Insomma, il crack è sempre stato un dispositivo sociale prima ancora che una sostanza, situazione che sembra ripetersi anche in Italia.
Nel libro ho cercato di tenere insieme quattro piani: la storia sociale del crack, i dati epidemiologici, i trattamenti/riduzione del danno e la voce delle persone che consumano. Quest’ultima parte è quasi sempre assente dal dibattito pubblico. Tutti parlano del crack, nessuno parla con chi lo usa».
In Italia il crack esiste almeno dagli anni ’90: la prima presa in carico nei SerD risale al 1990, un ragazzo di 20 anni che fumava crack e sniffava eroina. Però non si è mai parlato del fenomeno, non faceva notizia. Non c’è quasi nessuna traccia nei sistemi informativi: nella classificazione internazionale delle malattie e delle cause di morte (ICD 11) c’è la cocaina, ma non nella forma crack; nel DSM-5 c’è la voce “stimolanti”, senza distinguere le varie sostanze.
Il fatto che oggi se ne parli all’improvviso ha a che fare più con la narrazione giornalistica che con la realtà epidemiologica. Il crack funziona per creare il panico morale: permette di tracciare una linea tra “noi” e “loro”, di etichettare i diversi, di costruire devianza. E intanto nessuno discute dell’enorme diffusione del consumo di cocaina tra le persone socialmente integrate».
Questo vale da sempre, non è certo un fenomeno nuovo».
Dalla letteratura internazionale, ad esempio francese, emerge un fenomeno complesso, che ha a che fare con trasformazioni urbane, conflitti territoriali, pressione immobiliare, ma su questo per ora in Italia abbiamo solo impressioni, su cui magari impostare studi specifici nell’immediato futuro».
Da noi manca un approccio strutturato. A pesare è lo stigma: molte persone evitano i servizi perché temono giudizio e sanzioni sociali. In Canada alcuni studi mostrano addirittura che la pipetta distribuita dai servizi è percepita come un processo di medicalizzazione: il punto non è l’oggetto, ma il fatto che le persone devono nascondersi per fumare».