Il degrado programmato
Il termine “degrado programmato” non ha una definizione universalmente accettata nelle scienze sociali o urbanistiche, ma viene usato per descrivere situazioni in cui il deterioramento fisico, sociale, infrastrutturale di un’area urbana sembra non essere solo il risultato dell’incuria o del disinteresse, bensì far parte — direttamente o indirettamente — di dinamiche politiche, economiche, o di pianificazione che lo rendono quasi inevitabile o addirittura funzionale a certi interessi.
In altre parole, “degrado programmato” può implicare che:
- non vengano allocate risorse (manutenzione, servizi, sicurezza) per contrastare l’usura del tempo, l’abbandono o il malfunzionamento dei servizi urbani;
- siano prese decisioni che accelerano il deterioramento (abbassare standard, permettere occupazioni abusive, trascurare interventi vitali);
- il degrado diventi in qualche misura tollerato o sfruttato: per esempio, per giustificare demolizioni, gentrificazione, o forzare certi spostamenti o cambiamenti demografici.
Non sempre ci sono prove che tutto sia “programmato” in senso deliberato, ma nelle aree degradate si possono riconoscere strutture sistemiche, omissioni volontarie, o politiche che “non investono” per vari motivi.
Origini e storia
Per capire come emergono questi fenomeni, conviene guardare ad alcune fasi storiche in cui quartieri periferici o popolarmente abitati sono stati assimilati a “problemi” da gestire con politiche selettive, talvolta punitive, oppure lasciati al declino.
- Urbanizzazione industriale e quartieri operai
Con la Rivoluzione Industriale e poi nel Novecento, nelle città si costruivano quartieri periferici per gli operai: case economiche, spesso con condizioni abitative minime, pochi servizi, scarsità di spazi pubblici o verde. L’idea era funzionale: portare forza lavoro vicino alle fabbriche, ma non per offrire qualità urbana. Quando le industrie declinano o cambiano ubicazione, questi quartieri restano con infrastrutture scadenti, e vengono meno gli investimenti. - Modernismo urbano, edilizia popolare e complessi prefabbricati
Negli anni del dopoguerra, molti Stati hanno promosso piani massicci di edilizia popolare: grandi complessi, spesso con alti edifici, con spazi comuni teoricamente progettati, ma con manutenzione, gestione sociale e partecipazione spesso carenti. Alcuni esempi internazionali mostrano che fin dall’inizio ci sono errori di progetto, di densità, di isolamento social-geografico, che poi facilitano il degrado. Un caso citato spesso è Pruitt–Igoe (St. Louis, USA), costruito negli anni ’50, diventato simbolo di fallimento urbano e demolito completamente negli anni ’70. - Periferie e politiche di abbandono
Negli anni ’70 e ’80, in molti Paesi occidentali, soprattutto con crisi economiche, disinvestimento industriale, riduzione del welfare, molti quartieri popolari sono stati trascurati. Servizi che venivano tagliati, edilizia che non veniva manutenuta, trasporti decrescenti. In alcuni casi, queste aree venivano considerate “zone residuali”, mal promettenti, e quindi poco meritevoli di investimenti pubblici. - Rigenerazione urbana selettiva e demolizioni simboliche
Quando gli amministratori decidono di intervenire, non sempre si punta al recupero globale. Si preferiscono operazioni visibili (demolizioni, nuovi edifici simbolici, “sprazzi” di abbellimento) piuttosto che una manutenzione diffusa. Ciò può dare la percezione che il degrado sia funzionale: “lasciamo che peggiori finché diventa così grave da poter giustificare grandi progetti” (demolizione, speculazione immobiliare, cambi di destinazione d’uso). E comunque in Italia e altrove sono stati attivati bandi di “Contratto di Quartiere” per intervenire su aree segnate da degrado, ma spesso con criteri che riflettono il degrado in termini di abbandono infrastrutturale, disuguaglianze, mancanza di servizi.
Esempi concreti
- Pruitt–Igoe, St. Louis (USA): complessi di edilizia popolare costruiti nel secondo dopoguerra, con idee moderniste. Già negli anni ’60 erano segnati da forte degrado, criminalità, servizi inadeguati. La manutenzione veniva trascurata, molti appartamenti rimasero vuoti, e alla fine fu demolito quasi tutto.
- Vele di Scampia (Napoli, Italia): costruite tra il 1962 e il 1975. Architetturalmente ambiziose per l’epoca, ma con errori di progetto, gestione, densità abitativa, mancanza di servizi diffusi di livello qualitativo, problemi sociali. Alcune delle “vele” sono state demolite nel periodo 1997-2003 come parte di tentativi di riscatto urbano.
- South Bronx (New York, USA): negli anni ’60-’70 venne attraversato da un forte processo di disinvestimento: l’apertura dell’autostrada (Cross-Bronx Expressway) spostò popolazione, alimentò fenomeni di abbandono edilizio, crescenti difficoltà economiche, criminalità, incendi dolosi, mancanza di servizi.
- Periferie europee: varie “banlieues” in Francia, quartieri popolari nei Paesi Bassi e altri Paesi occidentali, in cui l’immagine del degrado è diventata parte del discorso politico, con conseguente sovraesposizione mediatica, ma spesso con poche risorse assegnate per il miglioramento sistematico.
Funzioni e possibili motivazioni (esplicite o implicite)
Perché – intenzionalmente o meno – il degrado diventa funzionale? Ecco alcune delle ragioni che vengono indicate o che osservatori suggeriscono:
- Legittimazione di interventi straordinari
Un quartiere molto degradato può diventare il pretesto per far partire progetti di rigenerazione, demolizioni, speculazione immobiliare, cambi di destinazione d’uso. Cioè, il degrado “giustifica” l’azione forte, spesso con interessi economici privati in mezzo. - Spostamento o marginalizzazione di abitanti
Man mano che i servizi peggiorano, alcune fasce della popolazione con risorse se ne vanno se possono, lasciando spazio a chi ha meno dimensioni di scelta. In certi casi, questo può servire a ridisegnare la composizione sociale o politica di un quartiere. - Risparmio fiscale e gestione del bilancio
Tenere bassi gli investimenti infrastrutturali, la manutenzione, i servizi pubblici è più economico per gli enti locali a breve termine. Il degrado si auto-alimenta: strade non riparate, edifici lasciati al decadimento, poi costi maggiori se si vuole intervenire, ma spesso si preferisce rimandare. - Negligenza culturale o simbolica
Alcune aree restano fuori dall’agenda politica perché considerate “periferiche”, “povere”, “altre”, cioè non centrali nel discorso pubblico. Il degrado è in qualche modo tollerato come inevitabile, parte dello sfondo; in certi casi mediatico come uno stereotipo (“quartieri pericolosi”) che non stimola soluzioni sistematiche. - Effetto deterrente / controllo sociale
In casi più controversi, la disorganizzazione urbana, la mancanza di servizi, la scarsa visibilità istituzionale possono contribuire a ridurre la mobilità sociale, a demotivare le comunità locali, creando condizioni in cui è più difficile organizzarsi o essere “visibili”. In alcuni regimi o contesti politici, mantenere certe aree in stato di degrado può servire a evitare conflitti, rivendicazioni, oppure ad “ignorare” problematiche scomode. - Fattori strutturali esterni
Non sempre il degrado è “voluto” nel senso intenzionale: spesso deriva da crisi economiche, migrazioni, disoccupazione, spopolamento, costs of maintenance troppo alti. Tuttavia, la percezione che certe politiche (o la mancanza di politiche) abbiano favorito quella situazione è diffusa.
Critiche e contrappunti
- Responsabilità diffuse: amministrazioni locali, nazionali, cittadini, investitori privati — tutti possono aver la loro parte.
- Interventi di rigenerazione non sempre producono risultati sostenibili: demolitore vs recupero, rischio gentrificazione, spostamento degli abitanti, perdita di identità locale.
- Il fattore identitario: spesso il degrado è percepito molto anche per motivi culturali, mediatici, simbolici — non solo per lo stato oggettivo degli edifici o dei servizi.
Conclusione
Il degrado programmato dei quartieri è un concetto utile per comprendere come certe aree urbane giungano a condizioni di forte decadenza anche quando, formalmente, dovrebbero essere oggetto di interventi migliorativi. Non sempre è frutto di un disegno deliberato, ma quasi sempre è il risultato di decisioni politiche, economiche e culturali che non danno priorità a quelle aree.
Capire queste dinamiche è essenziale per proporre soluzioni efficaci: rigenerazione urbana che sia veramente partecipata, piani di manutenzione preventiva, assegnazione di risorse coerenti, trasparenza, coinvolgimento della comunità.