La città

Il Nuovo Stadio

Le risorse e le priorità

di Antìgene

Uno stadio non è soltanto un impianto sportivo. È un gigantesco dispositivo economico e urbano capace di modificare quartieri, infrastrutture, mobilità, valori immobiliari e priorità della spesa pubblica.

Per questo la discussione sul nuovo stadio di Bologna non dovrebbe limitarsi alla domanda se sia bello, moderno o utile al Bologna FC. La domanda più importante è un’altra: che cosa serve maggiormente alla città e quale uso delle risorse pubbliche produce il maggiore beneficio collettivo?

Una città con molte emergenze

Bologna deve affrontare contemporaneamente una serie di problemi strutturali: la crisi abitativa, la carenza di edilizia residenziale pubblica, l’aumento del costo degli affitti, la necessità di adattarsi agli effetti dei cambiamenti climatici, la manutenzione del patrimonio pubblico, la congestione del traffico e le difficoltà della mobilità, oltre alle nuove esigenze sociali legate all’invecchiamento della popolazione. Sono problemi diversi, ma profondamente interconnessi. E richiedono investimenti altrettanto importanti. Qui emerge una questione eminentemente politica: se le risorse disponibili sono limitate, dove producono il beneficio maggiore?

Non è una domanda contro lo stadio. È una domanda sulle priorità.

La platea del beneficio

Possiamo rappresentare il problema in modo molto semplice:

InvestimentoPrincipali beneficiari
Edilizia residenziale pubblicamigliaia di famiglie
Scuole e servizi educativistudenti e famiglie
Alberature e adattamento climaticotutta la popolazione
Manutenzione dello spazio pubblicointera città
Trasporto pubblicocentinaia di migliaia di utenti
Servizi sociali e assistenzialipopolazione fragile e anziana
Stadioclub, tifosi, eventi e attività economiche collegate

La questione non è stabilire che uno di questi investimenti sia “inutile”. È capire quale problema urbano si decide di affrontare per primo. Uno stadio può certamente essere una scelta strategica se l’obiettivo è rafforzare l’attrattività economica della città, sostenere una società sportiva, ospitare eventi e generare nuove attività economiche. Ma se il criterio è la necessità urbana, lo stadio entra inevitabilmente in competizione con altre priorità. La domanda, quindi, non è: stadio sì o stadio no?

Ma piuttosto: a quale delle priorità della città vogliamo dare risposta?

INTERESSE PUBBLICO O INTERESSE PRIVATO?

Un grande impianto sportivo produce effetti economici che vanno oltre il perimetro dello stadio. Può aumentare l’attrattività dell’area, stimolare investimenti, modificare il valore dei terreni e favorire nuove attività commerciali e immobiliari. Intorno all’impianto possono svilupparsi parcheggi, strutture ricettive, ristorazione, servizi e altre attività legate agli eventi. È il classico meccanismo della valorizzazione urbana. Ma valorizzazione non significa automaticamente beneficio collettivo. Una parte importante dei ricavi direttamente generati dall’impianto appartiene infatti al soggetto che lo gestisce: biglietteria, hospitality, palchi e aree premium, sponsorizzazioni, naming commerciale, attività commerciali e altri servizi. Uno studio pubblicato sul Journal of Sports Economics evidenzia inoltre come gli effetti economici complessivi dei grandi stadi sulla ricchezza urbana siano difficili da misurare e non necessariamente proporzionati alla dimensione dell’investimento, con benefici particolarmente concentrati nei settori direttamente collegati all’infrastruttura.

La questione diventa quindi quella classica delle grandi trasformazioni urbane: chi sostiene i costi e chi raccoglie i benefici?

L’EFFETTO CALAMITA

Il rischio non riguarda soltanto lo stadio in sé. Una grande infrastruttura può funzionare come una calamita per ulteriori trasformazioni: nuove attività commerciali, strutture ricettive, parcheggi, viabilità, servizi e operazioni immobiliari. La trasformazione può quindi estendersi molto oltre il perimetro dell’edificio. Questo può generare crescita economica e nuovi servizi. Ma può anche aumentare la pressione sui valori immobiliari e accelerare processi di trasformazione del quartiere. La città può quindi diventare più ricca in termini di investimenti e, contemporaneamente, più difficile da abitare per chi dispone di redditi più bassi.

È uno dei paradossi della rigenerazione urbana: la valorizzazione di un territorio può produrre ricchezza senza distribuirla necessariamente in modo equilibrato.

IL SUOLO CHE SCOMPARE

C’è poi una questione molto meno spettacolare dei rendering: il suolo. Sulla base di strutture sportive comparabili, il solo edificio dello stadio potrebbe occupare indicativamente decine di migliaia di metri quadrati, mentre l’intero comparto funzionale, comprendendo spazi esterni, viabilità, percorsi, aree tecniche e servizi, potrebbe arrivare a diversi ettari. Una parte significativa di queste superfici potrebbe essere impermeabilizzata attraverso edifici, coperture, pavimentazioni, piazzali, percorsi carrabili e altre infrastrutture. Il problema non è soltanto quanti metri quadrati occupa lo stadio. È quanto suolo viene sottratto alle funzioni naturali del territorio. Un terreno permeabile assorbe acqua, sostiene vegetazione, accumula carbonio e contribuisce alla regolazione della temperatura. Una superficie impermeabilizzata fa esattamente il contrario.

E in una città sempre più esposta alle ondate di calore e agli eventi meteorologici estremi, questa non è una questione estetica. È una questione di adattamento climatico.

LA CITTÀ-EVENTO

Negli ultimi anni la crescita urbana viene sempre più spesso raccontata attraverso la logica della città-evento. Grandi concerti. Turismo. Congressi. Manifestazioni internazionali. Nuovi poli. Grandi infrastrutture. Architetture iconiche. Ogni progetto viene presentato come un’occasione irripetibile per rendere Bologna più competitiva, attrattiva e internazionale. Nel frattempo, però, nei quartieri rimangono problemi molto meno fotogenici: manutenzione dello spazio pubblico, abitazioni accessibili, verde urbano, servizi di prossimità, mobilità e adattamento climatico. Non significa che una città debba smettere di investire in grandi opere.

Significa chiedersi se la città che vogliamo costruire sia quella che appare meglio nei rendering oppure quella che funziona meglio nella vita quotidiana dei suoi abitanti.

LA DOMANDA CHE MANCA

A breve saremo probabilmente sommersi da rendering spettacolari. Vedremo tribune, coperture, piazze, percorsi ciclopedonali, illuminazione e architetture iconiche. Sarà molto più difficile trovare, con la stessa evidenza, una simulazione dell’impatto sul traffico, del consumo di suolo, dell’impermeabilizzazione, dei costi delle opere accessorie, dei consumi energetici, delle emissioni complessive e degli effetti sul microclima dei quartieri circostanti. Eppure sono proprio queste le informazioni necessarie per valutare un’opera pubblica. Perché i benefici politici di un grande progetto sono immediatamente visibili: un annuncio, un rendering, una conferenza stampa, una data di inaugurazione. I costi ambientali, sociali e finanziari, invece, tendono a distribuirsi nel tempo.

Il consenso si raccoglie oggi. Le conseguenze possono arrivare domani.

UNA CITTÀ NON È UN RENDERING

Il problema, quindi, non è il calcio. Non sono i tifosi. Non è nemmeno l’idea di costruire uno stadio moderno. Il problema è il modo in cui decidiamo le trasformazioni della città. Quando una grande opera viene presentata come inevitabile, chi pone domande rischia immediatamente di essere accusato di essere contro il progresso.Dovrebbe funzionare esattamente al contrario. Più grande è l’investimento, più grande dovrebbe essere la discussione sulle alternative. Più profonda è la trasformazione del territorio, più dovremmo conoscere i costi e i benefici. E più importante è l’opera, più dovremmo poter rispondere a una domanda molto semplice:

rispetto a tutte le altre cose che Bologna potrebbe fare con le stesse risorse, questa è davvero quella che produce il maggiore beneficio per la città?

Perché il vero progresso non consiste nel costruire sempre qualcosa di più grande.

Consiste nel capire che cosa vale davvero la pena costruire.