La censura ai tempi dei Social
Manuale pratico di censura urbana
Quando si parla di censura, l’immaginario collettivo si attiva come un vecchio cinegiornale in bianco e nero: libri bruciati, giornali chiusi, divieti urlati. Scene d’epoca. Nelle democrazie contemporanee la censura è più educata, più urbana, più presentabile. Indossa un badge, parla di “linee guida” e, se possibile, sorride.
Bologna, naturalmente, non fa eccezione e forse è anche avanguardia. Qui con la censura non si rinnovano convenzioni pluri decennali come Villa Paradiso, si cancellano concerti di pianoforte classico e si richiede l’informazione preventiva sui cartelloni delle iniziative a molti gestori di spazi pubblici. Gran parte dell’informazione locale funziona come un servizio di eco ambientale: l’amministrazione parla, la città rimbalza. I comunicati stampa diventano notizie, le conferenze stampa si trasformano in articoli e le dichiarazioni assessoriali assumono lo statuto di realtà oggettiva.
Il pluralismo c’è, certo, ma in versione ornamentale, come una pianta finta in una sala d’attesa. I social network, nati come piazze orizzontali, si sono evoluti in eleganti vetrine istituzionali. Qui tutto è pulito, ordinato, coerente. E se qualcosa disturba l’armonia del feed, esiste un rimedio semplice ed efficace: il blocco. Sempre più cittadini scoprono di essere stati gentilmente esclusi dai canali social del Comune o dal profilo del Sindaco. Non per insulti, minacce o comportamenti molesti, ma per aver posto domande, avanzato critiche, chiesto spiegazioni. In altre parole, per aver preso sul serio l’idea di partecipazione.
Le domande, a questo punto, fanno una cosa curiosa: spariscono. Le criticità evaporano. Il conflitto non viene affrontato, ma accuratamente rimosso dal campo visivo, come una macchia sullo schermo. La città resta serena, il feed immacolato, il consenso al sicuro. La vicenda del Giardino San Leonardo ha segnato un cambio di passo nella strategia del Comune. L’accesso alle informazioni si è fatto progressivamente più complesso: documenti prima disponibili risultano improvvisamente irreperibili, sezioni informative vengono ridotte o scompaiono del tutto.
Nella lettura proposta dall’assessore Laudani, il ritiro dell’investimento della Johns Hopkins Univerity sarebbe riconducibile a un errore di comunicazione, determinato da un eccesso di informazioni che, distorte da dinamiche disinformative, avrebbero innescato reazioni emotive tali da far ritirare l’investitore. Da qui la nuova impostazione di controllare il flusso di informazioni nelle fasi intermedie e limitare le informazioni solo alla fase di avvio dei progetti. Una modalità che, di fatto, ridefinisce la trasparenza non come processo, ma come atto conclusivo.
Nel frattempo, all’interno delle reti di dissenso le competenze professionali specifiche si concentrano. Si raccolgono dati, si analizzano documenti e si produce informazione autonoma. Il dissenso diventa sempre più preciso, argomentato, verificabile. Ed è proprio lì che diventa davvero fastidioso. Così non viene confutato nel merito, ma ricollocato altrove: sul piano morale, comunicativo, emotivo. Non sei in disaccordo, sei “negativo”. Non fai una critica, “crei un clima tossico”. Non poni domande ma crei disinformazione.
Si afferma così l’idea rassicurante che esista una sola narrazione legittima del bene comune e che tutto ciò che la mette in discussione sia, per definizione, pericoloso o irresponsabile. La partecipazione, in questo quadro, si misura a colpi di like e cuoricini, mentre la qualità dello spazio pubblico online diventa un dettaglio trascurabile.
Un profilo istituzionale, però, non è un diario personale. Non dovrebbe servire a costruire un’identità immacolata, ma a garantire accesso, confronto e trasparenza. Selezionare gli interlocutori, bloccare le voci critiche, tollerare solo applausi e consenso significa confondere la comunicazione pubblica con una strategia di auto-rappresentazione.
Il dissenso, piaccia o no, non è un bug del sistema ma una sua funzione strutturale. Lo spazio pubblico online non è pensato per essere comodo, ordinato o rassicurante. È imperfetto, conflittuale, talvolta sgradevole. Ma è vivo. E forse è proprio questo che dà più fastidio.
Attivista da sempre impegnata nel sostegno attivo alle realtà ecologiste bolognesi, è portavoce del gruppo cittadino ‘Abitare il Savena-Paleotto’ e membro della Consulta del Verde di Bologna
Se potessi incontrarlo, gli direi che un buon Sindaco di una città democratica non può scegliere chi sono i suoi follower, che i follower non sono elettori ma cittadine e cittadini che si informano dalla fonte principale della comunicazione e per questo possono esprimere critiche, dissenso e domande sgradite. Credo sia questa la differenza tra i social di un’azienda privata e quelli di un istituzione pubblica.
Attivista e presidente dell’Associazione Centro Culturale Villa Paradiso APS
Davide Celli (Bologna, 18 gennaio 1967), è un attore, fumettista e politico italiano. Scoperto da Roberto Faenza, esordisce giovanissimo al cinema e diventa noto con film come Una gita scolastica (1983) e Festa di laurea (1985) diretti dai fratelli Avati,è impegnato da anni nei movimenti ecologisti, ha aderito ai Verdi, è stato consigliere comunale a Bologna (2004-2009) e nel 2021 si è candidato alle elezioni comunali nella lista Europa Verde.
Rimandano gli ordini del giorno oppure te li copiano e se li votano facendo finta di aver avuto loro l’idea. Ti tolgono le sale dove avevi programmato una mostra. Ti negano l’uso di fondi che ti spettano di diritto sostenendo che pubblicare i tuoi interventi in Consiglio non sia attività istituzionale.
Per due anni noi Verdi non avevamo nemmeno il campanello sulla porta: chi veniva a trovarci doveva telefonare per farsi aprire. Ultimamente mi è stata anche tolta la parola con la motivazione che ero andato fuori tema. Se questa non è censura politica, davvero non so cos’altro lo sia.
Invece oggi il dissenso viene letto come un assist alla destra. “Se non la pensi come noi, sei un fascista”: quante volte me lo sono sentito dire.
Eppure i fatti smentiscono questa narrazione. Il centrosinistra non vince democraticamente le elezioni da vent’anni e l’astensionismo ha raggiunto livelli record. Forse l’omologazione del pensiero fa più danni del pensiero critico.
L’ordine del giorno finisce in quello che alcuni chiamano il “marcitoio”. Se va bene, viene discusso quando il casus belli si è ormai sgonfiato. In altri casi non arriva mai in Consiglio e decade per sempre.
Oggi ti senti rispondere che non si può fare. E tanti saluti alla Costituzione, che stabilisce chiaramente che i consiglieri comunali devono esercitare funzioni di indirizzo e controllo.
Questi sono i piccoli prodromi del futuro distopico che ci attende. In un Paese dove nessuno vuole la guerra e l’ordine costituito invece la vuole, per forza di cose il dissenso va silenziato a tutti i livelli, partendo da quelli più bassi.
Non so come e quando siano state introdotte norme che riducono il ruolo del consigliere a una rappresentanza puramente estetica, ma c’è ancora tempo per tornare indietro, riaffermando i principi dei padri costituenti.
Si tentò di svegliarlo, inutilmente. Alla fine si decise che il tempo non poteva essergli tolto. Così i consiglieri uscirono dall’aula a prendere un caffè, aspettando che il suo tempo scorresse mentre lui dormiva.
All’epoca le regole non si forzavano: se avevi diritto a uno spazio, lo mantenevi anche in silenzio. Oggi invece ti tolgono la parola perché stai andando “fuori tema”.
Colpisce che quasi nessuno si sia accorto di questo cambio di passo.
E’ è un attivista e politico bolognese, ex-consigliere regionale in Emilia-Romagna, tra le voci critiche emerse all’interno del Movimento 5 Stelle nei suoi primi anni. Da tempo si occupa di partecipazione democratica, diritti civili e critica ai modelli di potere opachi, mantenendo uno sguardo indipendente sul rapporto tra istituzioni e cittadini.