Gli ecosistemi

Il tornado non processa gli alberi. Processa le città impreparate.

Dopo le raffiche a 122 km/h la domanda non è "quanti alberi abbattiamo"? ma "come rendiamo Bologna capace di convivere con il nuovo clima?"

di Antìgene

Il vento non processa gli alberi. Ci mette davanti alla realtà.

Le immagini del 15 luglio hanno colpito tutti. Alberi caduti, rami spezzati, strade interrotte. A Castenaso ARPAE ha registrato raffiche di 122 km/h, mentre in città si sono sfiorati i 120 km/h. Numeri che descrivono un evento estremo. È comprensibile che, davanti a scene come queste, la prima reazione sia chiedersi se gli alberi siano diventati troppo pericolosi. Ma è proprio nei giorni successivi a eventi del genere che bisogna evitare le risposte più istintive. Perché un conto è analizzare ciò che è accaduto, un altro è trasformare un tornado nel nuovo parametro con cui giudicare il patrimonio arboreo di una città.

Se prendiamo il tornado come riferimento, non resteranno molti alberi

Facciamoci una domanda semplice. Quanti alberi, in una città storica come Bologna, possono garantire di resistere senza alcun danno a raffiche di oltre 120 km/h? Probabilmente pochissimi. Forse nessuno può offrire una garanzia assoluta.

Se il ragionamento diventasse: “Ogni albero che potrebbe cedere durante un evento di questa intensità deve essere abbattuto” la conclusione sarebbe inevitabile. Dovremmo eliminare una parte enorme del patrimonio arboreo della città. Non perché gli alberi siano malati o trascurati, ma perché staremmo chiedendo a organismi viventi di comportarsi come strutture progettate per resistere a un tornado. È una richiesta semplicemente irrealistica.

Il clima è cambiato più in fretta delle regole

Il punto, però, è ancora più profondo. Le norme con cui gestiamo il verde urbano sono state pensate in un contesto climatico diverso da quello in cui viviamo oggi. Negli ultimi anni assistiamo a estati sempre più lunghe e torride, periodi di siccità, piogge concentrate in poche ore e raffiche di vento sempre più violente. Quello che un tempo era considerato eccezionale rischia di diventare sempre più frequente.Questo significa che non possiamo continuare ad affrontare il problema limitandoci a decidere quali alberi abbattere o quando potarli. Serve una visione più ampia, perché il cambiamento climatico non si affronta rincorrendo ogni emergenza.

Gli alberi non sono un elemento decorativo

C’è poi un errore di prospettiva che continuiamo a ripetere. Parliamo degli alberi come se fossero semplicemente un arredo urbano, qualcosa che rende più bella una strada. In realtà sono una delle infrastrutture più importanti che una città possiede. Ombreggiano le strade durante le ondate di calore, abbassano la temperatura dell’aria, assorbono acqua durante i nubifragi, migliorano la qualità dell’aria e rendono gli spazi pubblici più vivibili. Per questo motivo abbatterli perché il clima è diventato più estremo rischia di essere una risposta controproducente. È proprio quando il clima cambia che gli alberi diventano ancora più necessari.

La tentazione della soluzione semplice

Dopo ogni emergenza c’è sempre la ricerca di una soluzione immediata. È caduto un albero? Lo togliamo. Un ramo si è spezzato? Potiamo di più. Un’altra pianta potrebbe essere a rischio? Abbattiamola prima.

Sono decisioni che danno l’impressione di aumentare la sicurezza, ma spesso intervengono solo sull’effetto, non sulle cause. Perché il problema non è soltanto il singolo albero.

È il contesto in cui quell’albero vive: terreni sempre più impermeabilizzati, apparati radicali compressi dall’asfalto, manutenzioni non sempre continue, isole di calore che mettono sotto stress la vegetazione e un clima che cambia rapidamente.

Se non affrontiamo questo insieme di fattori continueremo a rincorrere le emergenze una dopo l’altra.

Il rischio zero non esiste

Vale la pena ricordare anche un altro episodio di ieri. Il semaforo di Porta Castiglione è rimasto fuori servizio e, nella serata, si è verificato un incidente tra un’auto e una moto. Nessuno, però, pensa che la soluzione sia eliminare le automobili o gli incroci. Ogni infrastruttura comporta un margine di rischio che va gestito e ridotto, non cancellato. Per gli alberi sembra invece valere un principio diverso: si pretende un livello di sicurezza assoluto che non chiediamo a nessun altro elemento della città.

La tutela degli alberi non è un ostacolo alla sicurezza

Anche per questo il Regolamento del Verde del Comune di Bologna tutela gli alberi con un diametro superiore ai 20 centimetri e disciplina con precisione abbattimenti e potature. Le potature ordinarie sono previste tra il 1° novembre e il 21 marzo, mentre gli interventi fuori stagione sono consentiti solo in casi straordinari. Non si tratta di un formalismo burocratico. Anche ISPRA ricorda che durante il periodo riproduttivo di uccelli e altra fauna gli interventi sulla vegetazione dovrebbero essere evitati, salvo situazioni realmente urgenti, perché possono compromettere habitat e nidificazioni.

La vera domanda

Forse, allora, dopo una giornata come quella di ieri, la domanda non dovrebbe essere quali alberi tagliare, ma come rendere Bologna più resiliente.

Come migliorare la qualità dei suoli. Come scegliere specie più adatte al clima che cambia. Come curare meglio il patrimonio esistente. Come progettare quartieri meno impermeabilizzati e più capaci di assorbire gli effetti degli eventi estremi. Perché i tornado, purtroppo, non possiamo impedirli. Possiamo però decidere se affrontarli costruendo una città sempre più spoglia oppure una città più intelligente.

La scorciatoia di abbattere gli alberi è forse la risposta più semplice da comunicare. Ma rischia di essere anche la meno lungimirante. Se il clima sta cambiando, non saranno gli alberi a dover sparire: dovrà cambiare il modo in cui progettiamo, curiamo e immaginiamo la città.