La città

Il tubo invisibile:

anatomia di un’infrastruttura che non deve farsi notare

di Antìgene

Sotto l’Emilia-Romagna scorre qualcosa che non compare nelle mappe quotidiane, non entra nei dibattiti urbanistici e raramente nelle assemblee pubbliche. Non è una metropolitana, non è una fogna, non è una linea ad alta velocità. È un oleodotto militare. Non nuovo. Non temporaneo. Non marginale. È parte di una rete costruita durante la Guerra Fredda e ancora oggi operativa: una dorsale energetica pensata per alimentare la macchina militare occidentale. Un’infrastruttura progettata per essere invisibile. E, per decenni, riuscita perfettamente nel suo intento.

Geografia di un’assenza

Il tracciato attraversa la regione come una cicatrice ben rimarginata: non si vede, ma struttura il corpo. Parte dalla costa Ligure, entra in Pianura Padana, taglia l’Emilia da ovest a est, sfiora città dense, passa sotto quartieri popolari, aree industriali, infrastrutture già sature, Bologna inclusa (Borgo Panigale). Non c’è segnaletica urbana che lo racconti. Non esiste una percezione diffusa della sua presenza. Eppure impone vincoli: divieti di scavo, limitazioni tecniche, servitù silenziose. È una presenza che agisce per sottrazione: limita senza dichiararsi.

Una tecnologia politica

Un oleodotto non è solo un tubo. È una decisione spaziale che si prolunga nel tempo.

Significa:

  • stabilire priorità d’uso del territorio
  • definire gerarchie tra funzioni civili e militari
  • congelare porzioni di suolo in nome di esigenze strategiche

Nel caso della rete NATO, tutto questo avviene in una dimensione particolare: quella dell’eccezione permanente. Costruito in un’epoca di emergenza geopolitica, il sistema non è mai stato realmente “disattivato” come logica. È rimasto lì, pronto, adattabile, aggiornabile. Un’infrastruttura che non appartiene al passato, ma a una continuità.

Il ritorno del rimosso

Negli ultimi anni qualcosa cambia. Non il tubo, ma lo sguardo sopra di esso. Tre fattori lo riportano in superficie:

  1. Riconfigurazione militare europea
    La guerra in Ucraina riattiva logiche logistiche che si credevano attenuate. Le infrastrutture diventano di nuovo centrali.
  2. Progetti di potenziamento
    Interventi tecnici, ampliamenti, aggiornamenti. Non costruzione ex novo, ma intensificazione.
  3. Conflitto territoriale
    Comunità locali iniziano a interrogarsi: cosa passa sotto le nostre case? Con quali rischi? Con quale diritto?

È qui che l’invisibile smette di essere neutro.

Sicurezza vs trasparenza

Il paradosso è evidente: un’infrastruttura costruita per garantire sicurezza può generare insicurezza.

Non solo per il rischio materiale (perdite, incidenti), ma per quello politico:

  • mancanza di informazione
  • difficoltà di accesso ai dati
  • opacità decisionale

Quando il territorio non conosce ciò che lo attraversa, perde capacità di autodeterminazione.

E il problema non è solo “cosa può succedere”, ma chi decide cosa può succedere.

Urbanistica senza dibattito

L’oleodotto NATO introduce un elemento anomalo nella pianificazione urbana: è un’infrastruttura strategica che non nasce da processi locali, ma condiziona profondamente il locale.

È l’opposto della retorica partecipativa contemporanea.

Mentre si organizzano percorsi di ascolto per piste ciclabili o arredi urbani, una rete energetica militare attraversa interi territori senza confronto pubblico.

Una doppia velocità della democrazia urbana.

Il paesaggio che non si vede

Se lo si guardasse davvero, questo oleodotto cambierebbe la percezione del territorio.

Non più solo:

  • città
  • campagne
  • infrastrutture civili

Ma un palinsesto stratificato dove scorrono:

  • flussi economici
  • flussi energetici
  • flussi militari

Un paesaggio ibrido, dove la distinzione tra civile e strategico si fa porosa.

Questo oleodotto ha funzionato per decenni come un corpo estraneo non riconosciuto.
Ora inizia a essere visto.

La domanda non è solo tecnica.
È politica, territoriale, culturale:

che tipo di infrastrutture accettiamo sotto i nostri piedi?
chi decide cosa è invisibile e cosa no?
quali spazi restano realmente governabili dai territori?

Perché il problema non è il tubo in sé.

È il modello di mondo che rappresenta:
uno in cui le decisioni più profonde scorrono sotto traccia, mentre in superficie si discute del colore delle panchine.

E forse è proprio da lì che bisogna iniziare a scavare.

Intervista a Claudia Benedetti (Coordinamento No NATO Emilia Romagna)
Coordinamento No NATO Emilia-Romagna

è una rete territoriale che unisce attivisti e militanti impegnati nella mobilitazione contro l’Alleanza Atlantica e il coinvolgimento dell’Italia nei conflitti bellici e nell’economia di guerra.

Quando avete scoperto dell’estensione dell’oleodotto e cosa vi ha fatto scattare?
Alcuni membri e simpatizzanti del nostro coordinamento erano a conoscenza da tempo della presenza di un oleodotto interrato della NATO e avevano raccolto informazioni in proposito. Abbiamo pensato che, visti i venti di guerra che tornano a soffiare forte in Europa, l’argomento doveva essere assolutamente ripreso, approfondito e divulgato ai cittadini, i quali, in larghissima parte, per quanto abbiamo potuto appurare, ignorano la presenza dell’infrastruttura. In realtà lungo tutto il tracciato sono presenti cartelli segnalatori uguali in tutte le regioni attraversate, numerati e recanti la scritta “amministrazione dello Stato, condotta interrata”, però senza specificare di cosa si tratta.
Sappiamo che il massimo pompaggio di carburante è avvenuto nel 1999, all’epoca dei bombardamenti illegali della NATO in Jugoslavia, illegali perché fatti al di fuori delle risoluzioni ONU. Noi crediamo che quella guerra abbia rappresentato l’inizio dell’offensiva USA in Europa, per capitalizzare la fine della Guerra Fredda. Forse all’epoca era più difficile capirne le vere ragioni, ma di quell’offensiva oggi ne paghiamo le conseguenze in Ucraina.
Parliamo di un’infrastruttura esistente: cosa cambia oggi rispetto al passato?
L’infrastruttura risale ai tempi della Guerra Fredda e ci sono oleodotti gemelli in tutta l’Europa occidentale, in due casi transnazionali. Oggi queste strutture servono, in subordine ai bisogni militari, anche aeroporti civili. La linea italiana si chiama NIPS, North Italian Pipeline System, è attiva dal 1961 ed è attualmente oggetto di ampliamento e ammodernamento. Sappiamo che almeno dal 2018 esiste un progetto riguardante il punto di immissione via mare del carburante, di base cherosene: si trova nel porto di La Spezia, il pompaggio avviene tramite un tubo subacqueo a 300 m. dalla terraferma. Nel 2025 la soprintendenza ha dato il permesso di costruire una banchina di 300 m., da utilizzare per l’attracco delle navi cisterna (due alla volta) e per connettere i tubi. Tubi che poi scorrono nel sottosuolo di La Spezia, raggiungendo diametri anche di 50 cm. È prevista la riattivazione di due serbatoi dalla capacità complessiva di 20.000 m3. C’è un comitato molto attivo di cittadini spezzini che si occupa di tutta la problematica del porto e delle relative strutture militari ed ex militari e che segue le vicende dell’oleodotto, con cui siamo in contatto. Si chiama Murati Vivi.
Un recente articolo di Brescia Oggi informa che i lavori della banchina dovrebbero avere inizio proprio quest’anno, dureranno almeno due anni con una spesa prevista di 38 milioni di Euro. Successivamente anche le condotte nel bresciano saranno ammodernate per poter aumentare la quantità di carburante da pompare “per rispondere al crescente fabbisogno degli aerei militari in stato di allerta permanente” dice l’articolo. Quest’inquietante affermazione si riferisce alle attività nella base aerea NATO di Ghedi in seguito alla guerra in Ucraina e in cui sono stoccate anche armi nucleari: attualmente è una delle più importanti basi aeree del Nord Italia insieme ad Aviano. Le condotte che riforniscono Ghedi ed Aviano costituiscono il ramo nord, mentre la condotta che passa per Bologna e rifornisce la base NATO di Cervia-Pisignano è il ramo centro. A Pisignano tra gli anni ’90 e ’10 erano presenti cacciabombardieri impiegati anche in missioni di guerra, come appunto in Jugoslavia. Sappiamo che c’erano state ripetute proteste popolari a causa del fortissimo rumore, della vicinanza dell’aeroporto militare al centro abitato e delle perdite di carburante dall’oleodotto e dal deposito. I cacciabombardieri sono stati poi trasferiti in altre basi e ad essi sono subentrati gli elicotteri, impiegati in missioni di ricerca e soccorso anche in contesti di guerra. Dal 2023 le attività militari riguarderebbero solo operazioni di ricerca e soccorso, attività di addestramento equipaggi e poi supporto alla protezione civile in caso di calamità. Probabilmente oggi sono le basi di Ghedi ed Aviano ad essere nell’ “occhio del ciclone”, tuttavia fa specie imparare che tra le attività promosse quest’anno dal FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano), risulta proprio la visita guidata all’interno della base di Pisignano, “guidata” dagli studenti dell’Istituto Tecnico Aeronautico di Forlì. Le giornate FAI dovrebbero mostrare al pubblico luoghi di interesse culturale e ambientale normalmente non accessibili, ma di particolare fascino e pregio artistico ambientale. Evidentemente ci sfugge quale contributo possa dare a questo scopo una moderna base militare. Non vorremmo che si trattasse dell’ennesimo episodio della nuova retorica delle basi militari “sostenibili” e dell’impiego “sociale” delle forze armate, dopo che si sono tagliate tutte le voci di spesa di tutela e salvaguardia del territorio e gli enti preposti.
Che tipo di informazioni ufficiali avete ricevuto da istituzioni e gestori? Ci sono stati momenti di opacità o difficoltà ad accedere ai dati? I cittadini dei territori attraversati sono, secondo voi, adeguatamente informati?
Dopo alcune iniziative di informazione e presidio sul territorio, ci siamo rivolti alle Amministrazioni del Comune e di Città Metropolitana di Bologna per sapere quanto carburante attualmente viene pompato nel tubo che passa per la città, il tubo ha circa 10 cm. di diametro, e se ci sono piani di prevenzione e di gestione del rischio. Le richieste risultano protocollate; per ora, nessuna risposta. Una giornalista d’inchiesta con cui siamo in contatto ha chiesto alla società I&G OM, che gestisce il NIPS per conto del comando militare NATO POL, i costi attuali della manutenzione: non ha ricevuto risposta. Un suo articolo sull’argomento è stato pubblicato nel numero di Aprile ’26 di Altreconomia.
Sappiamo che in passato sono state rivolte almeno due interrogazioni parlamentari, una al Governo italiano e una alla Commissione Europea, a seguito di alcuni gravi sversamenti di cherosene accaduti rispettivamente nel 2003 in provincia di La Spezia e nel 2013, in provincia di Treviso. Nel primo caso l’onorevole Elettra Deiana – era il 2004 – chiese informazioni al Governo in merito a prevenzione e gestione del rischio per oleodotto e relativi deposti. Nel secondo caso al deputato Andrea Zanoni, che chiedeva informazioni sui rischi per la salute della popolazione a causa degli sversamenti, la Commissione rispose che “in caso di contaminazione delle falde acquifere ad opera di componenti di combustibile, sarà vietato l’uso di acqua potabile per gli effetti che tali componenti hanno sull’odore e sul gusto dell’acqua”.
In entrambi i casi era ben sottolineato che la direttiva 96/82/CE, relativa al controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose, non è applicabile a stabilimenti, impianti o depositi militari.
Ad oggi non ci sembra proprio che gli abitanti di Bologna risultino adeguatamente informati sulle potenziali problematiche legate all’oleodotto. A dire il vero, come dicevamo, nemmeno della sua presenza! In generale i giornali informano un po’ di più quando accadono incidenti gravi per la collettività, altrimenti ogni tanto spuntano articoli tra l’affascinato e l’elogiativo, come se, in quanto struttura militare NATO, sia di per sé una struttura tecnologica d’avanguardia, una specie di “credito di guerra” di cui “beneficiare”. La Gazzetta di Parma, che ha dedicato più di un articolo sull’argomento, visto che a Parma c’è la sede del Comando NATO POL cui è sottoposta l’infrastruttura, il 3 dicembre ’22 titolava un suo pezzo: “Alla scoperta del NIPS, l’oleodotto che «ci fa volare»”, alludendo al fatto che, in subordine alle necessità militari, col NIPS “possono essere riforniti anche gli aeroporti civili”.
Quali sono le ricadute sul nostro territorio? Quali aree specifiche sono più esposte o coinvolte?
Seguendo i cartelli segnaletici dell’oleodotto abbiamo verificato che la conduttura del ramo centro, quella che rifornisce la base di Pisignano, intercetta zone densamente abitate di Bologna. L’impianto di pompaggio è situato a Ceretolo, frazione di Casalecchio, in zona abitata. Il deposito del carburante è nelle vicinanze, ma più isolato; l’accesso è da via Galluzzo, ma è difficile vederlo anche a causa della vegetazione. Però si può usare Google Earth e allora si vedono bene i grandi silos interrati con i rispettivi ingressi. La capacità complessiva del deposito, a quanto risulta dai dati disponibili, è di 15.000 m3.
L’oleodotto è diventato operativo nel 1961. Certamente l’estensione della città era minore rispetto ad oggi, tuttavia i piani regolatori dell’epoca già segnalavano una progressiva espansione popolare in atto nella zona di Borgo Panigale. Infatti qui la conduttura scorre nei cortili delle case popolari del villaggio INA, più precisamente tra le case e il giardino ovest della scuola Volta, per altro costruita negli anni ’70 e quindi quando già era presente l’oleodotto. Durante un sopralluogo abbiamo chiesto ad alcuni operai al lavoro in via Biancolelli se erano a conoscenza della presenza in loco dell’oleodotto: ci hanno dato risposta affermativa. Hanno mostrato uno spesso tracciato rosso nello scavo ad indicare l’esatta posizione in cui l’oleodotto tagliava lo scavo (ma più in basso), dicendo che porta carburante all’aeroporto di Bologna.
Abbiamo poi constatato che la conduttura scorre dentro al cortile del supermercato CentroBorgo sul lato est e nella pista di prova della Ducati lungo il suo confine ovest. Abbiamo chiesto ai lavoratori della Ducati che siamo riusciti a contattare se avevano notato i cartelli segnaletici nella pista e se erano a conoscenza della cosa: non ne sapevano nulla.
Seguendo il percorso tracciato dai cartelli siamo arrivati all’aeroporto di Bologna: qui, secondo un resoconto dei contratti pubblici del 2020, sarebbe stato aggiudicato un appalto da 460.000 euro per spostare un tratto del tubo NIPS causa ampliamento di un piazzale dell’aeroporto.
Poi siamo arrivati a Lippo di Calderara, dove il tubo passa nei cortili di varie aziende, anche di notevoli dimensioni, come testimoniano i cartelli, per altro spesso stinti. La tubatura prosegue tagliando letteralmente alcuni parchi cittadini che sorgono tra le case, come il parco Nilde Jotti, e a fianco di condomini popolosi in zona Zanardi e Corticella. Abbiamo trovato un cartello anche nel giardino di una scuola professionale edile!
Da Castenaso il tubo corre parallelamente alla via Emilia: sorprendentemente, nella relazione conclusiva di un dibattito pubblico promosso da RFI (Rete Ferroviaria Italiana), datata 2025, in merito al “quadruplicamento della tratta ferroviaria Bologna – Castel Bolognese – Riolo Terme” (un altro mega progetto di dubbia utilità che andrebbe a sconvolgere il territorio) abbiamo trovato due richieste di informazione riguardo il possibile impatto del progetto sull’oleodotto Nato a Solarolo! Non sappiamo ad oggi la risposta di RFI.
Parliamo di potenziamento, manutenzione o vera e propria estensione? Quali sono gli interventi previsti concretamente sul territorio?
Diciamo potenziamento e manutenzione. In alcuni resoconti annuali delle spese militari visionati, appaiono più volte attività di manutenzione ai depositi NATO POL delle basi raggiunte dal NIPS. Per quello che ne sappiamo, le nuove opere iniziano dal porto di La Spezia, comunque la situazione è in evoluzione. L’aumento al 5% delle spese per la NATO parla chiaro.
Ci sono differenze tra la narrazione istituzionale e ciò che avete riscontrato?
L’infrastruttura viene spacciata come altamente tecnologica e costantemente monitorata: “con l’ausilio della tecnologia possiamo sempre sapere cosa sta succedendo in ogni punto” riporta un articolo della Gazzetta di Parma del 2011. Noi abbiamo visto più di un cartello completamente stinto e lavoratori completamente all’oscuro della sua presenza e funzione. Del grave sversamento del 2013 dal deposito di Padernello (in provincia di Treviso, da cui sono usciti 30.000 L di carburante) è stata data comunicazione alle amministrazioni civili, si legge nell’interrogazione di Zanoni, solo due mesi dopo. Due mesi dopo? Come è stato possibile?
Quali sono i principali rischi che individuate (ambientali, sanitari, sicurezza)? Esistono precedenti incidenti comparabili in Italia o Europa?
Il cherosene è un derivato dal petrolio, è fortemente inquinante e facilmente infiammabile. Comunque i tre gravi incidenti di cui siamo a conoscenza, avvenuti nel 2003 a Vezzano in provincia di La Spezia, nel 2008 a Monticello in provincia di Vicenza e nel 2013 in località Padernello, provincia di Treviso, hanno riguardato tutti sversamenti di carburante, nel 2003 e nel 2013 da deposito, nel 2008 da un tratto di tubo nel cortile di un’industria.
Abbiamo quindi ragionevolmente pensato che case, scuole, fabbriche i cui cortili o terreni sono attraversati dall’oleodotto possano costituire zone “sensibili”. Poi anche uno sversamento in campagna è pericoloso, si può inquinare un terreno agricolo; il liquido, penetrando nel terreno può raggiungere una falda acquifera; è quello che è accaduto a Padernello nel 2013, dove il cherosene è sceso fino a 27 m. di profondità, oppure un fiume, come accaduto nel 2008 a Monticello.
In uno scenario di guerra, poi, depositi e stazioni di pompaggio sarebbero certamente un bersaglio.
Le valutazioni di impatto vi sembrano adeguate?
Noi abbiamo visionato alcuni atti amministrativi di Bologna relativi a lavori pubblici di vario tipo da effettuare in prossimità della condotta, ad esempio la linea rossa del tram, e abbiamo notato che tra i pareri richiesti era presente quello del comando NATO POL per verificare se la tubazione è “inferente” ai lavori o no e come procedere nel caso. Viene sempre fatto? I cittadini come possono sapere se tale parere è sempre stato chiesto là dove si doveva? Più che esprimere un giudizio, ci viene da formulare delle domande. Le Scuole Volta sono attualmente oggetto di lavori di ampliamento (un mega progetto di una decina d’anni che, in tre fasi, ne prevede la completa ricostruzione): la parte nuova risulta più vicina alla condotta del NIPS, che si trova lungo il lato ovest. Nei documenti di progetto e nelle tavole che abbiamo visionato fino ad ora la condotta non appare mai; eppure c’è, come mostrano i due cartelli segnalatori successivi, uno nel Giardino dei Pioppi, l’altro al confine con via Biancolelli.
È una situazione che richiede chiarimenti. A Volpago (Treviso), nel 2015, una scuola elementare comunale è stata costruita senza fare troppa attenzione alla sua presenza, tanto che ingresso e punto di raccolta risultavano esattamente sopra l’oleodotto! Dopo che i genitori hanno denunciato la situazione, sono stati volti i lavori per la messa in sicurezza e si sono conclusi nel 2019. Nel numero di Dicembre ’19 del periodico del Comune di Volpago si legge: “è stato verificato che la normativa tecnica di edificazione delle scuole prevede che gli edifici non devono essere ubicati in prossimità di attività che comportino gravi rischi di incendio e/o esplosione e la presenza dell’oleodotto non ne avrebbe dovuto permettere nemmeno la realizzazione”. È un precedente che allerta.
Quanto pesa il contesto internazionale attuale nelle decisioni su questa infrastruttura?
Considerato che è un oleodotto la cui costruzione è avvenuta nell’ambito della Guerra Fredda in attesa di una guerra aperta di cui oggi intravvediamo i contorni, diremmo molto.
Nel documento programmatico per la difesa 2025-2027 si legge: “La rete di oleodotti nazionali costituisce un asset strategico per la resilienza del Paese […] Il programma mira a potenziare l’operatività dei sistemi, incrementando il livello di resilienza nazionale e integrando misure di prevenzione contro le minacce cibernetiche. Il programma ha ricevuto una necessaria integrazione di 21 milioni di Euro dalla legge di bilancio 2025, cui poi vanno aggiunti i finanziamenti relativi al progetto “Basi Blu” che riguarda l’adeguamento dei porti, tra cui La Spezia, agli standard NATO.
Nelle motivazioni il documento riporta: “i conflitti in Ucraina e in Medio-Oriente, l’instabilità cronica in vaste aree dell’Africa e le crescenti tensioni nell’Indo-Pacifico delineano un quadro globale in progressivo deterioramento”, che certo è destinato a procedere se la diplomazia continua ad essere applicata per finta. Basta guardare alle cifre destinate ad “armamento e munizionamento”. E si conclude così: “la Difesa non è solo un costo: è un volano per l’industria, per l’innovazione, per l’occupazione”. Direi che siamo solo all’inizio.
Avete avuto interlocuzioni con Comuni, Regione o Governo?
Come abbiamo detto prima ci siamo rivolti in forma scritta e abbiamo richiesto un accesso agli atti al Comune di Bologna per sapere la pressione di esercizio nella tubatura. Perché a seconda dei valori sono imposti seri obblighi di rispetto di specifiche distanze.
Cosa farete nel futuro?
Una volta ottenuti i dati necessari, vogliamo valutare la situazione delle Scuole medie Volta e chiederne conto al Comune.
Chiediamo ai cittadini che hanno avuto problemi con l’oleodotto, che hanno registrato perdite nei posti di lavoro o nei propri terreni di contattarci, in modo da avere un quadro più completo nello specifico del territorio di Bologna e provincia. Ci sono altre persone che, in seguito alla nostra attività informativa, si stanno attivando per monitorare la situazione nelle loro provincie. Più in generale vogliamo stabilire più contatti con gli attivisti nelle altre regioni che si occupano nello specifico di denunciare le problematiche della struttura.
Sarebbe importante cercare di formare una rete che osserva, studia e denuncia tutte le modifiche e gli ammodernamenti che saranno effettuati sull’oleodotto e quali dispiegamenti hanno luogo nelle basi rifornite dal NIPS, perché abbiamo visto che la distribuzione di mezzi e soldati cambia nel tempo. Prendiamo la base di Pisignano: l’Adriatico guarda sempre a Est, sia all’Est Europa che al Medio-Oriente. Continueremo a sensibilizzare i residenti, a sollecitare che ciascuno si attivi nei propri ambiti, a scuola, al lavoro, per chiedere lumi sulla struttura e sulla sua pericolosità. Siamo intenzionati a fare pressione sulle istituzioni locali, contando sul fatto che i governi locali sono i più esposti al confronto con la cittadinanza e non possono eluderla impunemente. Tutto questo con l’aiuto di quanti nel frattempo si uniranno per darci una mano.
Cosa succede se il progetto va avanti?
Andranno avanti anche le nostre proteste. I lavori di ampliamento non passeranno inosservati, ma creando notevoli disagi nelle zone abitate, forniranno un precipitato significativo del sistema della guerra in Emilia Romagna (che è il titolo della nostra inchiesta regionale), rendendo i cittadini coinvolti più ricettivi.
E se invece venisse fermato?
Visto il contesto e la classe politica, non crediamo che ciò accada, comunque, nel caso, ci prenderemo tutto lo spazio liberato per aggregare ancora più persone e contrastare il riarmo e le politiche guerrafondaie in tutte le loro forme.
Qual è la cosa più importante che secondo voi gli abitanti non stanno vedendo?
La maggioranza delle persone pensa che siccome viviamo in un regime “democratico” tutto avvenga da sé, che il sistema lavori, se non al meglio, in modo comunque accettabile, e “lascia fare”. Non è così: nessuna regola o legge o principio scritto, per quanto fondamentale, garantisce automaticamente l’esercizio della “democrazia”. Non dobbiamo dare nulla per scontato, dobbiamo imparare a leggere oltre i comunicati ufficiali e oltre le notizie locali. I nostri dossier tentano di dare un punto di vista tale per cui le notizie e le situazioni possano apparire in un luce diversa. Non c’è nessun porto militare o industriale che può essere “blu”, né una base aerea può essere “azzurra”. Tutte queste cose hanno un costo, che non è solo monetario, ma in qualità della vita e nel peggiore dei casi nella vita stessa. Abbiamo veramente bisogno di far volare dei cacciabombardieri? Abbiamo veramente bisogno di un oleodotto con un percorso pensato ad hoc per le basi militari? E più in generale abbiamo veramente bisogno di tutto quel traffico aereo sopra Bologna? La politica agisce con la dovuta prudenza? Se queste domande non se le pongono i diretti interessati, chi se le dovrebbe porre?