Il verde che non si lascia potare
Dentro la frattura di Europa Verde e il conflitto urbano che non si lascia pacificare
A Bologna il verde non è un colore. È un campo di forze. Da una parte quello addomesticato, potato a misura di giunta, compatibile con i tempi dell’amministrazione. Dall’altra quello che cresce storto, fuori dal vaso, dove il terreno è più duro e le radici incontrano resistenza. La frattura che attraversa oggi Europa Verde non è un incidente di percorso. È la collisione tra queste due forme di vita politica. C’è chi racconta la nascita di un nuovo equilibrio, chi parla di dialogo, responsabilità, maturità istituzionale. Ma sotto questa superficie levigata si intravede una dinamica più semplice e più antica: il conflitto viene dichiarato superato proprio mentre viene spostato altrove. Altrove, in questo caso, è uno spazio politico che rifiuta di essere riassorbito. Non per gusto della marginalità, ma perché individua nel modello di sviluppo urbano il nodo irrisolto. Non è una questione di toni o di personalità. È una questione di città.
Il punto che non passa
Chi oggi viene etichettato come “ribelle” ha attraversato anni di tentativi di mediazione. Non si è svegliato improvvisamente radicale. Ha semplicemente smesso di considerare il compromesso come orizzonte inevitabile.
Il punto di rottura è lì, dove le parole diventano cantieri:
- consumo di suolo raccontato come riqualificazione
- partecipazione ridotta a rituale
- conflitto tradotto in percorso condiviso
È una grammatica ben nota. Funziona perché rende tutto presentabile. Ma nel farlo, svuota di senso le differenze. Chi esce da questa grammatica non è più leggibile dentro i suoi codici. E allora viene ridotto: troppo radicale, poco pragmatico, divisivo. Un modo elegante per dire che non si lascia integrare.
Il simbolo e il corpo
Quando una frattura arriva al punto di mettere in discussione persino il simbolo, significa che il conflitto ha superato la soglia della gestione interna. Non è più una dialettica. È una separazione. Ma il simbolo, in fondo, è solo la pelle. Il corpo è altrove: nelle pratiche, nelle alleanze, nelle battaglie concrete. E lì la distanza è ancora più evidente. C’è chi cerca spazio dentro le istituzioni, accettandone i vincoli. E c’è chi considera quei vincoli parte del problema. Due strategie. Due temporalità. Due idee di efficacia.
La pazienza finita
In questo scenario emergono voci che non si riconoscono più nel linguaggio della ricucitura. Non perché rifiutino il confronto, ma perché lo considerano esaurito nei termini in cui è stato finora praticato. Non è una fuga in avanti. È una presa d’atto.
La città, intanto, continua a trasformarsi. Non aspetta i congressi, non rallenta per le assemblee. E ogni trasformazione lascia segni: nei quartieri, nei prezzi, nei corpi che li abitano. Ignorare questo livello significa ridurre la politica a gestione interna.
Costruire senza permesso
Chi oggi prova a costruire un’alternativa lo fa in condizioni asimmetriche. Meno risorse, meno riconoscibilità, più incertezza. Ma anche con una libertà che altrove si è ridotta: quella di nominare il conflitto senza tradurlo subito in compromesso. Non è una posizione comoda. E non è detto che funzioni.
Ma è, al momento, l’unico spazio in cui la questione urbana viene affrontata senza anestesia.
Quello che viene dopo
Di seguito potete leggere due interviste che promettono più attrito che diplomazia: una a Danny Labriola, per capire se il dialogo rivendicato è strategia o adattamento; una a Davide Celli, per riportare la discussione sul terreno da cui è partita, quello delle scelte e non delle etichette.
Non cerchiamo una sintesi rapida. Cerchiamo le linee di faglia. Perché a volte è lì, nella crepa, che si vede meglio la forma della città.
Danny Labriola è esponente politico e attivista ambientale con ruoli di rilievo per Europa Verde in Bologna. Ha ricoperto la carica di co-portavoce di Europa Verde a Bologna, distinguendosi per proposte incisive sul tema della crisi climatica, dell’ambiente urbano e della partecipazione civica. Si è spesso trovato in posizione critica rispetto all’amministrazione comunale di Bologna, soprattutto per questioni ambientali: progetti urbanistici che prefigurano consumo di suolo, la tutela del verde, la gestione del traffico, le scuole e temi come l’inquinamento acustico legato all’aeroporto Marconi.
Davide Celli (Bologna, 18 gennaio 1967), è un attore, fumettista e politico italiano. Scoperto da Roberto Faenza, esordisce giovanissimo al cinema e diventa noto con film come Una gita scolastica (1983) e Festa di laurea (1985) diretti dai fratelli Avati,è impegnato da anni nei movimenti ecologisti, ha aderito ai Verdi, è stato consigliere comunale a Bologna (2004-2009) e nel 2021 si è candidato alle elezioni comunali nella lista Europa Verde.