Intervista ad Alberto Ronchi
Alberto Ronchi
E’ un politico e amministratore pubblico emiliano, con una formazione in filosofia e un lungo percorso nelle politiche culturali. Dopo le prime esperienze nell’associazionismo culturale entra nelle istituzioni come assessore alla cultura del Comune di Ferrara, dove lavora su musei, teatro e programmazione culturale. Dal 2005 al 2010 è assessore alla cultura della Regione Emilia-Romagna nella giunta Errani, occupandosi di spettacolo, politiche giovanili e sistemi culturali. Successivamente prosegue il suo impegno a Bologna come assessore alla cultura nella giunta Merola. La sua attività è stata caratterizzata da un’attenzione costante alla cultura come servizio pubblico e leva di sviluppo territoriale
Durante il tuo mandato si parlava molto di cultura come infrastruttura pubblica stabile.
Oggi sembra prevalere una logica più legata agli eventi e alla visibilità.
Che differenza vedi tra questi due modelli?
Durante il mio mandato si è cercato di dare soprattutto un indirizzo pubblico alle politiche culturali.
Questo ha significato, in generale, individuare, da una parte, la valorizzazione delle espressioni artistiche contemporanee e dall’altra, la differenziazione dell’offerta culturale, come obiettivi principali del mandato amministrativo. Il primo obiettivo rispondeva all’esigenza di valorizzare molti soggetti organizzativi presenti in città e di caratterizzare Bologna come una comunità aperta all’innovazione e inserita nei circuiti internazionali; il secondo, di offrire modalità diverse di interpretazione della realtà, fuori dalla dimensione unidimensionale e qualunquista che caratterizza oggi, con poche e rare eccezioni, il nostro paese.
Tutto questo, evidentemente, non rispondeva a logiche “quantitative” ed economiciste, ma puntava alla qualità dell’offerta che diventava elemento fondamentale, a prescindere dal successo in termini di pubblico. Oggi avviene esattamente il contrario, la cultura deve attrarre pubblico, garantire incassi, richiamare turisti in una dimensione in cui i numeri sono l’unico vero termine di paragone per determinare il successo della sfera pubblica. Di conseguenza si assiste alla rincorsa di un prodotto che rappresenta un modello affermato e rassicurante presente, ormai, in ogni città d’Italia. Le esperienze che cercano di collocarsi su un altro piano che, per fortuna, anche se con difficoltà, ancora esistono, vengono soffocate in un mare di proposte che confondono l’intrattenimento con l’iniziativa culturale nella speranza, nemmeno tanto nascosta, che la seconda si adegui e assomigli sempre più al primo.
La sensazione diffusa è che la cultura sia diventata uno strumento di marketing territoriale più che di produzione culturale. E’ una percezione fondata?
Assolutamente si. Proprio per i motivi che ho brevemente elencato in precedenza. Del resto, l’insistenza su concetti come “economia della cultura”, “management” e simili, spiegano efficacemente la direzione intrapresa.
Nella Bologna di oggi, molti interventi urbanistici stanno cambiando profondamente il tessuto sociale. Che ruolo dovrebbe avere la cultura nel mitigare o contrastare questi effetti?
Una cultura capace di offrire modi diversi di interpretare la realtà, capace, cioè, di mettere in discussione i modelli dominanti, potrebbe dare un contributo essenziale anche nelle scelte urbanistiche e non solo.
Purtroppo oggi la direzione è orientata all’opposto. Occorre confermare e rassicurare e quando qualcuno o qualcosa produce dubbi o cerca una strada diversa si passa alla repressione o alla banalizzazione e assorbimento della contestazione.
Secondo te, le politiche culturali stanno ancora facendo da argine o stanno diventando parte dei processi di valorizzazione immobiliare?
Ritengo che la cultura, in generale, non dovrebbe fare argine, ma contribuire alla rottura degli argini. In particolare, rispetto alla domanda, è evidente che in una concezione economicista dei processi di conoscenza la valorizzazione immobiliare diventa uno degli interventi, non soltanto auspicato, ma persino giustificato e valorizzato.
Tu hai lavorato molto su politiche di accesso diffuso. Oggi ti sembra che la cultura a Bologna sia più accessibile o più selettiva?
Dipende che cosa si intende con “accessibilità” o con “selettività”. Io penso che a tutti deve essere data l’opportunità di accedere a servizi e proposte gratuitamente oppure a costi accessibili. D’altra parte l’Amministrazione pubblica, se ha un indirizzo che non corrisponda semplicemente a entità numeriche deve essere selettiva, deve avere il coraggio di fare delle scelte, altrimenti l’indirizzo viene meno e si torna ai numeri. Oggi mi pare che ci sia accessibilità e nessuna selettività. Quest’ultima modalità viene giustificata secondo un criterio fintamente democratico: non rifiuto nessuna proposta, perché tutti sono degni di considerazione e di un piccolo sostegno economico. In realtà questo è esattamente il modo per annullare la carica emancipatrice della cultura: se tutto è uguale, niente è diverso e, per forza di cose, prevale lo sguardo uniforme del “mainstream”. L’annullamento della selettività produce così una selettività nascosta che annega in un mare di proposte tutte quelle iniziative che suscitano domande e non certezze, garantendo sulla carta, inoltre, un ampio consenso prodotto dai continui “si”.
Sul Museo dei Bambini e delle Bambine a Bologna si è accesa una polemica sul ruolo dei privati nella cultura. Secondo te questo progetto è coerente con l’idea di cultura come servizio pubblico che hai praticato, oppure segna un cambio di modello?
Io non sono pregiudizialmente contrario all’intervento privato in cultura. Deve essere chiaro, però, che l’indirizzo politico culturale spetta all’Amministrazione pubblica, semplicemente perché viene eletta democraticamente dai cittadini. D’altra parte, ancora una volta, se il criterio rimane quello dei numeri e delle ricadute economiche si crea molta confusione. Infatti questi criteri hanno poco o nulla a che fare con la cultura, ma sono legati alla cosiddetta “imprenditorialità”. Di conseguenza siamo di fronte a un cambio di modello, anche se non esplicitamente dichiarato, che rende l’elemento essenziale del privato il riferimento ideale da imitare.
Alcuni hanno sollevato il tema dell’accessibilità e delle priorità di investimento: pensi che questo tipo di progetto allarghi davvero il diritto alla cultura per tutti o rischi di ridefinirlo in modo più selettivo?
Ho sempre pensato che le priorità di investimento debbano riguardare essenzialmente il miglioramento dei servizi esistenti. Un nuovo museo di qualsiasi tipo dovrebbe essere sostenuto da un’analisi approfondita sul sistema museale bolognese e non sull’idea di rendere più appetibile un quartiere. Aggiungo che la “musealizzazione” di argomenti o servizi risponde, di nuovo, a una logica di controllo e normalizzazione. Nel caso specifico, tanti bei bambini ordinati in fila al museo, piuttosto che piccoli urlatori liberi nei prati. Oggi, certamente, c’è bisogno più dei secondi che dei primi.
Prezzi, linguaggi, luoghi, secondo te stanno includendo o stanno filtrando il pubblico?
Prezzi, luoghi e linguaggi sono, in generale, omologati. Esiste un pubblico sicuramente molto ampio che segue le proposte rassicuranti o finto alternative del sistema. Il problema è che non c’è possibilità di scelta e dove c’è non viene valorizzata se non, addirittura, cancellata.
Negli anni passati c’era una forte produzione culturale da spazi indipendenti. Gli spazi culturali nascono ancora dal basso o sono sempre più progettati dall’alto?
Gli spazi indipendenti non rispondono a quelle logiche di normalizzazione e controllo che ho già sottolineato. D’altra parte, l’assorbimento delle istanze più o meno trasgressive passa attraverso la realizzazione di luoghi e attività culturali che sono il frutto di decisioni prese dall’alto.
Oggi le risorse pubbliche sembrano concentrarsi su alcuni grandi poli e progetti. Secondo te è una scelta inevitabile o una rinuncia alla pluralità?
Quello di inseguire grandi progetti è uno dei problemi maggiori della nostra società. Siamo nel 2026 e spesso si ragiona come all’epoca della prima rivoluzione industriale. Ci si dovrebbe concentrare su opere di manutenzione e restauro e non sulla realizzazione di enormi edifici utili ad una logica dello sviluppo che non tiene in considerazione il fatto che il sistema produttivo è al collasso. Per quanto riguarda il “pluralismo”, come ho già detto, credo proprio che, al di là delle dichiarazioni di circostanza, non ci sia alcun interesse a perseguirlo.
Vedi il rischio che i finanziamenti seguano più la visibilità che il valore culturale?
Certamente, anche se ci sono realtà e soggetti convinti in buona fede del valore culturale di determinati investimenti, la visibilità, aggiungerei immediata, è una delle motivazioni principali di gran parte dei finanziamenti.
Bologna è sempre più una città turistica. Secondo te le politiche culturali stanno governando questo fenomeno o lo stanno inseguendo?
Le politiche turistiche, al pari di quelle culturali, sono governate da logiche esclusivamente numeriche. Questo produce un danno alla città, sia in termini ambientali che di trasformazione del tessuto sociale.
Le alternative sono quelle di non inseguire i modelli consumistici consolidati, ma di costruire un’offerta diversificata che renda Bologna un’esperienza di soggiorno diversa da quella che si puoi vivere in qualsiasi altra parte d’Italia. Si tratta, come sempre, di privilegiare il pluralismo degli approcci e la qualità rispetto alla quantità.
Se dovessi individuare una differenza chiave tra il modello culturale della tua stagione e quello attuale, quale sarebbe? Il modello culturale della tua stagione è ancora valido oggi o servirebbe un altro modello?
Le differenze chiave sono: pluralismo nell’offerta culturale e non monocultura; qualità e non quantità; responsabilità della scelta e non finta imparzialità; valorizzazione dell’esistente e non creazione di nuovi contenitori.
Ritengo sinceramente che, con qualche aggiustamento, il modello culturale che ho cercato di delineare nelle risposte sia ancora oggi valido e applicabile. Manca solo la volontà politica. E non è poco.