La città

La scissione del sole che ride

Quando il dissenso viene ridotto a devianza e la transizione ecologica diventa compatibilità, il vero scontro non è interno ai Verdi ma sul modello di città

di Antìgene

A Bologna succede una cosa curiosa: il conflitto, quando emerge, viene subito trattato come un’anomalia. Non come un sintomo, ma come un errore da correggere.

La vicenda interna ai Verdi, raccontata in questi giorni come una resa dei conti tra “responsabili” e “ribelli”, segue esattamente questo schema. Da una parte una linea che si allinea, si ricompone, si rende compatibile. Dall’altra una frattura che insiste, che non rientra, che continua a porre una domanda semplice e per questo insopportabile: sviluppo per chi?

Dentro questa dinamica si inserisce anche un passaggio meno raccontato ma decisivo: una vera e propria scalata interna, costruita attraverso un uso spregiudicato degli strumenti organizzativi. Tesseramenti concentrati, tempi accelerati, regolamenti piegati fino al limite della loro elasticità. Non un incidente, ma una manovra deliberata, finalizzata a spostare gli equilibri e rendere marginale una linea politica scomoda. In questo senso, la forma diventa sostanza: non è solo come si vince, ma cosa si sta trasformando nel processo.

Il punto non è la dinamica interna di un partito, né la contabilità delle tessere o delle correnti. Il punto è che questa frattura attraversa Bologna molto più in profondità. Passa dentro le scelte sulle infrastrutture, dentro il modello urbano, dentro l’idea stessa di cosa significhi oggi “transizione ecologica”.

Perché se la transizione diventa un corridoio tecnico, un insieme di opere da realizzare e rendere compatibili con la crescita, allora il conflitto è un ostacolo. E chi lo incarna diventa, automaticamente, un problema da isolare.

Ma se la transizione è ancora – o dovrebbe essere – una ridefinizione dei rapporti tra ambiente, economia e società, allora il conflitto è inevitabile. Anzi, è necessario.

È qui che la narrazione sui “ribelli” mostra tutta la sua funzione disciplinare. Non descrive una posizione politica: la riduce a devianza. Non entra nel merito: lo aggira. Non risponde: normalizza.

Eppure, dentro quella parola c’è qualcosa che sfugge. Perché ciò che viene chiamato ribellione è spesso solo la resistenza a una trasformazione già scritta, dove la partecipazione è prevista solo finché non incide davvero.

La partita, allora, non riguarda solo i Verdi. Riguarda il destino di ogni spazio politico che prova a stare dentro le istituzioni senza diventarne una semplice estensione. Quanto margine resta? Quanto dissenso è ancora tollerato prima di essere espulso o neutralizzato?

Bologna, da questo punto di vista, non è un’eccezione. È un laboratorio. Ma non nel senso rassicurante del termine. Piuttosto come un luogo in cui si testano i limiti della rappresentanza e si misura la capacità del sistema politico di assorbire – o respingere – il conflitto.

E allora forse la domanda da farsi non è chi vincerà questa resa dei conti.

Ma cosa resta, dopo.

Se un partito più ordinato.
O una città più silenziosa.

Davide Celli

Davide Celli (Bologna, 18 gennaio 1967), è un attore, fumettista e politico italiano. Scoperto da Roberto Faenza, esordisce giovanissimo al cinema e diventa noto con film come Una gita scolastica (1983) e Festa di laurea (1985) diretti dai fratelli Avati,è impegnato da anni nei movimenti ecologisti, ha aderito ai Verdi, è stato consigliere comunale a Bologna (2004-2009) e nel 2021 si è candidato alle elezioni comunali nella lista Europa Verde.

In questa fase, segnata da una frattura interna così evidente, ti senti parte di un processo di ricomposizione o di una normalizzazione del dissenso?
Mi sento parte di un sistema democratico in lenta, ma inesorabile, liquefazione e con lui si va disgregando la realtà stessa. Mi sembra evidente che il nostro sistema politico sta creando una realtà a compartimenti stagni. Senza andare tanto indietro, lunedì scorso, in consiglio comunale, si è parlato di sgomberi e di case occupate. Ho sentito consiglieri affermare che non bisogna mai usare la violenza, che mai e poi mai si deve utilizzare la polizia per questioni di ordine pubblico, eppure, gli stessi consiglieri sostengono quella stessa maggioranza che ha militarizzato il Pilastro per cementificare un parco e provocato la repressione dei manifestanti.
La dinamica che ha portato al riequilibrio interno dei Verdi viene descritta da alcuni come una scalata costruita attraverso tesseramenti e forzature regolamentari. Per te è stata una competizione politica legittima o un’operazione deliberata per spostare gli equilibri?
Nei verdi le scalate sono sempre state all’ordine del giorno, ma con una differenza, si aveva quantomeno la decenza di giocare a carte scoperte. Quando Amorosi entrò nei verdi portandosi dietro almeno 300 sodali annunciò le sue intenzioni e avviò un percorso al quale tutti potevano partecipare, come dire che diede modo agli altri di organizzarsi politicamente. Il metodo non era molto etico poiché si finiva per iscrivere il proprio vicino di casa in cambio di una pizza, ma quantomeno era leale e non al servizio del potere in carica. In questo ultimo caso, invece, hanno attivato un processo furbesco, se vuoi persino un po’ ingenuo. Prima hanno iscritto persone vicine ad altri mondi che sostengono apertamente Coalizione civica, poi hanno inoculato una sorta di antibiotico dentro alla federazione ribelle il cui scopo è quello di annientare i dirigenti che si sono messi contro al Sindaco. Quando è stato chiesto chi ha inviato la richiesta che verte sul fondare un’inedita federazione verde comunale, il portavoce regionale, ha risposto che i nomi non erano noti, come dire che la Spectre si è impossessata dei verdi. Siamo alle comiche.
Quando il conflitto interno viene ridotto a “ribellione”, non si rischia di svuotare il confronto politico trasformandolo in una questione disciplinare?
Il confronto politico con Bonelli non c’è mai stato. Quattro anni fa, quando riconsegnai la delega al Sindaco di Bologna Matteo Lepore, andai appositamente a Roma per parlare con Bonelli e dirgli che a Bologna c’era un problema e che bisognava risolverlo prima che degenerasse. Lui mi ascoltò e mi disse che mi avrebbe fatto sapere. Non l’ho mai più sentito.
La strategia messa in atto è vincente per il partito democratico, funziona un po’ come lo scacco matto, qualsiasi mossa fai vincono gli altri. Se i verdi ribelli se ne vanno diranno che stanno facendo il gioco delle destre. Se i verdi si mettono a litigare fra loro dimostrano di essere un soggetto inaffidabile e si annullano tutti gli sforzi fatti per cercare di avere un centrosinistra che non cementifica, che non taglia gli alberi come se non ci fosse un domani, che non manda la polizia a menare i manifestanti, e infine, che non finanzia i cacciatori. Il PD è come il banco del casinò, vince sempre.
E allora perché hai scelto di essere un ribelle se sapevi che avresti perso?
Perché qualcuno doveva pur essere un ribelle, è la Costituzione che lo chiede: pesi e contrappesi. O qualcuno pensa che i contrappesi debbano essere rappresentati solo dalle destre? Mi spiego meglio: hai presente la favola dello scorpione che punge la rana pur sapendo che affogheranno entrambi? Ecco, noi verdi abbiamo punto la rana sulla riva del fiume prima che potesse entrare in acqua e affogare da sola per mancanza di credibilità.
In merito alle battaglie ambientali: esiste ancora, dentro i Verdi, uno spazio reale per una posizione critica, oppure la linea è ormai definita in modo vincolante?
La linea dei Verdi a livello nazionale mi pare sia chiara. Si deve combattere la Meloni e girarsi dall’altra parte se qualcuno si mette sotto i piedi l’ambiente in nome e per conto di un’economia governata dai poteri forti. I 120 aerei che sorvolano Bologna sono un esempio lampante in tal senso. Basta tapparsi le orecchie, il naso e far finta che vada tutto bene.
Ritieni che la transizione ecologica a Bologna stia prendendo una forma compatibile con gli attuali modelli di sviluppo, oppure vedi elementi di rottura reale?
Fin dal principio ho dissentito, non tanto perché non c’è mai stato un piano di ecologia urbana, ma perché non si attua alcuna forma di riduzione del danno riguardo all’economia palazzinara derivata dai fondi del PNRR
In questo contesto, che ruolo può avere chi non si riconosce né nella linea della giunta né nelle opposizioni tradizionali?
Non devi chiederlo a me, ma a chi vuole rappresentare un’alternativa. Le campagne elettorali si fondano sui programmi, ma si vincono con braccia e gambe. Quindi ogni modello alternativo alla destra e alla sinistra sarebbe quanto mai auspicabile, ma solo se si organizza su di una scala la più larga possibile, cercando di non cadere tra le braccia della destra. Se qualcuno punta a fare degli accordicchi al ballottaggio ha perso in partenza. La politica funziona come quel diavolo che fa le pentole, ma non i coperchi. Il risultato non è mai quello auspicato. E io sono l’esempio lampante che conferma la regola, l’errore di sistema che ha permesso al dissenso di sinistra di essere rappresentato in consiglio malgrado il PD abbia cercato in tutti i modi di sterilizzare l’aula dalle critiche interne fin dal giorno in cui si è formata la coalizione di centro sinistra che includeva due partiti verdi che si sarebbero annullati reciprocamente, volt ed Europa verde.
Venendo a un punto più esplicito: alla luce di quanto sta avvenendo qual è la tua posizione rispetto alla lista di Giovanni Favia? La consideri un interlocutore politico, un’alternativa praticabile o un’esperienza distante?
Sono amico di Giovanni, ma politicamente lo consideravo un candidato Sindaco da sfidare come Forchielli e Zanni, a suo tempo dissi a Danny di sfidare Lepore. Ma ora direi che l’ipotesi di Davide Celli e Danny Labriola candidati sindaci sia tramontata per sempre. Questo mi toglie una grande responsabilità dalle spalle e vorrei ringraziare i verdi bolognesi e anche gli altri che non sono di Bologna, come Paolo Galletti, che mi hanno sostenuto. E lo voglio fare prima che arrivino i nuovi verdi a dire che sono un incapace e tante altre belle cose.
Più in generale, vedi il rischio di una dispersione del campo ecologista e civico in una moltiplicazione di liste e percorsi separati?
Rudolf Arnheim ha scritto in un suo libro che la troppa informazione genera confusione. La troppa confusione genera persuasione che viene messa all’incasso dai partiti più grandi. Per questo io credo che senza delle idee chiare non si può andare da nessuna parte. Vedo troppa confusione, troppa persuasione e quasi nessuna idea. Io ci ho provato a mettere in campo qualche idea elargendo piccole pillole, il principio di equivalenza di biomassa applicato al verde urbano è una di queste. Danny ne ha avute altre.
C’è una soglia oltre la quale, per te, restare dentro questo spazio politico perderebbe senso? Oppure pensi che la partita si giochi comunque dall’interno?
Penso di aver fatto per i verdi quello che potevo e l’ho fatto quando eravamo in 4 gatti e a quasi nessuno interessava porre la questione ecologica al centro del dibattito politico. Ora che ci sono in ballo seggi, posti, strapuntini e prebende varie c’è la fila fuori dalla porta e una folla di gente che si strattona per entrare e avere un po’ di visibilità. Il piatto è davvero ricco e c’è anche chi è pluridecorato dagli stipendi. Preferisco fare altro, ci sono un sacco di animali da salvare e di alberi ai quali incatenarsi per impedirne l’abbattimento.
Se dovessi indicare oggi la posta in gioco reale di questa vicenda, al di là delle dinamiche di partito, quale sarebbe?
Potrà anche sembrare scontato dirlo, ma la posta in gioco è la sopravvivenza del pianeta e la democrazia, le due cose sono strettamente legate. Del resto credo sia stato Von Clausewitz a dire che la politica è una guerra senza spargimento di sangue. Come dire che prima spari una raffica di tessere e poi…
Danny Labriola

Danny Labriola è esponente politico e attivista ambientale con ruoli di rilievo per Europa Verde in Bologna. Ha ricoperto la carica di co-portavoce di Europa Verde a Bologna, distinguendosi per proposte incisive sul tema della crisi climatica, dell’ambiente urbano e della partecipazione civica. Si è spesso trovato in posizione critica rispetto all’amministrazione comunale di Bologna, soprattutto per questioni ambientali: progetti urbanistici che prefigurano consumo di suolo, la tutela del verde, la gestione del traffico, le scuole e temi come l’inquinamento acustico legato all’aeroporto Marconi.

Quando una linea politica viene messa ai margini, è la fine di un percorso o l’inizio di qualcosa di più radicale?
Una fine coincide sempre con un nuovo inizio. Io e tanti altri continueremo il nostro impegno per Bologna, non saranno certo giochi di potere decisi in stanze segrete a fermarci. È un momento importante per chiarire intenzioni e obiettivi. La politica è una cosa seria, e quando si allontana dalle persone per inseguire stanchi riti e calcoli opportunistici, la reazione di chi crede nelle proprie idee deve essere forte e chiara.
La parola “ribelli” oggi vi descrive o vi viene cucita addosso per delegittimarvi?
Confesso che comincio a sentirmi a mio agio nel ruolo di ribelle, perché ho sempre ammirato chi non tace di fronte a soprusi e ingiustizie. La ribellione è necessaria se vogliamo provare a cambiare il mondo, anche quello vicino a noi. Gli ecologisti ribelli di Bologna sono diventati un riferimento per tanti gruppi sparsi per l’Italia, perché abbiamo fatto brillare il valore della coerenza.
Quanto pesa davvero il livello nazionale nelle scelte locali, e quanto invece è una narrazione utile a giustificare certe decisioni?
Il livello nazionale è talmente ingombrante che viene da chiedersi che ruolo e senso abbiano i gruppi locali. Se tutto viene deciso a Roma e se a Bologna e nelle altre città viene imposto di replicare lo schema politico nazionale (Avs con il PD), a cosa serve il nostro impegno sul territorio insieme ai cittadini? Forse converrebbe eliminare le federazioni locali di Europa Verde e dichiarare apertamente che non c’è spazio per posizioni diverse.
Qui non sembra esserci solo un conflitto organizzativo, ma due idee diverse di città: come le descriveresti senza diplomazia?
L’organizzazione effettivamente c’entra poco. Ciò che sconforta è sapere che i vertici di un partito utilizzano il proprio tempo per promuovere conflitti e divisioni a livello locale, sconfessando decisioni assunte in congressi e assemblee democratiche.
È ovvio che emergeranno due diverse idee di città. La nostra è nota. Se non è condivisa da chi si oppone al nostro lavoro, immagino che i futuri portavoce di Bologna sosterranno le politiche dell’amministrazione PD-Coalizione Civica: crescita infinita, cementificazione, abbattimenti di alberi, gentrificazione, turismo di massa, finta partecipazione.
Il tema delle infrastrutture e del modello urbano è diventato il punto di rottura: è lì che si misura oggi cosa significa essere “Verdi”?
Penso di sì. Essere Verdi significa riscoprire una cultura del limite come ci ha insegnato Alexander Langer. Significa immaginare una “città leggera” come ci ha insegnato Italo Calvino. I desideri e i bisogni delle persone devono essere al centro dei pensieri e delle azioni di chi governa. Contano le relazioni, conta il benessere, conta l’armonia tra uomo e natura per vivere in salute.
C’è ancora spazio dentro il partito per il dissenso o si è trasformato in una struttura che lo neutralizza?
Ovunque il dissenso sta attraversando un’epoca di paradossi. Ci sono contraddizioni e incoerenze che alimentano disgusto e astensionismo. Che credibilità possono avere partiti e leader di sinistra che denunciano l’autoritarismo della destra e poi silenziano il dissenso nelle proprie comunità politiche? Che credibilità può avere una sinistra che si mobilita per la Costituzione e sfila contro i Kings, e poi in città come Bologna impone scelte contro i cittadini e con l’aiuto delle forze dell’ordine?
Una politica che si nutre di consensi e rifiuta il dissenso mostra tutta la sua debolezza e non potrà avere vita lunga.
Esiste per voi l’ipotesi di costruire qualcosa fuori, o la battaglia resta interna fino all’ultimo?
Non vogliamo sprecare tempo ed energie con lotte intestine che servono solo a chi le scatena. Coloro che pensano di distruggere una comunità bella come quella dei Verdi di Bologna hanno fatto male i loro calcoli. Dopo oltre quattro anni di impegno serio e appassionato, le nostre idee sono presenti in città e tra le persone. I cittadini hanno capito che non può esistere un movimento ambientalista senza coerenza tra idee e comportamenti. Questo strappo deciso da altri può essere per noi l’occasione di spiccare il volo verso un 2027 davvero diverso e migliore.
Quando hai iniziato questo percorso, cosa ti muoveva che oggi senti di aver perso o trasformato?
Il mio percorso è iniziato con poca consapevolezza ed esperienza. Non ho perso lo spirito idealistico e la voglia di ascoltare e imparare. Mi sento senz’altro trasformato, perché gli incontri arricchiscono tantissimo. In questi anni ho avuto la fortuna di incontrare persone davvero speciali.
Bologna è ancora un laboratorio politico o è diventata un modello da vendere?
Bologna può essere di nuovo un laboratorio politico se il fermento di questi anni prosegue in forme più organizzate e collettive. La città vetrina fallirà perché è estranea alla storia e alla cultura della nostra città. Le scelte degli ultimi dieci anni lasceranno ferite e trasformazioni negative, quindi lo sforzo per cambiare direzione e riparare i danni dovrà essere enorme.
Chi rappresenta oggi chi non si riconosce né nelle scelte della giunta né nelle opposizioni tradizionali?
Sono tante le persone in cerca di un riferimento culturale e politico. È difficile riconoscersi in una giunta presuntuosa, mentre le opposizioni faticano a uscire dal loro ruolo asfittico di critici e indignati. Questo succede anche a livello nazionale tra governo e opposizioni. Il 40 o 50 per cento che non vota ha bisogno di una visione di mondo e di società. Sono persone che cercano una politica in grado di indicare analisi, prospettive e soluzioni nuove, perché appare evidente l’inadeguatezza delle attuali classi dirigenti.
Se dovessi spiegare a qualcuno fuori da Bologna perché questa vicenda conta davvero, cosa diresti?
Conta perché stiamo parlando di politica, etica, ideali, relazioni umane. Conta per l’effetto sulla credibilità di un movimento che ha una storia importante e che può vantare un padre come Alex Langer. Non è un noioso conflitto interno, è una vicenda simbolo della politica di oggi. Rappresenta un bivio fondamentale: da una parte c’è potere, sottomissione, convenienza, dall’altra c’è idealismo, libertà, impegno