Le culture

La vetrina e il retrobottega: Bologna vista da dentro il suo brand

Il nuovo libro di Salvatore Papa indaga cosa resta della città quando l'immagine prende il posto della realtà

di Antìgene

Il 25 settembre esce in libreria Bologna non è un’isola felice. Retoriche e realtà del brand urbano, il nuovo saggio di Salvatore Papa, pubblicato da DeriveApprodi nella collana Machinalibro.

In 192 pagine, Papa ricostruisce la trasformazione di Bologna degli ultimi anni concentrandosi su un nodo preciso: la distanza tra l’immagine che la città costruisce di sé e gli effetti concreti di quella costruzione sulla vita di chi ci abita.

La domanda da cui parte il libro non ha nulla di folkloristico: cosa succede quando una città smette di essere solo un luogo in cui vivere e diventa, insieme, un prodotto da vendere?

Papa attraversa alcuni dei passaggi più significativi di questi anni: il marchio City of Food, la proliferazione degli eventi, la retorica della smart city, gli studentati di lusso, la crisi abitativa, la progressiva trasformazione dello spazio pubblico in vetrina. E mette questi processi in relazione con qualcos’altro che spesso resta sullo sfondo: la marginalizzazione, quando non la scomparsa, di esperienze sociali e culturali autonome.

Intervistato dal Corriere di Bologna il 16 settembre, Papa – che vive in città da 17 anni – individua nell’intreccio tra turismo e cultura uno dei nodi decisivi di questa trasformazione. Ma non si tratta di un discorso nostalgico: la questione è se il presente stia comprimendo proprio quella capacità di produrre futuro che per decenni ha fatto parte dell’identità bolognese.

È un terreno che obbliga a rimettere in discussione una parola ormai usata quasi in automatico: rigenerazione. Rigenerare cosa? Per chi? Per costruire quale città? E, soprattutto, chi paga il prezzo di una città che funziona sempre meglio come brand?

Non è una questione che riguarda solo turismo e cultura. Riguarda casa, lavoro, commercio, spazi sociali, studenti, residenti, periferie, spazio pubblico. Riguarda la distanza crescente tra la città raccontata nelle campagne di promozione territoriale e quella che si attraversa ogni giorno, cercando di viverci davvero.

E forse la domanda più scomoda è proprio questa: Bologna sta diventando più attrattiva, o più selettiva?

Il confronto promette di essere acceso anche perché le tesi di Papa hanno già ottenuto una risposta pubblica. L’assessore alla Cultura Daniele Del Pozzo ha difeso il modello attuale, sostenendo tra l’altro che il Comune mantiene un rapporto strutturato con la scena culturale attraverso convenzioni e assegnazioni di spazi, e che Bologna Estate rappresenta una programmazione diffusa, nutrita dalle proposte che arrivano dalla città stessa.

Il libro arriva insomma in una Bologna dove la disputa non riguarda più solo l’immagine della città, ma chi ha il diritto di definirla.

https://deriveapprodi.com/libro/bologna-non-e-unisola-felice

Ed è da qui, che parte l’intervista di Antigene a Salvatore Papa

Intervista a Salvatore Papa
Salvatore Papa

Salvatore Papa racconta da molti anni la cultura urbana, gli eventi e le trasformazioni sociali della città. Si occupa di temi come la gentrificazione, la mobilità e le disuguaglianze urbane, offrendo una prospettiva alternativa sulla Bologna contemporanea. Scrive per Zero ed è autore di articoli per Lucy sulla cultura e Napoli Monitor.

Vivi a Bologna da 17 anni: c’è un momento preciso, un episodio concreto, in cui hai capito che la città stava diventando un brand? Oppure è stato un processo che hai riconosciuto soltanto a posteriori?
Il processo è stato graduale, anche se più veloce rispetto ad altre città, perché Bologna ci è arrivata con un po’ di ritardo. Ma il momento preciso c’è ed è l’avvio nel 2013 del progetto Bologna City Branding, affidato a Roberto Grandi. L’indagine aveva l’obiettivo di stabilire quali fossero, nella percezione dei turisti, i tratti più caratteristici per la costruzione di un brand Bologna e meglio modellare le strategie di marketing territoriale. Poi, come sappiamo, è nata la City of Food.
Scrivere un libro critico su Bologna mentre ci vivi e ci lavori dentro pone inevitabilmente un problema di posizione: quanto è stato difficile trovare fonti e interlocutori disposti a parlare apertamente, sapendo che il “sistema Bologna” è anche una rete di relazioni professionali molto strette?
Non è mai stato semplice. Bologna è una città dove i panni sporchi si lavano in casa. Forse a volte questo è anche un bene, le strumentalizzazioni sono rischiose e in passato, quando furono erette le mura contro le invasioni esterne, ha funzionato. Ma talvolta c’è anche altro. Il timore di avanzare critiche ha rivelato spesso una forma di autocensura che è un po’ il risultato della precarietà che sta alla base di tutto. Quindi la maggior parte delle testimonianza sono state private e mi hanno aiutato a studiare meglio alcuni aspetti che non conoscevo. Le fonti principali del libro sono, perciò, gli archivi dei quotidiani, le delibere, i bilanci e chi, prima di me, aveva già affrontato questi argomenti. Io mi sono limitato a mettere insieme un po’ di puntini.
Il termine “rigenerazione urbana” viene usato tanto a destra quanto a sinistra: nella tua ricerca hai trovato differenze reali nelle pratiche oppure è diventato un significante vuoto, capace di mascherare dinamiche sostanzialmente identiche al di là del colore politico dell’amministrazione?
Considerando che, in questo caso, è stata la destra a imparare dal centro-sinistra, direi che l’unica differenza sta nell’uso degli aggettivi. Roma, Torino, Milano, Napoli, Bari, Firenze e, ovviamente, anche Bologna sono tutte governate dal centro-sinistra e sono le città in cui la rigenerazione che doveva servire a consumare meno suolo si è rivelata una fantastica occasione per speculare, gentrificare e produrre profitti privati ai danni dei cittadini più fragili. L’appendice del libro, che è dedicata a queste città con i preziosi contribuiti di altri osservatori e osservatrici, è illuminante da questo punto di vista.
C’è un episodio, un progetto specifico, che consideri il “punto di non ritorno” nella trasformazione di Bologna in prodotto? Qualcosa che prima di allora sembrava ancora reversibile e dopo non più?
Lo sgombero di XM24 dopo, anticipato dalla colata di grigio sulle opere di Blu da parte dell’artista stesso. Guardando cos’è diventata via Fioravanti oggi, è chiaro che quella presenza non poteva essere compatibile con il nuovo modello di sviluppo senza piegarsi alle sue logiche. Ricordo benissimo che erano in molti all’epoca a sostenere che a Bologna non era in atto nessuna gentrificazione. Forse si aspettavano un 6×3 davanti alla Stazione che ne annunciasse l’arrivo.
Bologna Estate viene difesa come una “programmazione diffusa nata dal basso”: nella tua ricostruzione, quanto di quella diffusione è davvero spontaneo e quanto è invece selezionato, filtrato e reso compatibile con un’immagine della città da vendere?
Partiamo da una premessa: non tutto quello che nasce dal basso ha valore positivo. Proprio per questo, quando ci sono dei soldi pubblici di mezzo, sarebbe giustissimo vagliare le proposte. Quello che manca su Bologna è, invece, secondo me, proprio una direzione culturale. Questo non significa che l’Assessore alla Cultura debba trasformarsi in un direttore artistico, ma che ci aspetterebbe una visione che si esprime poi nella selezione. La dimostrazione di quello che sto dicendo la si può vedere nell’attività della Cineteca che oggi è quello che è, anche a livello internazionale, perché il Comune ha fatto delle scelte che seguivano una visione culturale. Tornando, invece, a Bologna Estate quello che prevale tra le centinaia di eventi è l’intrattenimento. Il fatto che la città poi sia ricca di ottimi operatori e operatrici culturali che sono in grado di fare cose bellissime anche con pochi spiccioli, non cambia la questione.
Parli di marginalizzazione delle esperienze culturali autonome: puoi fare un esempio di uno spazio o di un collettivo che hai visto letteralmente sparire e raccontare cosa ha preso il suo posto?
Nello spazio che fu di Atlantide, rimasto vuoto per moltissimi anni dopo lo sgombero – si disse che serviva ai servizi sociali del Comune – oggi c’è l’Ordine degli Architetti che ne ha fatto la Casa dell’Architettura.
Gli studentati di lusso vengono presentati come una risposta all’emergenza abitativa studentesca: nella tua analisi, aggravano il problema che dichiarano di voler risolvere? E, in questo caso, chi ci guadagna davvero?
Aggravano moltissimo il problema perché spingono in altissimo i prezzi contagiando il resto del mercato delle locazioni. Ma la cosa più rischiosa riguarda la loro finanziarizzazione. I fondi immobiliari che sono proprietari di questi studentati sono totalmente slegati dal territorio perché il loro mercato di riferimento è quello finanziario e non quello locale. In molti casi, quindi, non è più neanche il bisogno di case a stabilire quale sia il prezzo giusto degli alloggi, ma i mercati finanziari stessi. Bologna si sta quindi riempendo non solo di stanze di lusso, ma soprattutto di asset che producono valore altrove. È l’apoteosi della rendita e chi ne ha favorito l’ingresso dovrà fare i conti con il fatto che sono quasi impossibili da governare.
Bologna ha una tradizione molto forte di movimenti studenteschi e per il diritto alla casa: che rapporto individui, nel tuo libro, tra l’indebolimento di quei movimenti e il successo del modello della città-brand?
Possiamo guardare a quei movimenti come quella vegetazione spontanea capace di rendere gli argini dei fiumi più compatti e solidi. Forse in certi momenti la loro gestione non è semplice, ma sfalciarli, fino all’eliminazione, significa restare senza un’adeguata protezione durante le allerte. Bologna dovrebbe saperlo.
Il caso Bologna assomiglia più a Barcellona, con overtourism e movimenti di resistenza, a Milano, con finanziarizzazione e sostituzione sociale, oppure è un modello ibrido con caratteristiche proprie? Che cosa rende Bologna un caso di studio diverso dagli altri?
Bologna è una piccola città che ha solo scelto di importare modelli sperimentati altrove. E non è né Barcellona né Milano, perché nel campionato delle “città globali” chi vince prende tutto. La cosa interessante è capire come questa piccola città stia cercando di partecipare a questo Squid Game. E se osserviamo altre città dello stesso tipo ci accorgiamo che i loro problemi sono quasi sempre gli stessi, ma il modo in cui ci sono arrivati è diverso e peculiare, perché diversa e peculiare è stata, almeno fino a un certo punto, la loro storia. Quindi sì, Bologna ha ancora delle caratteristiche che fanno la differenza. Solo per citare le più interessanti: le fondazioni di partecipazione pubblica, ovvero Bologna Welcome e Fondazione Innovazione Urbana. Sono strumenti molto raffinati (e nel libro provo ad analizzarli) che hanno guidato il cambiamento, ma che a Milano, Roma, Napoli o Torino, dove la fanno da padrone le fondazioni private “pure”, ad esempio non troviamo allo stesso modo.
L’assessore Del Pozzo ha risposto parlando di convenzioni, assegnazione degli spazi e programmazione nata “dal basso”: cosa rispondi, nel merito, punto per punto, a questa difesa? C’è qualcosa di ciò che sostiene che consideri vero, anche solo in parte?
Avrei preferito che l’Assessore leggesse prima il libro. Quello che dice è vero, il Comune sta assegnando moltissimi spazi e questo è un bene. Ma è il criterio o, meglio, la visione che mi lascia ancora perplesso. Mi ha sorpreso, infatti, quando nella stessa intervista ha affermato che non è dell’Amministrazione il compito di stabilire cos’è cultura e cosa no. Come dicevo sopra, invece, per me il ruolo dell’Assessore alla Cultura dovrebbe essere proprio quello. Lui è stato peraltro direttore artistico di un importante festival, quindi io stesso confidavo nella sua capacità di discernimento dopo quasi 4 anni senza un assessore vero (ricordo che la delega alla Cultura l’aveva infatti tenuta il Sindaco nominando una “delegata del Sindaco” alla Cultura, quindi senza pieni poteri, che è stata Elena Di Gioia).
Se dovessi indicare una sola policy concreta, non un principio ma una misura precisa, capace di invertire la rotta descritta nel libro, quale sceglieresti? E pensi che oggi esista la volontà politica per adottarla?
Una cosa che dico da sempre è che una misura concreta, un segno, sarebbe eliminare tutti i finanziamenti al turismo, diretti e indiretti. Non ce ne rendiamo conto, ma sono un sacco di soldi che ogni anno finiscono nelle fondazioni e in altri progetti che non fanno altro che prorogare e peggiorare lo stato di crisi sociale e abitativa della città. Ovviamente non credo che nessuno lo farà mai.
Scrivi che il rischio è comprimere la capacità di Bologna di “produrre futuro”: che cosa intendi esattamente? Nel libro provi anche a immaginare un’idea di futuro alternativa a quella costruita intorno al brand?
Chi oggi parla di “progresso” non riesce a staccarsi da un presente che è come un criceto che gira nella stessa ruota. L’eterno presente ci ha fottuto il futuro. Eppure viviamo ancora in una città che per molto tempo è riuscita a evocare, sia a livello contro culturale che a livello politico, lo “spettro” di un mondo diverso. A questo mi riferisco quando parlo di “produzione del futuro”, alla capacità di porsi come alternativa, tanto nelle parole quanto nei fatti. Il libro prova ad affrontare i nodi che ci hanno stretti nel presente. Prima riusciremo a scioglierli prima riusciremo a recuperare il ruolo d’avanguardia.