Le culture

La Zona Grigia

Zone grigie tra economia, criminalità e amministrazione pubblica: quando la legalità formale non basta a garantire il bene comune.

di Antìgene

Il video che presentiamo Una storia italiana. Affari di famiglia sull’asse Calabria-Emilia” è un prodotto di Libera, realizzato da Andrea Giagnorio e Sofia Nardacchione. È un lavoro di ricerca che affronta una delle questioni più complesse e meno raccontate: le zone di confine tra economia legale, criminalità organizzata e accettazione sociale.

Un elemento centrale riguarda la contiguità non solo con ambienti criminali, ma con gli ingranaggi ordinari dell’amministrazione pubblica. È qui che le zone grigie diventano strutturali. La presenza di imprenditori con relazioni opache non si traduce necessariamente in atti illegali o in procedimenti penali, ma si manifesta attraverso una normalizzazione amministrativa: autorizzazioni concesse, subentri societari, cambi di gestione, concessioni, affidamenti, silenzi. Tutto formalmente corretto, tutto apparentemente neutro.

In questa neutralità si consolida la contiguità. Gli apparati amministrativi non valutano le biografie relazionali, ma solo la documentazione formale. Se un soggetto è incensurato, se le società risultano in regola, se non esistono interdittive o condanne definitive, il sistema procede. È una macchina cieca, che scambia la legalità formale per garanzia sostanziale.

Così, figure che compaiono ripetutamente nelle carte giudiziarie, pur senza esiti penali, possono muoversi indisturbate nei circuiti economici urbani. La contiguità amministrativa non richiede complicità esplicite: funziona per inerzia, per frammentazione delle responsabilità, per compartimenti stagni. Nessun ufficio ha il quadro complessivo, nessuno è formalmente responsabile. Eppure il risultato è un ambiente favorevole alla riproduzione di capitale, relazioni e potere, anche quando affondano le radici in contesti criminali.

L’amministrazione diventa così un facilitatore involontario. Non per collusione, ma per una struttura che non si interroga sul contesto sociale ed economico in cui opera. Il controllo viene delegato esclusivamente a magistratura e forze dell’ordine. Tutto ciò che non è reato viene espulso dalla responsabilità pubblica. Ed è qui che il problema diventa politico.

La scelta di non vedere, di non porsi domande, di non adottare criteri più stringenti nella valutazione dell’impatto sociale degli operatori economici è, in sé, una scelta. Una scelta che produce effetti concreti: concentrazione della ricchezza, distorsione della concorrenza, progressiva colonizzazione di settori strategici come turismo, ristorazione e immobiliare.

La contiguità si manifesta anche nella gestione del tempo: i procedimenti sono lenti, le verifiche arrivano quando i giochi sono fatti, le eventuali misure di prevenzione vengono revocate anni dopo, quando patrimoni e attività sono consolidati. Nel frattempo, la città si adatta, assorbe quelle presenze, le normalizza.

Questa inchiesta non suggerisce un patto occulto tra istituzioni e criminalità. Racconta qualcosa di più inquietante: un sistema in cui nessuno è direttamente responsabile e tutti concorrono, anche inconsapevolmente, alla legittimazione sociale ed economica di soggetti che operano ai margini tra lecito e illecito.

È in questa zona grigia che l’antimafia giudiziaria mostra i suoi limiti e dove dovrebbe intervenire una responsabilità politica e amministrativa più ampia. Non per sostituirsi ai tribunali, ma per interrogarsi su chi viene messo nelle condizioni di operare, investire ed espandersi. Le mafie moderne non hanno bisogno di forzare le porte: spesso trovano già gli sportelli aperti.

Intervista ad Andrea Giagnorio e Sofia Nardacchione
Andrea Giagnorio e Sofia Nardacchione

Andrea Giagnorio è giornalista e ricercatore specializzato in inchieste investigative su criminalità organizzata, politica e dinamiche economiche. Il suo lavoro esplora le intersezioni tra legalità, contiguità sociale e amministrativa, con un’attenzione particolare alle “zone grigie” in cui operano imprenditori, istituzioni e reti criminali. Ha collaborato a numerose inchieste approfondite che analizzano come legami, relazioni e strutture di potere influenzino decisioni pubbliche ed economia urbana. Il suo approccio combina rigore giudiziario, capacità di ricostruzione storica e sensibilità per gli impatti sociali, con l’obiettivo di rendere comprensibili ai cittadini fenomeni complessi e spesso poco visibili.

Sofia Nardacchione è giornalista investigativa con una lunga esperienza nella ricerca e nel racconto di fenomeni legati alla criminalità organizzata, alle dinamiche economiche e alla politica locale. Il suo lavoro si concentra sulle “zone grigie” tra legalità formale e realtà sociale, indagando come relazioni, reti e contiguità possano influenzare processi economici e decisioni amministrative. Ha collaborato a inchieste giornalistiche approfondite che analizzano la contiguità tra operatori economici e ambienti mafiosi, con un approccio che unisce rigore giudiziario, attenzione sociale e responsabilità civica.

Quanto sono oggi in grado le istituzioni di riconoscere e contrastare le infiltrazioni mafiose che si muovono dentro ambiti formalmente legali?
C’è un passaggio dell’intervista a Enzo Ciconte che non siamo riusciti a inserire nel video per ragioni di tempo, in cui viene raccontata una scelta compiuta dall’allora sindaco Imbeni in relazione a un appalto pubblico del Comune di Bologna. L’appalto era stato vinto da un imprenditore di cui aveva parlato Carlo Alberto Dalla Chiesa: una figura senza condanne a carico, ma inserita in un contesto mafioso e criminale. La decisione di Imbeni fu quella di retrocedere dall’appalto, accettando anche una sanzione per il Comune. È una scelta che indica chiaramente cosa ci si può aspettare dalle istituzioni: al di là delle sentenze e degli atti giudiziari, un Comune può agire, le istituzioni possono muoversi. È vero che le normative sono cambiate e che oggi forse è più difficile, ma ciò che emerge è l’idea di una politica capace di assumersi responsabilità e di prendere decisioni anche complesse e scomode.
Come si racconta una zona grigia senza scivolare né nell’accusa implicita né nell’assoluzione automatica?
Il punto di partenza della nostra inchiesta è stato ricostruire, dal punto di vista giudiziario e legale, l’andamento dei processi, i cui esiti sono stati sostanzialmente favorevoli alla famiglia Comerci. Tuttavia, come giornalisti, non ci siamo sentiti di fermarci esclusivamente alle decisioni della magistratura. Abbiamo scelto di lavorare sugli atti giudiziari per estrarne elementi che potessero essere rilevanti per la società civile e per la cittadinanza. In particolare, ci ha colpito il fatto che la Corte d’Appello, pur assolvendo Nicola Francesco Comerci e revocando la confisca dei beni, lo descriva come una figura “contigua” a contesti mafiosi. È proprio questa contiguità, più che la colpevolezza penale, la parola chiave attorno a cui ruota l’inchiesta e la nostra riflessione.
Dal vostro lavoro emerge un sistema che funziona senza illegalità evidenti. Quanto pesa, secondo voi, la responsabilità degli ingranaggi amministrativi in questo tipo di dinamiche?
Non sempre queste dinamiche passano direttamente dagli ingranaggi amministrativi. Esistono legami e connessioni nel tessuto economico e imprenditoriale che le istituzioni non possono sempre regolare in modo diretto. Tuttavia, la presenza di meccanismi amministrativi capaci di monitorare situazioni opache, intrecci di interessi e relazioni ambigue è fondamentale per contrastare mafia e criminalità. Anche strumenti apparentemente semplici, come una maggiore condivisione dei dati tra istituzioni, forze di polizia e procure, possono contribuire a costruire un quadro più ampio e a rendere il contrasto più efficace e strutturato.
Bologna compare come snodo centrale della storia. Che cosa rende ricettiva la sua economia alle infiltrazioni mafiose?
Bologna è centrale, come molte altre grandi città italiane, e nessuna può ritenersi immune. La sua posizione geografica e il modo in cui si è strutturata la presenza della criminalità organizzata di stampo mafioso la rendono particolarmente rilevante.
Non emerge un modello basato su un controllo diretto e visibile del territorio da parte di una singola organizzazione, ma piuttosto una città estremamente strategica, abbastanza grande da accogliere dinamiche diverse. Bologna può essere letta come una sorta di “porto franco”, in cui le varie organizzazioni criminali convivono, si lasciano lavorare a vicenda, evitando conflitti che genererebbero allarme sociale. Tutto questo avviene a vantaggio degli affari, che possono così prosperare in modo silenzioso.
Quanto è cambiato il modo di operare delle organizzazioni mafiose rispetto all’immaginario tradizionale, e quanto invece è cambiato il contesto economico che le rende “compatibili” con l’economia?
Nei processi di mafia osserviamo un intreccio sempre più stretto tra reati mafiosi tradizionali e reati di natura economica. Questo rende molto più difficile percepire il fenomeno e generare quell’allarme sociale necessario per attivare le coscienze e rendere il contrasto alle mafie più efficace.
Queste dinamiche si inseriscono perfettamente in un sistema economico che le rende compatibili e funzionali. Come raccontiamo nell’inchiesta, spesso i meccanismi di economia criminale non sono portati avanti direttamente da soggetti formalmente legati alla mafia, ma da imprenditori che agiscono con le stesse logiche predatorie e scorrette, alterando il mercato e le sue regole.
Avete l’impressione che l’antimafia istituzionale fatichi a confrontarsi con figure imprenditoriali “pulite” sul piano formale ma centrali nelle dinamiche economiche?
Sì, è un punto centrale. Riguarda l’antimafia istituzionale, ma più in generale la politica e le responsabilità che essa si assume, come dimostra l’esempio del sindaco Imbeni di quarant’anni fa. Riguarda anche le organizzazioni di categoria, le imprese e gli esercizi commerciali. La domanda è: di fronte a figure formalmente pulite, ma portatrici di un capitale sociale fatto di relazioni e connessioni ambigue, come ci poniamo? Non è una questione semplice. Tuttavia, è fondamentale affrontarla come comunità e forse osare di più nel chiarire i confini, perché questa ambiguità e continuità rappresentano uno dei problemi strutturali della storia italiana, dalla politica fino al mondo economico e imprenditoriale, dove il potere tende a contare più di ogni altra cosa.
Avete incrociato difficoltà, resistenze o silenzi durante la ricerca, soprattutto entrando in ambiti formalmente legali ma socialmente sensibili?
Sì, una delle difficoltà principali è stata ricostruire la storia giudiziaria dei Comerci, coinvolti in numerosi procedimenti presso procure diverse. Non è stato semplice ricomporre il quadro complessivo dei processi e delle accuse. Questo aspetto, però, resta marginale rispetto a ciò che volevamo far emergere. Avere accesso agli atti giudiziari, alle intercettazioni, alle conversazioni e ai legami che abbiamo messo al centro dell’inchiesta è stato fondamentale, anche perché in questo caso non abbiamo potuto contare su testimonianze anonime. Il nostro lavoro si è concentrato proprio su quei legami che emergono dagli atti giudiziari, ma che parlano anche oltre il piano strettamente processuale.
Se c’è una domanda che il video vuole lasciare aperta allo spettatore, più che una risposta, qual è secondo voi la più urgente?
Forse la domanda centrale del nostro lavoro riguarda quanto questo tipo di relazioni e connessioni sia stato ed è tuttora centrale nella storia del nostro paese. Le relazioni che abbiamo mappato nel mondo economico e imprenditoriale, e che certamente esistono anche nel mondo politico, quanto influenzano le decisioni, il potere e quindi la direzione della nostra storia collettiva? La questione diventa allora la responsabilità della società civile e della politica di fronte a questa realtà nascosta: come riportare le decisioni e il cuore della democrazia nei luoghi pubblici e trasparenti, dove i cittadini possano essere consapevoli e scegliere? Il dubbio è che una parte consistente della storia italiana si decida ancora fuori dalla scena pubblica, in spazi opachi dove si incontrano professionisti, criminalità organizzata, politici e imprenditori. Questa “zona grigia” ha spesso orientato il paese. Affrontarla significa interrogarsi sul futuro e sulla direzione in cui stiamo andando.
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