L’antiabilismo a Bologna: dall’impegno all’attivismo
Secondo le stime (limitate al 2024), nel Comune di Bologna vivono circa 21.300 persone con disabilità, che diventano oltre 52.000 considerando l’intera Città metropolitana. La maggioranza è costituita da persone anziane e circa due terzi sono donne. Anche nelle scuole bolognesi, dall’infanzia alle superiori, le certificazioni sono in aumento: gli alunni con disabilità seguiti dal sistema comunale di integrazione scolastica sono oltre 2.100.
I numeri mostrano con chiarezza come la disabilità non sia una questione marginale, ma una dimensione trasversale alla vita della città e interroga il modo in cui gli spazi, i servizi e le relazioni vengono progettati e organizzati. A Bologna non mancano esperienze di sensibilizzazione, impegno e attivismo antiabilista volte a trasformare questa consapevolezza in azioni concrete.
Bologna & Disabilità è il portale dell’associazione Rete per l’autonomia – APS (ReA), gestita direttamente da persone con disabilità. Collabora con la Consulta per la disabilità del Comune, promuove i diritti e la partecipazione, raccoglie notizie dalle associazioni del territorio e pubblica un calendario di iniziative ed eventi dedicati.
Il 10 ottobre le strade di Bologna hanno accolto l’edizione 2026 del Disability Pride. In una città attraversata da cantieri e trasformazioni urbanistiche, il tema centrale è stato proprio l’accessibilità. Un concetto che va ben oltre il rispetto formale di norme e prescrizioni: riguarda la possibilità effettiva di muoversi, studiare, lavorare, informarsi e vivere gli spazi pubblici in autonomia. È una questione complessa, che richiede ascolto, confronto e un ripensamento del modo stesso in cui immaginiamo la città. Un tema sul quale si è interrogata anche antigene.info. Il programma dell’edizione 2026 ha individuato quattro aree tematiche fondamentali. La prima è il diritto al lavoro, condizione essenziale per costruire autonomia personale ed economica. Non basta, infatti, favorire l’accesso all’occupazione: occorre garantire un lavoro dignitoso, coerente con le capacità, le competenze e le inclinazioni individuali, anche alla luce del dibattito sulle recenti modifiche alla Legge 68/99, relativa al collocamento mirato e alle categorie protette. La seconda riguarda il diritto all’istruzione e alla formazione. Servono percorsi educativi accessibili a ogni livello, capaci di riconoscere le persone con disabilità come soggetti attivi nella costruzione della conoscenza, e non come semplici destinatarie di interventi di sostegno. La terza è il diritto all’accessibilità degli spazi fisici. L’abbattimento delle barriere architettoniche negli edifici pubblici, negli esercizi commerciali e nei luoghi di aggregazione è condizione indispensabile per muoversi autonomamente e partecipare pienamente alla vita della comunità. Infine, il diritto all’accessibilità digitale. Siti web, servizi informatici e strumenti di comunicazione inaccessibili possono infatti alimentare esclusione e isolamento, impedendo a molte persone di informarsi, utilizzare servizi e partecipare alla vita sociale. Quattro ambiti che restituiscono una visione dell’accessibilità come diritto trasversale: non un accorgimento da introdurre a posteriori, ma un principio da integrare fin dall’inizio nella progettazione degli spazi, dei servizi e delle opportunità.
Altra esperienza significativa è Sistemabile, il progetto nato dall’iniziativa di Eleonora Zoratti insieme al collettivo studentesco FromTheOthers. Il progetto pone al centro una domanda fondamentale: chi può abitare, attraversare e vivere Bologna senza incontrare ostacoli? E, soprattutto, chi viene escluso dal modo in cui la città è progettata e raccontata? Sul sito è disponibile AccessiBO, la mappa dell’accessibilità di edifici aperti al pubblico, negozi, ristoranti e circoli culturali, realizzata in collaborazione con Rete per l’autonomia – APS. La mappatura è il risultato del lavoro di gruppi di volontari formati, che hanno rilevato caratteristiche concrete degli spazi, misurando rampe, porte, gradini e altri elementi rilevanti secondo un metodo strutturato, sviluppato anche nell’ambito di una ricerca di dottorato presso la Scuola Superiore Meridionale. Utilizzando la mappa, cliccando sui singoli luoghi oppure effettuando una ricerca, è possibile consultare fotografie e misure rilevate e filtrare i risultati in base alle proprie esigenze. Perché le disabilità sono molteplici e differenti, così come lo sono le necessità di accesso: ciò che rappresenta un ostacolo per una persona può non esserlo per un’altra. AccessiBO non si limita quindi a fornire informazioni pratiche. Rende visibili caratteristiche degli spazi che spesso rimangono nascoste a chi non incontra quotidianamente quelle barriere. In questo modo, contribuisce a trasformare l’accessibilità da questione affidata alla percezione individuale a tema di conoscenza condivisa e responsabilità collettiva. Oltre alla mappatura della città, Sistemabile promuove un blog e il Laboratorio Antiabilista, un percorso di confronto e condivisione che comprende esperienze personali, letture, discussioni e incontri con attivisti. L’obiettivo è decostruire le discriminazioni legate alla disabilità e creare uno spazio nel quale le persone disabili possano prendere parola, mettere in comune le proprie esperienze e costruire strumenti di partecipazione. È un passaggio importante: contrastare l’abilismo non significa soltanto denunciare le barriere, ma anche mettere in discussione gli stereotipi, i pregiudizi e le abitudini culturali che contribuiscono a produrle. Significa riconoscere alle persone con disabilità il ruolo di protagoniste nell’elaborazione delle soluzioni che le riguardano.
La disabilità non esiste mai isolata da altre dimensioni della vita sociale. Lo sguardo sull’abilismo si intreccia con quello sulle discriminazioni legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere, all’origine e alla condizione sociale. Essere una persona disabile e appartenere a una minoranza sessuale, per esempio, può significare affrontare ostacoli differenti e cumulativi. La storia del gruppo Jump di Bologna, nato per mettere in relazione le tematiche LGBTQIA+ e quelle della disabilità, evidenzia proprio questa dimensione intersezionale: le discriminazioni non agiscono sempre separatamente, ma possono sovrapporsi e rafforzarsi reciprocamente. Una persona può trovarsi così a fare i conti, contemporaneamente, con barriere fisiche, culturali e sociali. Per questo l’inclusione non può essere costruita affrontando ogni forma di discriminazione come se fosse indipendente dalle altre. Occorre considerare le esperienze nella loro complessità e riconoscere la pluralità dei bisogni, delle identità e dei desideri. L’accessibilità, del resto, non riguarda soltanto la possibilità di entrare in un edificio. Riguarda anche la libertà di vivere una relazione, coltivare un’amicizia, trovare un lavoro, partecipare alla vita culturale e costruire una propria dimensione affettiva e sessuale.
È proprio sul terreno dell’affettività e della sessualità che interviene il Comitato LoveGiver – OdV, impegnato nella promozione dell’assistenza sessuale alle persone con disabilità. Il Comitato propone percorsi di formazione per O.E.A.S., operatori all’emotività, all’affettività e alla sessualità, figure professionali preparate ad accompagnare le persone con disabilità fisico-motoria o psichico-cognitiva nell’esplorazione della propria dimensione affettiva, corporea ed erotica. La formazione prevede persone con diversi orientamenti sessuali. Il tema dell’assistenza sessuale alle persone con disabilità è tra i più controversi del dibattito pubblico, ma rappresenta anche uno dei nodi più significativi per una riflessione antiabilista. Chiama infatti in causa un pregiudizio ancora radicato: l’idea che le persone disabili siano asessuate, prive di desiderio o comunque estranee alla possibilità di vivere una sessualità autonoma e soddisfacente. Mettere in discussione questa rappresentazione significa riconoscere che le persone con disabilità sono persone nella loro interezza, con desideri, bisogni, relazioni e aspirazioni che non possono essere cancellati o delegittimati. Significa anche aprire una discussione sui diritti, sul consenso, sull’autodeterminazione e sulle forme di sostegno necessarie affinché ciascuno possa vivere la propria intimità nel rispetto della propria volontà e dignità. Il confronto sull’assistenza sessuale resta aperto e coinvolge questioni etiche, culturali e normative complesse. Ma proprio per questo non può essere liquidato attraverso stereotipi o silenzi.
Le esperienze nate e sviluppate a Bologna mostrano, nel loro insieme, che l’antiabilismo non è soltanto un insieme di principi da affermare. È un lavoro quotidiano che passa attraverso la denuncia delle barriere, la raccolta e la condivisione delle informazioni, la costruzione di reti, l’educazione e la rivendicazione dei diritti. Un lavoro che richiede di ascoltare le persone direttamente coinvolte e di riconoscere loro il potere di contribuire alle decisioni collettive. Perché una città accessibile non è semplicemente una città nella quale sono state eliminate alcune barriere architettoniche. È una città che riconosce la pluralità dei corpi, delle menti e delle esperienze, e che non considera l’inclusione un favore concesso a una minoranza, ma una condizione fondamentale della democrazia. Una città, in definitiva, nella quale nessuno debba chiedere il permesso di partecipare.