Le città sono la salvezza della terra
“Non si salva il pianeta se non si salvano le città” di Giancarlo Consonni, ed. Quodlibet.
“Non si salva il pianeta se non si salvano le città” di Giancarlo Consonni ed. Quodlibet.
La “notizia” biografica dice che Giancarlo Consonni è nato a Milano nel 1943, che è poeta, artista visivo, storico, professore di Urbanista del Politecnico di Milano e che “le sue ricerche spaziano dai processi di formazione della metropoli contemporanea alla cultura architettonica e urbanista, ai caratteri della spazialità in una prospettiva storica e ntropologica, alla teoria e alla pratica del disegno urbano”. A Milano lo conosciamo bene per i suoi sempre colti e puntuali interventi, in particolare su www.arcipelagomilano.org.
In questo suo ultimo libro, attingendo alle origini storiche della città come insediamento umano, si affrontano temi attuali tra i quali: gli abitanti come tessitori di urbanità, la cura dei luoghi come risposta alla crisi riproduttiva della società, la bellezza come interprete della gioia della convivenza comune e non mero esercizio narcisistico e, poiché ogni intervento di trasformazione dell’ambiente è sempre un fare o disfare città e allo stesso tempo tutelare o devastare paesaggi, la necessità di riconquistare una consapevolezza estesa e condivisa di cosa questo comporti in una prospettiva futura, quindi di riportare nell’agenda politica (una politica miope che da tempo si è sganciata dal problema di fare città come insieme di pratiche volte a promuovere la migliore delle convivenze) un modo di assicurare la casa a tutti e, al suo centro, il bene comune.
A proposito del “fare citta” intesa come inscindibile connessione tra la civitas, cioè l’insieme dei cittadini, e l’urbs che è invece l’aggregato fisico, tra tutte le città italiane, nel suo stile sintetico, contenuto e estremamente erudito, Consonni dedica una bella pagina alla città di Bologna:
“Nell’architettura degli spazi aperti pubblici uno dei punti più alti è rappresentato dalla strada fiancheggiata da portici su entrambi i lati. Si tratta di una delle invenzioni più straordinarie della città cristiana, frutto della fusione della strada porticata della romanità antica con il tessuto abitativo. Sulla scia di Louis Kahn, potremmo affermare che la strada porticata della cristianità sia una successione di interni basilicali (con il cielo a farne da volta alla navata principale). In questo modello prediletto da Leon Battista Alberti, rifulge il carattere ospitale dell’architettura urbana.
L’esempio più eloquente è rappresentato da Bologna, i cui quaranta kilometri di vie porticate, oltre a infondere una straordinaria qualità alla città, assumono un alto valore simbolico in quanto risultato di un progetto condiviso e di una lotta tenace, entrambi volti ad affermare un’idea di abitare a suo modo rivoluzionaria. A Bologna i portici continui nell’edificato compaiono grosso modo nella stesa fase storica – i secoli XII e XIII – in cui, come in molte altre città italiane, il paesaggio urbano assumeva l’aspetto di “selva” con un proliferare delle torri gentilizie, veri e propri fortilizi verticali eretti nel corpo urbano dalle famiglie più abbienti “a ostentazione di dovizie e di potenza, a loro schermo e offesa de’ nemici privati, a ostacolo delle leggi vendicatrici”.
Quei portici continui rappresentavano l’opzione opposta alla città “puntaspilli”: non la guerra intestina, ma il dono e i legami basati sulla reciprocità si dimostravano l’unico modo per rendere possibile e feconda la convivenza civile. La rinuncia dei proprietari a una porzione di lotto edificabile fiancheggiante la strada per far posto ai portici veniva infatti ricambiata da un notevole, sinergico accrescimento del carattere accogliente e protettivo della contrada e della città tutta. Fatta salva la specifica personalità di ciascuna, le città italiane presentano non pochi tratti in comune con Bologna. Ma, più nitidamente delle altre, la vicenda bolognese, ci invita a non sottovalutare i molti segnali involutivi che si manifestano nel mondo contemporaneo”.