Gli ecosistemi

Le controgeografie del visibile:

“Un altro Salento”

di Antìgene

Il territorio non coincide mai con la sua immagine. Eppure intere economie locali vengono costruite esattamente su questa confusione: trasformare luoghi complessi in superfici leggibili, consumabili, desiderabili. Il Salento è uno dei casi più evidenti di questa operazione. Negli ultimi anni è stato progressivamente consolidato come brand territoriale: mare, borghi, pietra bianca, ulivi, tradizione, autenticità. Una narrazione efficiente, fotogenica e redditizia. Ma parziale. Dietro la cartolina esiste un’altra geografia.

Una geografia fatta di infrastrutture energetiche, processi estrattivi, crisi ambientali, industrializzazione pesante, consumo di suolo, conflitti territoriali e mobilitazioni locali.

Da questa consapevolezza nasce “Un Altro Salento. Carta non solo turistica”, progetto editoriale e cartografico sviluppato insieme a ECOR Network, Associazione Bianca Guidetti Serra, Edizioni Kurumuny e diversi autori, illustratori e ricercatori territoriali.

La mappa è un lavoro collettivo che si avvale dei testi di Alessandra Cecchi, Camillo Robertini, Emanuele Larini e coinvolge e dà voce a sigle e movimenti del territorio: Movimento NoTap Brindisi, NoTAP Melendugno, comitato Associazioni No Burgesi, il Comitato dei custodi del Bosco d’Arneo. L’ideazione e il progetto grafico è di Alberto Giammaruco, le illustrazioni sono dell’illustratrice Paola Rollo

Più che una semplice mappa, si tratta di un dispositivo di lettura critica.

Se ne parlerà a Bologna giovedì 14 maggio alle ore 19 al Mercato di Campi Aperti in Piazza Lucio Dalla .

Come spiegato nella presentazione pubblicata da ECOR Network, il progetto nasce per “ribaltare la prospettiva” e rendere visibili quei processi che normalmente restano fuori dalla rappresentazione dominante del territorio: grandi impianti energetici, TAP, ILVA, poli industriali, centrali, discariche, consumo di costa, conflitti ambientali e vertenze locali.

La mappa non elimina il paesaggio. Lo ricompone.

Il punto non è sostituire una retorica negativa a una retorica positiva, ma mostrare che il territorio reale è sempre più complesso delle sue narrazioni promozionali. In questo senso la scelta di chiamarla “carta non solo turistica” è già un programma politico. Non un rifiuto del turismo in sé, ma una critica al turismo come monocultura dello sguardo.

Quando un territorio viene osservato soltanto attraverso la lente dell’attrattività, tutto ciò che genera conflitto o complessità tende a essere espulso dal quadro: infrastrutture, servitù energetiche, contaminazioni, processi di privatizzazione, pressione immobiliare, marginalità sociali. La controgeografia lavora esattamente nel verso opposto. Fa emergere la materialità del territorio.

Rimette in relazione elementi che normalmente vengono separati:

  • spiagge e corridoi energetici
  • ulivi monumentali e TAP
  • costa e processi estrattivi
  • turismo e precarizzazione
  • patrimonio paesaggistico e sviluppo industriale

Il risultato è una cartografia che non orienta soltanto nello spazio, ma dentro rapporti di potere. Le mappe tradizionali ci dicono dove siamo. Una controgeografia prova a spiegare dentro cosa siamo immersi. Ed è qui che il progetto salentino diventa interessante anche oltre il proprio contesto locale.

Non parla solo del Salento.

Parla di un problema generale: chi costruisce l’immagine pubblica dei territori? Chi decide cosa diventa visibile, misurabile, raccontabile? In un’epoca in cui città e regioni competono attraverso branding, turismo, attrazione di capitali e storytelling istituzionale, la rappresentazione territoriale è diventata un campo di conflitto. La mappa non è più solo uno strumento tecnico. È infrastruttura narrativa.

E chi controlla la narrativa spesso controlla anche il consenso sulle trasformazioni materiali.

Per questo progetti come “Un Altro Salento” meritano attenzione: non come curiosità editoriale, ma come pratica politica di alfabetizzazione territoriale. Il valore più forte dell’iniziativa non sta solo nell’oggetto cartografico, ma nel metodo che suggerisce. Guardare oltre la superficie.

Leggere i territori come sistemi stratificati di relazioni ecologiche, economiche, infrastrutturali e politiche. Rendere visibile ciò che normalmente viene relegato a nota tecnica o rumore di fondo. In fondo, è una domanda che riguarda anche molti altri territori italiani.

Quali infrastrutture attraversano i nostri spazi senza entrare nell’immaginario pubblico?
Quali conflitti vengono rimossi in nome della competitività territoriale?
Quali pezzi di realtà vengono sacrificati per mantenere intatta la narrazione?

Il Salento qui diventa quasi un laboratorio. Una cartina tornasole, letteralmente.

Non per dire che sotto la cartolina ci sia “la verità nascosta”, ma per ricordare qualcosa di più utile: ogni territorio contiene più livelli di lettura, e la politica inizia spesso proprio dalla capacità di cambiare scala e punto di osservazione. Per anni ci hanno consegnato mappe per arrivare più velocemente a destinazione. Forse ora servono mappe per capire dove siamo finiti.

Fonti

Intervista a Alessandra Cecchi (Associazione Bianca Guidetti Serra) e Alberto Giammarruco (ideatore del progetto)
Alessandra Cecchi e Alberto Giammaruco

Alessandra Cecchi. Romagnola di nascita, laureata a Bologna, ha svolto per anni il mestiere di tecnico della sicurezza nei luoghi di lavoro, dopo una moltitudine di lavori bizzarri e precari. Pendolare dal Salento all’Emilia Romagna, è attiva nell’Associazione Bianca Guidetti Serra e nelle redazioni di La Bottega del Barbieri e di Ecor.Network.

Alberto Giammaruco è Illustratore, art director e grafico. Lavora con acquerelli, penna a sfera, inchiostri e calamaio. Ma tenta di essere uomo del nostro tempo e quindi ha una penna grafica e stampa su forex e dibond. Ha disegnato copertine, illustrazioni, fumetti per l’editoria grande, media e piccola: Palgrave Macmillan, Luiss University press, Rubbettino, Manni. Ha recentemente pubblicato per Kurumuny gli albi illustrati Schiacuddhi e Il manuale dell’Agente Pastanaca e per quiSalento il fumetto Bande a disegni.

Come nasce il progetto e quale vuoto di rappresentazione territoriale sentivate necessario colmare?
La mappa è figlia del bisogno di raccontare una realtà: in una terra di monocultura turistica, foriera di uno sviluppo economico diseguale, in cui ogni rappresentazione è una cartolina edulcorata funzionale alla vendita della destinazione, c’era la necessità di svelare quello che è stato nascosto sotto il tappeto.
L’idea iniziale è stata la creazione di uno strumento di comunicazione, da offrire ai fruitori stabili e temporanei di una terra ricca di contraddizioni, economicamente problematica, geograficamente marginale, dotata di un’affascinante arretratezza e di una depressiva vitalità.
Mappare il brutto accanto al bello è apparso corretto e onesto, necessario a svelare alcune bugie del marketing del territorio. Su queste basi l’ideatore del progetto Alberto Giammaruco ha trovato sponda nella sensibilità dell’editore locale Kurumuny e nella capacità di analisi ed elaborazione dell’Asso. Bianca Guidetti Serra e di Ecor.Network.
In che modo avete selezionato i temi e i conflitti da inserire nella mappa?
La selezione dei temi non è stata così immediata. Le criticità del territorio sono così numerose che, per comprendere tutte le schede descrittive, la mappa avrebbe dovuto assumere le dimensioni di un lenzuolo, decisamente poco maneggevole.
Così, per questa prima stesura abbiamo scelto di soffermarci su 15 casi che abbiamo ritenuto rappresentativi di problematiche che andremo a sviluppare in maniera più ampia nelle prossime edizioni: le nocività industriali, i danni ambientali e sanitari della gestione dei rifiuti e dei reflui, la devastazione cementizia, l’impatto delle infrastrutture dell’economia fossile e quello dell’espansione delle rinnovabili, la condizione dei lavoratori migranti.
Come abbiamo spiegato sulla mappa, questa prima edizione non ha pretese di esaustività.
Non abbiamo affrontato temi quali il Complesso del disseccamento rapido dell’olivo (CoDiRO), l’avvelenamento da pesticidi, la distruzione causata dall’ampliamento della Statale 275, l’impatto del turismo di massa, le servitù militari, lo scempio del patrimonio culturale e molto altro ancora. Ma diamo tempo al tempo, siamo solo all’inizio.
Quali dati, fonti e archivi avete utilizzato per costruire la cartografia?
Per la parte descrittiva abbiamo attinto al grande patrimonio di conoscenza accumulato negli anni – e in alcuni casi nei decenni – dai gruppi, comitati, associazioni, collettivi e persone che hanno creato (e continuano a creare) opposizione dal basso.
Si tratta di un sapere interdisciplinare, capace di mettere in relazione le indagini epidemiologiche, le scienze naturali, la conoscenza delle leggi el’analisi delle politiche pubbliche con l’esperienza diretta, la memoria dei luoghi, l’attenzione vigile al territorio.
Senza questo “archivio vivente” delle lotte ambientali, le schede sul retro della mappa non sarebbero mai state scritte.
Qual è stato il rapporto con comitati, associazioni e realtà locali?
Alcune realtà hanno partecipato alla stesura, in particolare il Movimento NoTap Brindisi, il collettivo NoTap Melendugno, il Comitato Associazioni No Burgesi, il Comitato dei custodi del Bosco d’Arneo. Ma il coinvolgimento si è ampliato soprattutto dopo la stampa della mappa, quando abbiamo potuto mostrare alle altre situazioni qualcosa di concreto su cui lavorare.
Per una fortunata coincidenza, il nostro numero zero ha visto la luce in un momento in cui le realtà ambientaliste salentine si stavano muovendo verso la costruzione di una rete che desse forza ad ogni gruppo locale e collegasse fra loro le singole vertenze.
Era naturale che questi due percorsi, nati indipendentemente l’uno dall’altro, si intersecassero, sulla base delle loro numerose affinità: l’esigenza di informare, l’esigenza di denunciare, ma soprattutto l’esigenza di costruire una visione di insieme di tutte le ferite di questo territorio. Grazie al rapporto con i gruppi di base, stiamo cominciando a ricomporre i frammenti di questa visione che, man mano che prende forma, fa tremare i polsi per la quantità di devastazioni e nocività che attraversano l’intera penisola salentina
Si apre, in questo senso, la prospettiva di un lavoro a lungo termine di ricerca e mappatura, enorme ma necessario, che veda i gruppi di base e la redazione della “Carta non solo turistica” lavorare in stretta sinergia.
La collaborazione prende forma anche nelle presentazioni pubbliche della mappa, che diventano occasione per comitati e associazioni di approfondire temi e aggiornare le popolazioni direttamente colpite. Fra l’altro, nei primi affollatissimi incontri pubblici abbiamo raccolto ulteriori segnalazioni di disastri, richieste di approfondimenti e di nuove iniziative, ampliando la rete delle relazioni con persone che han già prodotto conoscenza e mobilitazione sul territorio.
Come avete affrontato il rischio di trasformare anche la “controgeografia” in un nuovo racconto semplificato del territorio?
Ogni mappa è, per sua natura, un’operazione di semplificazione, un’immagine che cerca di rendere più facilmente comprensibile allo sguardo una realtà che si vuole mostrare. Nel caso della “Carta non solo turistica”, ciò che si vuole mostrare non è semplice.
Le devastazioni del territorio, sia che avvengano attraverso la chimica che attraverso le ruspe, hanno una miriade di conseguenze – sanitarie, ecosistemiche, climatiche, idrogeologiche, economiche, legali – che spesso si intrecciano fra loro.
Su una stessa zona possono gravare, per esempio, gli effetti di diverse fonti di nocività che espongono le forme di vita ad insiemi complessi e cumulativi di inquinanti. Su una stessa zona possono gravare sull’assetto idrogeologico il peso del cemento selvaggio e le conseguenze degli incendi sull’erosione. La mappa può diventare uno strumento per rendere più facilmente leggibili queste relazioni, attraverso delle edizioni tematiche.
C’è poi la necessità di costruire una visione complessiva che possa far comprendere nel suo insieme la magnitudine e la multiformità dell’attacco del profitto contro il territorio.
Se dunque la mappa è un’operazione di semplificazione, l’insieme delle mappature tenta di restituire la complessità.
La mappa è pensata come prodotto editoriale finito o come piattaforma aperta e aggiornabile?
Le informazioni riportate sulle schede della mappa mutano col tempo e questo implica necessariamente delle edizioni successive.
Inoltre abbiamo già ricevuto richieste di mappe “monografiche” focalizzate sulle singole città a forte impatto industriale, sulle nocività da rifiuti, sugli scempi nelle aree protette, oppure sulle realtà che praticano dal basso un modello diverso di vita, di agricoltura, o di produzione/condivisione di energia.
Infine, un altro possibile sviluppo potrebbe consistere nell’affiancare al formato cartaceo una versione sul web, utile per superare alcuni limiti. Per esempio, nella “Carta non solo turistica” ogni caso segnalato sulla mappa corrisponde ad una scheda sul retro, che cerca di descrivere in poche righe i rischi di quella fabbrica, di quella discarica, di quel gasdotto. Poche righe assolutamente insufficienti ad esprimere tutto quello che ci sarebbe da dire. Una versione web permetterebbe di collegare ogni punto sulla mappa anche a tutto l’insieme della conoscenza prodotta su quella criticità, permetterebbe alle realtà di base di curare direttamente gli aggiornamenti, oltre che diffondere le loro iniziative.
Ovviamente, la versione web non sarebbe sostitutiva del cartaceo. Perché il web è bellissimo, ti permette di entrare in contatto con persone meravigliose che leggono le tue mappe dall’Australia. Ma noi, le mappe, abbiamo bisogno di darle ai nostri vicini di casa, quelli che vivono nelle “zone di sacrificio”.
Che ruolo hanno avuto artisti e designer nella costruzione del linguaggio visivo?
L’aspetto creativo è stato fondamentale per la costruzione di un prodotto editoriale capace di raccontare, incuriosire, creare suggestione. Alberto Giammaruco è un graphic designer e Art Director e ragionare su naming, progetto grafico originale, brief creativo per l’illustratrice Paola Rollo è stato naturale. L’illustrazione di testata e la rappresentazione cartografica sono scelte creative che hanno permesso di costruire un prodotto editoriale accurato ma non tecnico, preciso ma non rigoroso e dalla resa piuttosto calda e narrativa. L’origine salentina di entrambi ha impastato di emozione la carta.
Avete incontrato resistenze istituzionali, difficoltà di accesso ai dati o opacità informative?
Al di fuori di quanto già pubblicato sui siti ufficiali, noi non abbiamo chiesto informazioni a soggetti istituzionali. Sappiamo però che dei cari compagni impegnati nella difesa ambientale devono redigere sovente richieste di accesso agli atti per farsele dare.
Questo ci fa pensare che non sia così immediato ottenerle.
Pensate che questo modello possa essere replicato in altri territori italiani?
Certo. La mappa è uno strumento duttile che può essere adattato ad ogni territorio, modulandola in base alle contraddizioni specifiche.