Le culture

Il Premio Bologna contro la Censura

La città laboratorio del silenzio.

Da tempo non esiste in Italia la libertà di espressione sancita dalla Costituzione e ad oggi una consistente e variopinta minoranza consapevole la esercita comunque resistendo ai diktat e organizzando iniziative culturali e politiche che riaprono spazi di vera democrazia.

La censura ha assunto caratteri di vera e propria censura di guerra, con l’intervento diretto di agenzie e poteri che premono sul governo italiano e sulle istituzioni locali per vietare la proiezione di film, il dibattito ed il confronto che si tratti di guerra nel Donbass, di espansione della Nato o di genocidio e deportazione della popolazione palestinese il risultato è sempre lo stesso: non si deve poter parlare o rendere pubblica una visione differente da quella propagandata dai media di regime.

La città di Bologna è stata da subito in prima linea nella censura di guerra: il caso Villa Paradiso, assurto ai disonori della cronaca nazionale ed internazionale, è stato solo l’avvio di uno stillicidio di azioni repressive miranti ad azzerare la possibilità di dibattere dal basso e l’idea stessa di azione culturale e politica consapevole sui territori in cui si vive e lavora.

A tutto questo associazioni, comitati e reti di cittadini hanno risposto organizzandosi continuando a tessere relazioni e rendendo il distacco e la delegittimazione delle “istituzioni” e della “politica” di fatto “tangibili”. I servi politici e mediatici per questo si sono trasformati in censori incattiviti aumentando la loro ferocia repressiva nei luoghi della resistenza cittadina, con il controllo dei comportamenti nelle smart city, le minacce di ritorsioni, la revoca delle convenzioni: tutte spie di un potere che sta franando e che per questo è disposto a tutto, a distruggere ogni fermento sociale e ogni risposta culturale e politica alla sua deriva.

In questo clima di delegittimazione del dissenso, bollato come “putiniano” dove l’obiettivo reale appare essere l’eliminazione di spazi fisici di democrazia partecipata l’associazione “Partita Aperta”, nata nel 2025 come prosecuzione delle attività del Coordinamento Paradiso, pone al centro la difesa delle libertà costituzionali minacciate da derive autoritarie celate da una facciata democratica.

Ci opponiamo al sostegno a regimi imperialisti, all’industria bellica ed al concetto di “guerra ibrida” vedendo nella censura uno strumento per imporre la propaganda di guerra e soffocare le voci critiche, a beneficio di oligarchie neoliberiste in declino.

In considerazione del crescente e preoccupante clima di censura, il Coordinamento Paradiso/Associazione Partita Aperta, con altre realtà antagoniste, ha organizzato una conferenza-dibattito pubblico sul tema e ha istituito il “Premio Bologna contro la Censura” .

Inoltre, nell’ottica di un coordinamento unitario tra tutte le realtà di Bologna impegnate nella difesa degli spazi democratici, nella promozione della cittadinanza attiva e nella garanzia di un dibattito pubblico libero e informato, invitiamo tutti a unirvi a noi nell’organizzazione e nella gestione di questa iniziativa:

Proposta per la costruzione di un “Consiglio Cittadino”

Mentre molte analisi si limitano a descrizioni superficiali o si focalizzano unilateralmente su geopolitica e rapporti di forza, riteniamo che la guerra di questo secolo sia ormai “totale” e inedita. Essa non è solo conflitto armato, ma il frutto disperato di un sistema sociale distruttivo e contrario agli interessi di tutti i popoli, che tenta di perpetuarsi. Da un lato, un impero occidentale in declino barbarizza il pianeta; dall’altro, un embrionale ordine multipolare si contrappone con modalità ancora da definire.

L’elemento decisivo che caratterizza la nostra epoca è però l’attacco senza precedenti alle condizioni di vita e al pensiero autonomo di individui e comunità. È sempre più evidente come agglomerati cosmopoliti di una classe dominante finanziaria e nichilista intendano trasformare vaste masse globali in “equipaggi sacrificabili” per i loro interessi. Questa è una guerra più lunga e terribile di quelle di classe del passato, perché lega indissolubilmente la degradazione socio-economica alla devastazione mentale.

In un paese “socialmente spolpato” e “a natalità impedita” come l’Italia, questo quadro assume declinazioni particolarmente violente. Da decenni laboratorio di politiche antipopolari bipartisan, l’Italia vede oggi coronare questo processo con la censura di guerra e la repressione dell’espressione, accelerata dal 2020 in poi. Tale azione di logoramento ha prodotto una profonda perdita di legittimità delle istituzioni agli occhi della maggioranza della popolazione lavoratrice, resa muta ma non ancora totalmente livellata.

Organizzarsi, quindi, non è più una scelta, ma una necessità per la sopravvivenza comunitaria. Di fronte al collasso delle forme tradizionali di rappresentanza politica e sindacale, anche a Bologna si pone il compito di collegare e far parlare davvero le forze che si oppongono a questo stato di cose. Non servono formule effimere o impraticabili, ma nuovi organismi orizzontali di rappresentanza politica e sociale – chiamiamoli “consigli cittadini”, “comitati di azione comune” o “aggregazioni di scopo” – in cui tutti possano riconoscersi e impegnarsi liberamente.

Le realtà di opposizione che condividono questa diagnosi generale non devono perdere tempo in sterili dibattiti per l’egemonia teorica. La proposta è concreta: costruire da subito un organismo di collegamento tra le varie aggregazioni che si riunisca regolarmente per decidere azioni comuni, lotte territoriali congiunte e iniziative culturali rivolte a cittadini che non ci conoscono. Ogni realtà cittadina (associazione, gruppo, comitato, aggregazione politica o sindacale, ecc.) continuerà il suo specifico lavoro, ma si impegnerà collettivamente a selezionare e portare avanti una o più iniziative caratterizzanti, presentandosi come “consiglio”. Questo permetterà di rivolgersi a un pubblico più vasto con un’impronta generalista e comunitaria, potenzialmente rappresentativa di strati popolari ed ex classi medie impoverite,  senza ricadere nei modelli organizzativi di carattere politico e sindacale fallimentari del passato.

Si tratta di re-inventare la comunità politica dal basso, partendo dalla condivisione di un’urgenza e dalla volontà di agire insieme, qui e ora.

Intervista a Partita Aperta
Associazione Partita Aperta
In che modo oggi si manifesta concretamente, secondo voi, la limitazione della libertà di espressione in Italia? Ci sono episodi o dinamiche ricorrenti che ritenete particolarmente significative?
Banalmente instillando la paura nell’immaginario delle persone che devono sentire attaccato e precario il proprio spazio di sopravvivenza. Questo si realizza saturando la comunicazione con la cronaca nera, la sicurezza, la guerra non dichiarata ma “ibrida”, il tutto per poter assumere, a livello governativo, decisioni che incidono direttamente o indirettamente sulla quotidianità e sulla capacità di espressione critica delle persone indotte a preoccuparsi di altro piuttosto che della realtà e della perdita sempre più ampia dei propri diritti costituzionali.
Il denominatore comune delle dinamiche censorie è la stigmatizzazione e demonizzazione di un personaggio, un concetto, una iniziativa, al fine di condizionare psicologicamente la popolazione per farle accettare come plausibile, ovvia e di buon senso qualsiasi decisione o analisi dei fatti. Si pensi agli interventi legislativi atti a definire come reato una opinione contraria alle azioni di uno stato o etnia (DDL Gasparri sull’antisemitismo). Oppure la negazione del diritto ad esprimere la propria opinione con l’allocazione in categorie ad hoc utilizzate per identificare presunti nemici (“filo putiniani” o “ProPal”).
Come può essere tutelato il pluralismo delle opinioni nei contesti di guerra e conflitto internazionale, evitando allo stesso tempo semplificazioni o polarizzazioni?
“Taci il nemico ti ascolta” era un manifesto affisso durante la guerra che colpiva per la sua perentorietà. Ma chi è il nemico ? chi ti ascolta o chi ti incute paura se semplicemente apri bocca. Parlare di pluralismo delle opinioni nel corso di una guerra penso sia una contraddizione nel senso che due belligeranti, con le rispettive motivazioni, non potranno mai riconoscere e garantire un confronto plurale di opinioni sarà sempre responsabilità dell’altro. Per tutelare il pluralismo, occorre avere la capacità di discutere delle molteplici cause che hanno indotto o determinato il contesto di guerra ed in particolare: le motivazioni economiche, sociali e politiche che storicamente sono sempre state alla base dell’insorgenza dei confronti bellici. Bisogna pertanto cercare di essere obiettivi nelle valutazioni ed acquisire informazioni e fatti da fonti diversificate, per avere una base ottimale di valutazione super partes degli eventi oggetto del confronto. Non a caso lo stato di Israele, per non far acquisire le informazioni relative al genocidio dei palestinesi si sono premurati di impedire o eliminare fisicamente chi potenzialmente poteva fornirle: i giornalisti inviati di guerra.
Quale ruolo dovrebbero avere le istituzioni locali nel garantire spazi di dibattito pubblico su temi controversi? Dove dovrebbe collocarsi, secondo voi, il confine tra regolazione e censura?
Quello di fornire spazi per agevolare il dibattito pubblico su temi controversi quali la guerra, le spese per armamenti, lo stato sociale ed altro, ed essere garanti del pluralismo e del confronto tra idee differenti poiché è proprio da questi che possono trarre indicazione per una migliore ed equa gestione dei beni pubblici e di quale sia il reale orientamento dell’opinione pubblica. Purtroppo, l’appartenenza a schieramenti politici sostanzialmente indistinguibili (destra/sinistra), almeno per l’adesione al concetto fideistico di democrazia, contrapposto alla partecipazione ed al sostegno di interventi bellici illegittimi (ex jugoslavia, Donbass, Iraq, etc.) qualifica i nostri politici come neoliberisti bellicisti. In questo contesto parlare, a livello locale, del confine tra regolazione e censura risulta difficile visto che di fatto, il sempre più pressante messaggio dell’ormai ineludibile “guerra ibrida”, porta di fatto alla sempre maggiore limitazione degli spazi di discussione libera. Per questo è necessario rivendicare il proprio diritto ad esprimere liberamente il proprio pensiero e chiedere con forza alle amministrazioni locali spazi per confronti pubblici.
Che significato attribuite al caso Villa Paradiso all’interno della storia recente di Bologna? È un episodio isolato o rappresenta una tendenza più ampia?
Il caso di “Villa Paradiso” è un esempio eclatante di chiusura e negazione degli spazi fisici appartenenti alla comunità (le Case di Quartiere ne sono un esempio) e a realtà organizzate, tra le quali Partita Aperta – ex Coordinamento Paradiso, in grado di esprimere in esse forme di democrazia partecipativa diretta. Nello specifico, la recente presentazione da parte dell’amministrazione comunale di Bologna, del progetto di riorganizzazione dei quartieri va esattamente nella direzione di una sempre più ampia diminuzione della concessione di spazi di partecipazione democratica diretta e di contenimento dell’autonomia decisionale dei quartieri. Infatti numerose competenze prima appannaggio dei Consigli di Quartiere saranno centralizzate con una oggettiva limitazione del confronto democratico sui temi sociali più vari.
In che modo associazioni e reti civiche possono difendere le libertà costituzionali senza chiudersi in ambiti autoreferenziali? Quali strategie di apertura alla città ritenete più efficaci?
Molti cittadini, delusi dalla politica e dalle forme organizzative dei partiti, non riescono più ad aggregarsi e fare fronte comune perché i legami collettivi, indeboliti dal dilagante consumismo ed estremo individualismo, sono difficili da ricostruire.
L’autoreferenzialità è purtroppo una caratteristica negativa di molte realtà antagoniste che, nel momento di confronti politici atti ad unificare le forze in campo, rivendicano quanto da loro fatto senza lasciare spazio alla definizione di quello che si potrebbe fare. La strategia di apertura alla città dovrebbe dunque partire dal ritrovamento del senso di comunità, di solidarietà, di partecipazione e condivisione dei bisogni ai quali le varie associazioni e reti civiche potrebbero rispondere ciascuna secondo le sue specifiche capacità di intervento radicandosi sempre di più nelle realtà periferiche. Per questo l’associazione Partita Aperta propone e sollecita i gruppi con cui ha collaborato e anche altri con cui ci può essere un minimo terreno comune, ad unire gli sforzi e realizzare un “consiglio cittadino” in grado di raccogliere le istanze di base dei cittadini provenienti da vari ambiti, facendole proprie per rappresentarle.
Qual è l’obiettivo principale del “Premio Bologna contro la Censura”? Stimolare consapevolezza, creare alleanze, produrre analisi, o tutte queste cose insieme?
L’obiettivo del premio è: evitare l’allocazione nelle categorie “pro o contro”, utilizzate per vanificare qualsiasi tentativo di contrasto politico che non sia conforme al “pensiero unico”; cercare di fornire una rappresentazione aderente ai fatti ed alternativa della realtà. Esso è inoltre uno strumento di forte denuncia delle limitazioni all’espressione del libero pensiero qualsiasi contesto si consideri. Infatti prescindendo dall’ambito considerato quello che si rivendica è la libertà di esprimere quello che si pensa così come garantito dall’articolo 21 della Costituzione e dall’articolo 19 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. La lotta contro la censura non smette di essere attuale (dal caso della proiezione del film “il Testimone” a Villa Paradiso al caso D’Orsi a Torino) ed è proprio su queste basi che siamo certi di stimolare consapevolezza, riuscire a creare alleanze e produrre analisi.
Come si può distinguere, nel dibattito pubblico, tra contrasto alla disinformazione e limitazione del dissenso? Quali criteri ritenete utili per evitare che questa distinzione diventi ambigua?
La disinformazione fornisce rappresentazioni di fatti filtrandoli e ricostruendoli sulla base di una visione di parte nascondendo e travisando in tal modo l’oggettiva realtà. Intervento che può essere fatto direttamente o con l’ausilio dell’IA. Il dissenso è il risultato di un confronto dialettico diretto che non ha nessuna mediazione ovvero non si condivide la rappresentazione dei fatti data dall’interlocutore. Avendo ben chiare queste definizioni appare evidente che, nel dibattito pubblico, solo se si basa il confronto su dati oggettivi provenienti cioè da fonti di informazione diversificate e plurali, è possibile distinguere e togliere ambiguità alla distinzione tra i due termini. Quindi informazioni corrette e complete e contrasto alla disinformazione con una vita culturale attiva, nei luoghi preposti al dialogo come le università, che dovrebbero essere un porto franco di discussione e di confronto. Non c’è un algoritmo che si possa sostituire alla vita democratica ed al confronto dialettico diretto.
Che ruolo possono avere cultura, cinema e luoghi fisici di incontro nel mantenere viva una democrazia partecipata in un contesto sempre più digitalizzato?
Le tecnologie digitali, supportate dagli algoritmi di “Intelligenza Artificiale”, sono finalizzate al controllo attraverso la virtualizzazione dei comportamenti soggettivi. Questo consente ampi margini di limitazione delle libertà personali e la codifica digitale, la rappresentazione ed identificazione, su basi statistiche, di buona parte del nostro essere biologico e dei nostri comportamenti. Gli esseri umani però non sono perfetti, ed hanno enormi capacità di trattare il reale ed esserne condizionati, anche in modo innato – cioè al di sotto del livello cosciente, che non è incosciente, ma inconscio; pensiamo agli artisti, ed all’espressione molteplice delle capacità artistiche. È fondamentale, per salvaguardare queste ed altre capacità, mantenere vivo il senso di comunità dove l’apprendimento può essere mediato dalle conoscenze trasmesse oralmente, dall’interazione di attitudini, abilità e sensibilità differenti. Partita Aperta sostiene per questo e con forza la valenza formativa e di crescita politica e culturale possibile nei luoghi fisici di incontro contrapponendosi a tutti gli interventi censori che impediscono le rappresentazioni artistiche.