La democrazia sfrattata
Affitti fuori scala, salari insufficienti e politiche urbane contraddittorie stanno trasformando le città in dispositivi di selezione sociale.
Quanto spazio resta davvero nelle città per chi ci vive senza ereditare patrimoni, rendite familiari o paracaduti immobiliari?
La nuova inchiesta di IrpiMedia, all’interno del progetto europeo The Housing Games, smaschera una verità scomoda: l’aumento strutturale degli affitti non produce solo disagio economico. Produce un meccanismo di espulsione feroce che colpisce soprattutto chi fa funzionare la città.
L’espulsione non è immediata né spettacolare. È progressiva, subdola, inesorabile. La città non caccia: logora, restringe, rende la permanenza sempre più impraticabile. La forza di questa inchiesta è soprattutto visiva: attraverso mappe e dati interattivi restituisce con chiarezza la dimensione della spirale di esclusione sociale e geografica già in atto.
E no, non si tratta di una distorsione temporanea né di una crisi passeggera. È l’effetto coerente di un modello di sviluppo urbano che ha scelto di trattare la casa come un asset finanziario e non come un’infrastruttura sociale. Un modello che nasce dal disinvestimento del governo Meloni sull’edilizia pubblica, ma che trova piena continuità nei modelli di sviluppo urbano promossi da molte amministrazioni di centrosinistra: speculazione edilizia, turistificazione dei centri storici, crescita incontrollata degli affitti brevi.
È qui che emerge una contraddizione politica profonda. Da un lato, la legittima denuncia dell’assenza di politiche nazionali per la casa. Dall’altro, pratiche locali che alimentano esattamente i processi che rendono le città sempre meno abitabili per chi vive di lavoro. Il risultato è una città che consuma il proprio capitale umano, indebolisce la propria coesione sociale e compromette la propria resilienza futura.
Quando questo equilibrio si spezza, non perdiamo solo abitanti.
Perdiamo intelligenza collettiva, democrazia urbana, futuro.