Le elezioni comunali del ’27

di Hansy Lumen

Nelle elezioni del 2027 Bologna entrò ufficialmente nella sua fase più coerente. Dopo anni di affluenza in picchiata, il Comune reagì con serietà istituzionale. Prima lanciò la campagna “Partecipa anche tu”. Non funzionò. Poi arrivò “La democrazia sei tu”. Peggio. Infine, probabilmente per sfinimento semantico, qualcuno in una stanza di Palazzo d’Accursio pronunciò la frase che cambiò la storia civica: “Se nessuno vuole votare, allora candidiamoci tutti.” Fu presa come metafora. Purtroppo venne verbalizzata e si candidarono in 189.412. Un dettaglio colpì osservatori e commentatori internazionali: tra tutti i candidati risultavano esclusivamente uomini. Alla chiusura delle candidature, i giornali locali titolarono: “Partecipazione record, sorprendente convergenza genderizzata.” Le poche persone che facevano notare l’assenza totale di candidate ricevevano risposte rassicuranti: “Non è esclusione, è saturazione partecipativa.” Oppure: “Le donne non sono assenti, stanno contribuendo in forme non immediatamente elettorali.”

Gli unici uomini a non candidarsi furono un cane corso, che ottenne comunque 11.000 follower e venne invitato a un confronto pubblico, e Hansy Lumen, che dichiarò di non voler entrare “in quelle dinamiche testosteroniche”. La città cambiò immediatamente forma. Ogni condominio presentò almeno sette candidati ufficiali e due scissioni interne. I gruppi WhatsApp di quartiere implosero sotto il peso di programmi elettorali in PDF. Un signore del terzo piano si candidò con la lista monotematica Silenzio & Decoro.

Le piazze si riempirono di banchetti elettorali fino a rendere impossibile camminare senza firmare almeno tre liste civiche e ricevere due spillette.

Via Indipendenza divenne un corridoio di micro-comizi permanenti:

“Meno panchine, più sicurezza!”, “Ripensare la sicurezza come ecosistema educativo!”
“Degrado sì, ma con decoro urbano!”, “Sicurezza no, tassa di soggiorno sì!”

Il confronto televisivo finale tra i 189.412 candidati durò 73 giorni. Per semplificare la scheda elettorale, il Comune stampò un pieghevole di 642 pagine. I cittadini, entrando al seggio, ricevevano: 1 matita copiativa, 1 borraccia, 4 snack energetici, 1 tutorial cartografico.

Lo scrutinio richiese l’intervento della Protezione Civile, di due archivisti vaticani e di un algoritmo sviluppato al Tecnopolo. Il risultato finale fu sorprendente.

Con 1 voto, venne eletto sindaco un uomo di nome Paolo, residente in zona Barca, che non ricordava nemmeno di essersi candidato. Aveva compilato il modulo online per errore, cercando di prenotare un appuntamento all’anagrafe. Il suo unico voto proveniva da sua zia, convinta di stare pagando una multa del nipote. Paolo provò a rinunciare, ma il regolamento elettorale aggiornato in emergenza prevedeva che chiunque ottenesse almeno un voto fosse giuridicamente obbligato a governare. Il giorno dell’insediamento dichiarò: “Non ho un programma. Vorrei solo capire dove si paga il parcheggio.”. Fu considerato il discorso politico più onesto degli ultimi quarant’anni.

L’affluenza, paradossalmente, raggiunse il 100%. Non per entusiasmo democratico, ma perché ogni candidato era obbligato a votare almeno sé stesso. Bologna celebrò l’evento come una vittoria della partecipazione. Gli editoriali parlarono di “nuovo paradigma civico distribuito e partecipato”.

Nessuno capì bene cosa significasse, ma sembrava rassicurante. Da allora, in città, il confine tra elettore ed eletto scomparve definitivamente. L’editoriale conclusivo di Repubblica sintetizzò perfettamente lo spirito dell’evento: “Bologna ha dimostrato che, se necessario, ogni uomo può diventare sindaco. Anche contemporaneamente.”

Il problema della rappresentanza non fu risolto. Ma venne discusso da moltissimi candidati.

Tutti uomini, naturalmente