L’evento temporaneo Vs. il disastro permanente
Riti solenni, retorica della legacy e cantieri eterni: come l’eccezione diventa sistema e il territorio resta con il conto.
Dai che ce l’abbiamo fatta anche stavolta a chiamare “evento” un gigantesco esperimento di stress urbano e ambientale. Con il consueto rito propiziatorio: una fiamma, molte bandiere, un’aria solenne e quella sensazione precisa che qualcosa, da qualche parte, stia già cedendo strutturalmente. Quando si infiamma il braciere della retorica è il climax.
Il Papa fa il suo appello al cessate il fuoco che fa notizia mentre la notizia vera cioè che l’appello del Papa nessuna lo ha recepito va in secondo piano.
Le immagini di montagne pure, neve immacolata, atleti levigati dalla narrazione ma fuori inquadratura cannoni della neve artificiale e montagne sbucherellate dai cantieri. Strade provvisorie che diventeranno definitive, strutture temporanee che resteranno per sempre, varianti in corso d’opera con una propria autonomia morale. La narrazione della “Legacy” vuole che tutto questo serva ai territori. Nella pratica sul territorio restano solo debiti pubblici, impianti inutilizzati o sottoutilizzati. Aumento del costo della vita, gentrificazione, espulsione dei residenti. Servizi ordinari sacrificati per finanziare l’eccezionalità. A beneficiare sono i grandi costruttori, le concessionarie di infrastrutture, i fondi immobiliari, quelli che chiamano “rigenerazione” l’estrazione di valore. Vincono i consulenti, i general contractor, i professionisti dell’emergenza permanente. Vincono tutti i partiti che trasformano l’evento in una filiera di consenso. Una macchina clientelare ad alta efficienza, socialmente presentabile, moralmente inattaccabile. Dentro ci stanno appalti, subappalti, incarichi fiduciari, nomine “tecniche”. Ogni opera genera relazioni, ogni relazione genera riconoscenza, ogni riconoscenza può diventare appoggio, finanziamento, voto. Per questo criticarle equivale a essere contro lo sport e contro la nazione.
Sui territori restano meno residenti, espulsi lentamente dalle morse speculative, restano le conseguenze immediate e durature di consumo massiccio di suolo, resta la deforestazione per creare piste e accessi e resta l’enorme produzione di rifiuti da costruzione e gestione degli eventi.
Perdono i servizi pubblici, drenati per alimentare l’evento e piegati a logiche di flusso olimpico. E quando le luci si spengono, quando l’evento torna a essere passato prossimo e la retorica si sposta altrove, resta il conto. L’evento se ne va, l’eccezione diventa regola, l’emergenza si normalizza. E mentre ci dicono che è stato un successo, scopriamo che il successo non prevedeva di restare. Noi sì.