Maccabi–Virtus a Bologna: Cui prodest?

di Hansy Lumen

La partita tra Maccabi Tel Aviv e Virtus Bologna, programmata nel capoluogo emiliano tra misure di sicurezza eccezionali, è diventata molto più di un evento sportivo. È diventata un dispositivo politico. Un acceleratore di polarizzazione utile a più attori istituzionali, a scapito dell’ordine pubblico, dei costi sociali e della responsabilità che tradizionalmente ha regolato i rapporti sportivi internazionali.

Un siparietto perfettamente utile

Negli ultimi anni, la gestione di eventi ad alto rischio è diventata un campo di posizionamento identitario. Il sindaco di Bologna ha potuto muoversi in uno spazio ambiguo ma politicamente redditizio: da un lato ribadire la necessità di garantire il match per “rispetto delle regole sportive”, dall’altro lasciar filtrare — e perfino enfatizzare mediaticamente — un clima di sensibilità verso la causa palestinese, molto radicato nella città.

Il risultato è un doppio dividendo simbolico:

  1. Rassicurare l’elettorato progressista mostrando attenzione al contesto internazionale e al dramma di Gaza.
  2. Rivendicare serietà istituzionale difendendo lo svolgimento della partita, come se si trattasse di un dovere di civiltà.

È una postura che non risolve il conflitto, ma lo rende gestibile politicamente. Anzi: lo rende utile.

Piantedosi e l’ordine pubblico come teatro

Sul fronte opposto, il Ministero dell’Interno trae un vantaggio speculare. Per Piantedosi, ogni tensione potenziale, ogni protesta e ogni misura straordinaria di sicurezza diventano materiale perfetto per ribadire due messaggi:

  • che il governo è l’unico argine al caos;
  • che ogni mobilitazione filo-palestinese può essere letta — e fatta percepire — come minaccia.

L’ordine pubblico, anziché fine, diventa mezzo. E la partita, anziché rischio, diventa occasione per dimostrare forza, alimentare paura e rafforzare la narrazione securitaria.

Ogni scontro, ogni carica, ogni tensione mediatica diventa capitale politico.

Un breve sguardo storico: perché alcune nazioni vengono escluse

L’episodio riaccende una questione che lo sport internazionale ha affrontato ciclicamente: la partecipazione di squadre o atleti provenienti da paesi coinvolti in crimini di guerra o violazioni sistematiche dei diritti umani.

Le esclusioni non sono mai state soltanto “morali”: sono nate come misure di prevenzione concreta.

Le ragioni originarie delle esclusioni

  • Ridurre il rischio di incidenti e violenze sul territorio ospitante.
  • Evitare costi ingestibili di sicurezza per società sportive, amministrazioni e governi.
  • Proteggere gli atleti stessi da contesti ostili o pericolosi.
  • Ribadire un principio di minima responsabilità internazionale, anche se sempre applicato in modo diseguale.

Dal Sudafrica dell’apartheid alla Jugoslavia degli anni ’90, la regola implicita era chiara: evitare confronti ad alto rischio non è solo una questione etica, ma di sicurezza e sostenibilità.

Il paradosso attuale

Nel caso del Maccabi, invece, si sceglie deliberatamente di ignorare questa tradizione, mentre allo stesso tempo si alimenta un clima di conflitto che richiede proprio quelle misure straordinarie nate per essere evitate.

È un capovolgimento della razionalità storica:
prima si produce la tensione, poi si festeggia la gestione della tensione.

Una polarizzazione su misura, non sulla realtà

Il dibattito pubblico si è immediatamente trasformato in una trappola binaria: pro-Maccabi o anti-Maccabi, pro-Israele o pro-Palestina, ordine o caos. Ma questa polarizzazione non è nata spontaneamente: è stata costruita.

E, soprattutto, è totalmente asimmetrica:

  • è utile alle parti politiche in gioco, che ottengono visibilità e consenso identitario;
  • è dannosa per la città, che deve sostenere costi enormi in sicurezza, deviazioni, chiusure, impieghi di forze dell’ordine e tensioni sociali.

Il paradosso è che chi dovrebbe prevenire conflitti, li tiene in vita; chi dovrebbe minimizzare la polarizzazione, la massimizza; e chi dovrebbe garantire una serena gestione dell’ordine pubblico, lo trasforma in spettacolo politico.

In conclusione: un conflitto che non serve allo sport, ma serve alla politica

La partita Maccabi–Virtus dimostra quanto lo sport sia diventato un terreno di proiezione politica e quanto la polarizzazione sia ormai una risorsa governata e coltivata.

  • Il sindaco ottiene la sua narrazione di città sensibile e civile.
  • Il ministro ottiene la sua narrazione di Stato forte contro il disordine.
  • Le forze politiche ottengono materiale per alimentare le proprie identità.
  • L’ordine pubblico paga il conto. E lo paga salato.

Il risultato è una partita che, ancora prima del fischio d’inizio, ha già compiuto la sua funzione: non sportiva, ma simbolica. Una funzione che costa, e che ricade sempre su chi la città la vive davvero: residenti, lavoratori, tifosi, manifestanti, agenti, e una collettività stanca di essere terreno di scontro per esigenze narrative che non le appartengono