Quando Stonehenge prende il 27
Blocchi di pietra, pensieri leggeri: come l’arte pubblica è diventata un mobile d’arredo con ambizioni cosmiche.
C’è un momento, nella vita di ogni città, in cui qualcuno in Comune guarda una piazza storica e pensa: manca qualcosa. Una fontana? No. Un prato?
La risposta è come un riflesso pavloviano: mettiamoci dei megaliti!. Ed eccoli lì, in Piazza Maggiore. Blocchi di pietra piazzati con l’aria di chi vuole dire qualcosa di profondo, ma senza ricordarsi esattamente cosa. Un’installazione che sembra arrivata direttamente da un catalogo intitolato “Arte Pubblica Vol. 3: Spiritualità Neutra per Contesti Urbani”.
Originalità, questa sconosciuta
Il problema non è che siano brutti o cosa. Il problema è che sono già visti, consumati, digeriti e restituiti dal metabolismo globale dell’arte pubblica. I megaliti sono all’arte contemporanea quello che il poké bowl è alla ristorazione urbana: sembrano moderni, ma sono già stanchi.
Li abbiamo visti a Stonehenge, certo, dove almeno avevano una funzione rituale e astronomica. Abbiamo poi visto quelli di Richard Long in versione minimal, che li usa per dialogare col paesaggio, non per arredarlo. Li abbiamo incontrati nelle opere di Heizer, Serra, Plensa, dove la monumentalità aveva ancora una tensione, un rischio, una domanda aperta.
Qui no. Qui sembrano dire: “Siamo arte, fidati!“ con la stessa convinzione di una panchina disegnata da un architetto che odierebbe sedervisi.
E’ l’arte pubblica come deodorante urbano
Questa operazione rientra perfettamente in una categoria ben precisa: l’arte pubblica deodorante.
Non disturba. Non divide. Non prende posizione. Non dialoga davvero con il contesto storico, sociale o politico della piazza. Serve a profumare l’aria mentre sotto scorrono traffico, turismo di massa e rendita immobiliare.È un’arte che non nasce da un conflitto, ma da un bando.
Non da una visione, ma da un capitolato. I megaliti in Piazza Maggiore non interrogano la città, la rassicurano. Sono lì per dire: “Guardate, siamo contemporanei, ma senza esagerare”. Un’arte che chiede scusa prima ancora di essere capita.
La cosa più ironica è che questa installazione probabilmente verrà difesa come neutra, aperta, accessibile. Ma l’arte neutra non esiste. Esiste solo l’arte che sceglie di non disturbare il potere. Alla fine, questi megaliti funzionano benissimo come arredo urbano di lusso.
Non chiedono manutenzione emotiva. Non creano dibattito. Non rischiano vandalismi simbolici. Sono pesanti, immobili, silenziosi. Come certe decisioni amministrative.
Non sono un errore. Sono il risultato perfetto di una visione dell’arte pubblica come elemento decorativo ad alto prestigio e basso impatto politico.
Stonehenge serviva a leggere il cielo.
Questi servono a non leggere nulla.
E forse è proprio questo il loro vero significato: non dire niente, molto bene, nel posto più importante della città.