Lumen Racconti: “La democrazia cronometrica”

Quando il tempo diventa una politica pubblica e la vita una variabile di governo

di Hansy Lumen

Con la democrazia cronometrica i bambini appena nati ricevono un braccialetto elettronico con stampato il giorno della morte. Per un residuo di umanesimo l’ora non viene specificata. A cinque anni arriva la Patente di Vita. Sin da piccolo sai che la tua vita è una risorsa programmabile.
Ad esempio: getti una carta a terra? Meno tre mesi. Evasione fiscale? Meno sette anni, ma rateizzabili. Volontariato certificato? Più sei settimane. Consumi sopra la media nazionale? Più un anno. Esterni la tua ostilità al sistema? Nessuna penalità diretta, ma misteriosi “ricalcoli”. Le condanne non si scontano in carcere, ma in anticipi di fine. Un sistema pulito, efficiente, scientifico.
Il Ministero della Programmazione Esistenziale pubblica report trimestrali: zero sovrappopolazione, nessuno vive “più del previsto”; pensioni perfettamente bilanciate, si muore tutti al momento giusto; consumi prevedibili, chi ha pochi anni davanti smette spontaneamente di comprare beni di lusso.

Le città vengono progettate sapendo quanti anni restano a chi le abita. Niente scuole in quartieri in crisi demografica. Niente ospedali per chi non farebbe in tempo a usarli. La chiamano “urbanistica temporale”.

Nasce presto una nuova forma di discriminazione, naturalmente non riconosciuta: il cronismo.
“Non assumiamo profili sotto i vent’anni residui”.
“Per una relazione stabile cerco qualcuno con almeno trent’anni disponibili”.
“Investire emotivamente in un venticinquenne con scadenza a quaranta non è sostenibile”.

Nella democrazia cronometrica la morte prematura non è uno scandalo, ma una redistribuzione. Se qualcuno muore prima della data assegnata, gli anni residui non vanno sprecati. Il tempo residuo viene automaticamente suddiviso tra i familiari di primo grado, secondo criteri di equità certificata: coniuge, figli, genitori. Nessuna eredità materiale, solo quote temporali.

Il Ministero della Programmazione Esistenziale parla di circolarità della durata. La famiglia diventa così una piccola riserva di tempo, un ammortizzatore biologico. I lutti vengono accolti con entusiasmo davanti allo schermo, osservando il contatore che sale. C’è chi piange, chi fa due conti.

Ci sono famiglie che inconsciamente gestiscono il rischio: il figlio irresponsabile, il nonno con scadenza lunga, la zia senza eredi. Nessuno lo ammette, ma nelle cene di Natale aleggia un costante clima di sospetto reciproco.

I partiti politici non si misurano più in voti, ma in anni residui acquisiti dalla popolazione. Le proposte legislative riguardano la ridistribuzione del tempo di vita e diventano materia di dibattito pubblico: “Sei mesi di vita in più ai giovani lavoratori”, “Due anni in meno ai pensionati inattivi”. I politici più abili ottengono leggi che moltiplicano il tempo dei propri sostenitori, generando una nuova forma di clientelismo: non favori economici, ma estensioni temporali.

I quartieri e le città si organizzano non solo per funzione, ma per vita residua. I giovani con molti anni disponibili vengono concentrati nelle zone ad alta produttività. Gli anziani e i cittadini in scadenza finiscono in aree periferiche o sospese, prive di servizi. La mobilità sociale diventa impossibile: non puoi trasferirti dove i tuoi anni non corrispondono. E alla fine nessuno ricorda più quando il sistema è stato scelto. Non c’è un giorno fondativo, non c’è un referendum. E mentre il tempo continua a essere redistribuito, nessuno si chiede più quanto vale una vita senza cronocontatore. Perché è una domanda che non produce anni.

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