What a wonderful Bo!

Quando il verde diventa ordine pubblico e la partecipazione si fa transenna

di Hansy Lumen

Bologna è una città strana, la polizia sotto organico nelle zone rosse ma non in quelle verdi, al Parco Mitilini Moneta Stefanini abbiamo scoperto che se bisogna abbattere alberi, le risorse compaiono. In divisa. In numero. In formazione. Richiamate anche da fuori città. Non una presenza discreta, ma un dispiegamento da evento sensibile. Da ordine pubblico a rischio dove è il verde la potenziale minaccia. Gli alberi cadono uno alla volta, con un suono secco e definitivo. Attorno, una coreografia precisa: agenti che controllano cittadini, cittadini che osservano motoseghe, motoseghe che fanno il loro lavoro. Questa non è una scena che parla di sicurezza. Parla di priorità. C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel modo in cui una città decide quando la polizia è necessaria. Qui la presenza massiccia delle forze dell’ordine non ha una funzione di gestione dell’ordine pubblico, ma pedagogica. È un reel di Matthew senza video, un messaggio preventivo: non finirà come al Parco Don Bosco. Nessun passo di lato, stavolta. Costi quel che costi. È la sproporzione che diventa linguaggio politico. Un parco non è una zona di conflitto naturale. Lo diventa quando il progetto è fragile e il consenso incerto. Allora il verde si trasforma in perimetro e il cittadino in potenziale disturbo. La motosega lavora sul tronco, la divisa antisommossa sull’atmosfera intorno. Tutto viene assorbito dallo slogan: “è per i bambini”.
Sì, perché nulla educa meglio dell’ombra che scompare, dell’aria che si scalda, di un parco trasformato in area transennata. Così bimbe e bimbi imparano presto che il verde è opzionale, mentre i progetti sono inevitabili. Il futuro arriva sempre dopo aver tagliato qualcosa in questa città.

Ed ecco entrare in scena la compensazione: 38 alberi, che come dice un pellegrino sono molti più di 4 abbattuti. Avanzare il dubbio che nemmeno uno scienziato possa prevedere quanti sopravvivranno alle ondate di calore diventa disinformazione. Sostenere invece, come fa la vicesindaca, che alberelli in vaso siano un fattore di mitigazione climatica diventa scienza. Esiste la conta degli alberi compensativi, ma non quella degli alberi compensativi che muoiono. È il solito doppio registro della giunta: ecologia nelle parole, iper-protezione del cemento nei fatti. Il punto non è quanti alberi cadano, ma quanta forza pubblica serva per farli cadere senza discussione.

Un parco è fragile perché è condiviso.E oggi tutto ciò che è condiviso sembra fare paura a questa giunta.

A rendere il quadro ancora più stonato c’è l’assenza più pesante: quella dei contenuti. La gestione culturale e pedagogica del museo latita. I laboratori sono vaghi, le attività non raccontate, la visione educativa resta un titolo mai aperto. Non esiste un discorso pubblico su cosa accadrà davvero dentro, su quali pratiche, saperi e relazioni verranno intrecciate con il territorio.

Il museo esiste come volume, non come esperienza.
Prima la transenna, poi forse il contenuto. Prima la motosega, poi magari un laboratorio. È una pedagogia rovesciata ma coerente, dove i processi contano meno delle procedure.

Si costruisce un museo senza raccontare cosa succederà davvero dentro, con quali fondi verrà finanziato, chi e come lo gestirà. Come le parole surreali della referente durante una commissione urbanistica di qualche mese fa, quando alla domanda rispose: “di questo non abbiamo ancora parlato, per ora la priorità è il cantiere”. È mancata la replica più semplice: perché?

Domanda oscurata dalla solita risposta-fiume, boriosa e farcita di citazioni inutili, dell’assessore all’urbanistica. Meglio una transenna. Meglio una pattuglia. Meglio il rumore della motosega di quello di una domanda.

Perché gli alberi non oppongono resistenza.
Le persone sì.
Ed è lì che la giunta green della partecipazione condivisa decide chi è, davvero, il problema.