Margherita Del Piano e la città usa-e-getta: quando il paesaggio diventa imballaggio
Città merce, paesaggio cartone
Margherita Del Piano vive e lavora a Milano, ma il suo immaginario potrebbe tranquillamente essere un atlante di tutte le contraddizioni visibili in ogni città in piena sbornia di trasformazione urbana: ambienti naturali incastrati in involucri di plastica, oggetti di consumo che diventano scenografie, paesaggi che sopravvivono per simulacro. La sua opera diventa strumento critico potentissimo: mostra l’incoerenza tra narrazioni “green” e pratiche reali, rivela come l’estetica del consumo penetri in ogni spazio, anche quelli teoricamente “naturali”, evidenzia la fragilità del paesaggio urbano, sempre più progettato come prodotto e sempre meno come habitat, documenta ciò che viene rimosso dal racconto ufficiale: rifiuti, residui, scarti, packaging, materiali poveri. Il suo lavoro potrebbe essere una mappa parallela della città: una cartografia dell’implicito, di ciò che si deposita tra infrastrutture, quartieri che mutano, abitudini d’acquisto e strategie di marketing urbano. Non è solo fotografia: è una forma di archeologia del presente.
La natura in gabbia (di plastica)
La serie Take Away Landscapes è forse l’immagine più precisa della crisi contemporanea: piccoli paesaggi “naturali” ospitati in contenitori usa-e-getta, come se l’unico modo per preservare la natura fosse inscatolarla. Dentro quell’operazione c’è la denuncia, ma anche una profezia: la natura come prodotto premium, disponibile solo in forma di campione.
Gli scaffali che raccontano il mondo
Con Cose buone dal mondo Del Piano assume il punto di vista del quartiere, dell’incrocio tra migrazioni e consumo. Non fotografa la “diversità” come prodotto da esibire, ma gli oggetti che portiamo a casa senza pensarci: packaging, tipografie, colori che raccontano rotte globali. La città parla attraverso i negozi, e ciò che dice non è mai neutrale.
In un tempo in cui i processi di gentrificazione trasformano le botteghe in format replicabili, il suo lavoro è un archivio prezioso: un inventario del quotidiano che esiste prima che arrivino i requisiti estetici del nuovo commercio urbano. È un antidoto visivo alla narrativa pubblicitaria dei “quartieri che cambiano”.
Rifiuti come monumenti del progresso
La serie Rifiuti completa la trilogia dell’Antropocene Domestico: ciò che scartiamo non sparisce, anzi torna indietro. Non come fantasma ecologista, ma come forma: un catalogo di resti che ci assomigliano più di quanto vorremmo ammettere. Qui Del Piano è chirurgica: non giudica, non moralizza, semplicemente mette sotto luce ciò che la città nasconde.
È l’estetica dell’infrastruttura invisibile, quella che sostiene il benessere urbano senza mai essere rappresentata nelle brochure: discariche, smaltimenti, logistica, consumo di suolo. Tutte parole assenti dai piani strategici ma sempre presenti negli scatti di chi osserva invece di amministrare.
Se la città contemporanea è diventata un grande dispositivo di confezionamento del reale, allora la fotografia può ancora aprire gli imballi e mostrare ciò che c’è dentro. E spesso — come ci insegna Margherita Del Piano — ciò che troviamo dentro non è una città che cambia, ma una città che viene cambiata.









Vive e lavora a Milano. La sua ricerca attraversa il paesaggio urbano e umano della città, osservando gli spazi di transizione, le architetture quotidiane e i gesti minimi che rivelano tensioni sociali e intime.
Il suo sguardo è sobrio e attento, spesso rivolto a ciò che resta ai margini o appena fuori fuoco, dove la realtà perde retorica e acquista densità. Attraverso serie fotografiche e progetti a lungo termine, Del Piano usa l’immagine come strumento di ascolto e di interrogazione del presente, più che di descrizione.
Nel tuo lavoro il paesaggio naturale viene spesso chiuso, contenuto, confezionato. Quando hai percepito per la prima volta che la natura stava diventando un prodotto?
Ero in montagna con mio figlio piccolo, e lui utilizzando il contenitore plastico delle brioche si è messo a costruire, con un po’ di muschio, qualche filo d’erba, bacche e fiori un paesaggio in miniatura per attirare le farfalle. Quest’ incontro tra elementi naturali ed artificiali ha dato origine alla serie fotografica in cui lo scatto è il gesto finale di un processo che parte dalla raccolta di elementi botanici tratti dal paesaggio quotidiano, che vengono poi allestiti dentro gli imballaggi di plastica, che rappresentano la serialità della produzione industriale. Una specie di scultura temporanea poi fissata in un’immagine fotografica. Ultimamente ho letto che i genitori che vivevano nel bosco cercavano di evitare ai figli di venire a contatto con la plastica: una scelta di ecologia radicale molto complicata da fare.
“Take Away Landscapes” sembra anticipare molte forme di greenwashing urbano. Quanto ti interessa smascherare l’estetizzazione del verde nelle città contemporanee?
Come fotografa mi interessa il rapporto tra il reale e la finzione. I nuovi parchi urbani di Milano vengono gestiti privatamente e sono intrisi di funzioni commerciali e pubblicitarie con l’installazione di megaschermi, cubi neri dove se entri e guardi un video ti regalano una bevanda, casette di plastica montate nei prati dove distribuiscono mele, location per eventi del FuorisSalone. In pratica riescono ad estrarre rendita pure dai parchi pubblici e dal verde urbano, snaturandone la funzione di “respiro” della città. Siamo già nella creazione di una iperrealtà fatta di superfici specchianti, immagini veloci, luci e colori, che i ragazzi sudamericani delle periferie usano come sfondo per le coreografie musicali da postare su Tiktok.
La tua fotografia è stata definita una “archeologia del presente”. Quali resti del nostro tempo – materiali, visivi, estetici – pensi saranno i reperti più significativi per chi guarderà al nostro futuro?
Più che un’archeologa io mi sento un’antropologa! Mi interessano gli oggetti della contemporaneità, ma anche le interviste fatte alla gente per strada. Un designer mi ha detto che l’industrializzazione è democratica, perché ha permesso a tutti di mettere un piatto in tavola o di comprarsi un nuovo paio di scarpe. Questo forse è stato vero, ma adesso l’iperconsumo sta causando devastanti problemi sociali e ambientali. Quindi forse i resti del nostro tempo sono tutto ciò che produciamo ed acquistiamo senza alcun motivo.
Nei progetti come “Cose buone dal mondo” fotografi oggetti quotidiani che rivelano migrazioni, abitudini, contaminazioni. Quanto la micro-geografia dei negozi di quartiere racconta davvero la città più dei piani urbanistici?
Sono contenta che sia stato colto il legame del lavoro “Cose buone dal mondo” con il tema della città. È da poco più di 30 anni che le comunità migranti sono arrivate in Italia. Il negozio, il piccolo emporio alimentare e il ristorante sono anche centri comunitari, dove si attivano relazioni e reti di solidarietà . L’identità e la coesione dei gruppi si esprime attraverso il consumo di cibo tradizionale. I negozi e le botteghe sono piccole attività economiche che consentono alle famiglie di sopravvivere. Le insegne, le vetrine, le merci, i colori sono simboli visivi di una città che è cambiata in senso multiculturale.
Molti dei tuoi lavori registrano ciò che la città nasconde: rifiuti, scarti, materiali poveri. Quanto pensi che l’invisibilità delle infrastrutture sia una forma di censura politica del reale?
In questo momento sto fotografando una vera e propria infrastruttura invisibile: lo Scalo Farini di Milano. Si tratta di uno dei sette scali merci dismessi a partire dagli anni ‘80 a causa della de-industrializzazione e del cambiamento dei trasporti. Lo scalo Farini, circondato da un muro di mattoni, è stato per decenni estraneo alla città. All’ interno una foresta urbana fatta di bagolari, olmi, platani, querce, aceri e fasce di sottobosco, che negli anni avevano ricoperto i binari arrugginiti era casa di povere famiglie di senzatetto. I Programmi Urbanistici del Pubblico/Privato parlano di “riconsegnare lo Scalo ai cittadini” previa edificazione di densissimi nuovi quartieri e centri direzionali. Ma se veramente gli abitanti della città avessero potuto aprire i recinti e godere appieno di questo spazio difficilmente se lo sarebbero fatto poi scippare dagli squali di turno della “rigenerazione urbana”, in questo caso Prelios, Hines e Unicredit.
Nelle tue immagini gli oggetti di consumo diventano scenografie. Siamo noi a costruire queste scenografie o sono le città stesse che ci costringono a una vita “preconfezionata”?
Mi sembra di individuare due tipi di nuove scenografie urbane: quella legata al mantra green declinata nel parco commerciale e quella dominata dall’estetica del lusso: i macchinoni costosi che escono dai box sotterranei, gli atrii dei nuovi condomini, monumentali come quelli dei palazzi fascisti, l’arredamento dei ristoranti con finiture in metallo brunito ed alabastro, le telecamere nei giardinetti del Bosco Verticale, la falsa eleganza dei nuovi uffici neri e grigi.
Vivendo e lavorando a Milano, hai osservato trasformazioni urbane molto aggressive. Cosa riconosci di quella stessa dinamica anche in città come Bologna o in altre realtà italiane?
Stando a quello che sento, l’urbanistica alla milanese è ancora un modello di successo per le amministrazioni. La differenza la fanno i gruppi dei cittadini, i comitati, i movimenti. Dopo anni di lotte ambientaliste, dissenso, azioni di contrasto alla narrazione dominante ed esposti alla procura ho la sensazione che i comitati milanesi in questo momento siano abbastanza sfiniti. Sono invece molto felice di vedere tanta gente piena di energia che a Roma e a Bologna alza la voce per i diritti urbani.
Nel tuo lavoro non c’è giudizio morale, ma uno sguardo chirurgico. Cosa significa, per te, praticare una fotografia critica senza trasformarla in didascalia ecologista?
In seguito all’ incontro con uno dei più noti comitati ambientalisti di Milano, Baiamonti Verde Comune, che si batte da anni contro l’edificazione della Piramide della Resistenza in un micro giardinetto di quartiere, ho iniziato ad usare la fotografia come forma di attivismo. Fotografo le varie aree di trasformazione della città, i nuovi quartieri e i nuovi centri direzionali, spostandomi sulla base delle mappe della “rigenerazione urbana”. Il substrato ideologico del lavoro sono le istanze ambientaliste e antiliberiste che condivido coi comitati, ma spero di riuscire ad andare oltre un’obbediente illustrazione dei vari temi. È un lavoro di reportage urbano molto semplice e molto tradizionale, accompagnato dalle interviste che faccio agli abitanti dei quartieri. Da questo materiale è nato un video, è stato presentato in varie occasioni generando sempre un intenso dibattito. Alla fine credo che lo scopo questo lavoro sia il bisogno di comunicare un’urgenza e una tensione. Credo che nelle mie foto ci sia un desiderio di chiarezza visiva, di guidare lo sguardo abbandonando la neutralità rispetto al paesaggio che ci si trova davanti. Grazie ad una certa dose di ironia e di colore, in fondo è uno sguardo benevolo. O no?