La città

Milano Cortina 2026: quando la luce della fiamma getta ombre sulla democrazia

di Antìgene

I Giochi Olimpici e Paraolimpici Milano Cortina 2026, evento internazionale diffuso tra Lombardia, Veneto e Trentino, si svolgono dal 7 al 22 febbraio 2026. Oltre 3000 atleti in rappresentanza di 90 paesi, i 196 atleti italiani sono la delegazione più numerosa di sempre. Il racconto ufficiale, che promuove i Giochi Olimpici in Italia come l’ennesimo motore di sviluppo, sostenibilità e prestigio internazionale, è però contraddetto dalle vere esigenze di chi abita e vive nelle località olimpiche, dai dati non sempre disponibili, dalle scelte politiche che rendono queste olimpiadi meritevoli di un’attenzione e monitoraggio da parte della società civile: vengono spesi soldi pubblici e modificati territori e città, è una questione di democrazia.

Nelle 127 pagine del dossier italiano di candidatura presentato nel 2019 le parole chiave sono: costo zero, sostenibilità, contrasto allo spopolamento delle montagne, Olimpiadi Culturali, soprattutto legacy, il lascito positivo in ricaduta economica, occupazione, strutture e infrastrutture, successivo alla chiusura dei Giochi. Il testo propone una visione innovativa di Olimpiadi Invernali, un modello per le future edizioni, particolarmente attento alla sostenibilità, appunto, intesa come impegno rivolto al sociale, all’economia e all’ambiente, a fronte anche della sempre maggiore diffidenza nei confronti di un evento in grado di stravolgere un contesto già fragile e minacciato dal cambiamento climatico come quello montano.

Le indagini antimafia e le misure di prevenzione adottate dal Ministero dell’Interno nei confronti di imprese coinvolte nei lavori olimpici confermano che i grandi eventi ad alto investimento pubblico, compressi in tempi stretti e inseriti in contesti fragili, rappresentano un terreno fertile per le infiltrazioni criminali. I 43 milioni di euro dirottati dal Fondo di solidarietà per le vittime di mafia, usura ed estorsione verso il finanziamento del Fondo Sicurezza delle Olimpiadi, se può essere una decisione formalmente legittima, è politicamente e moralmente inaccettabile.

Le recenti riforme del Governo italiano sulle opere legate ai Giochi Olimpici stanno creando veri e propri gap legislativi che indeboliscono la trasparenza e ostacolano la vigilanza sugli appalti pubblici, in particolare gli standard di sicurezza nei cantieri e l’eccessivo ricorso ai subappalti, ma la complessa struttura organizzativa, le sue azioni e i suoi vertici sono dal 2024 sotto la costante attenzione di osservatori della stampa indipendente e in particolare della rete civica di controllo e monitoraggio antimafia Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. La prevenzione antimafia non deve essere un atto episodico, ma un processo continuo. Senza trasparenza diffusa e monitoraggio civico costante, il rischio viene semplicemente spostato nel tempo, ma non eliminato: il passato insegna che le economie criminali sanno muoversi dentro le pieghe della legalità formale, anche partendo da territori lontani dai cantieri olimpici dell’Italia del Nord. Il coinvolgimento della criminalità foggiana e l’arresto dei fratelli romani Colabianchi, accusati di infiltrazione mafiosa negli appalti dei cantieri di Cortina, lo dimostra.

A rendere ancora più problematica la promessa di trasparenza sull’andamento dell’organizzazione olimpica, è il blocco informativo del portale Open Milano Cortina 2026. L’impegno formale della SIMICO, Società Infrastrutture Milano Cortina, ad aggiornare e rendere pubblici i dati ogni 45 giorni, non viene rispettato anche per oltre 100 giorni senza dare spiegazioni. Il portale, attivato solo nel 2024 anche grazie alla pressione della campagna di Libera Open Olympics 2026, avrebbe dovuto essere lo strumento centrale per consentire a cittadini e cittadine di conoscere lo stato delle opere, i costi, gli appalti e le varianti, soprattutto la VAS, la Valutazione Ambientale Strategica, la procedura preventiva obbligatoria per il D.leg. 152/2006 che analizza gli impatti ambientali di piani e programmi urbanistici e infrastrutturali, prima della loro approvazione e che punta a promuovere lo sviluppo sostenibile, integrando considerazioni ambientali nelle scelte politiche. Restituisce invece immagini parziali, frammentate e incomplete sui cantieri finiti o in corso. In un contesto segnato da indagini giudiziarie e antimafia, questa opacità non è certo una semplice inefficienza amministrativa, ma un vulnus al diritto di sapere: senza dati accessibili, verificabili e completi, il monitoraggio civico diventa impossibile e la promessa di legalità si riduce a una formula di rito.

A proposito della Legacy: i villaggi olimpici sono destinati a diventare Student Hotel di proprietà privata, ma i canoni saranno troppo alti e non accessibili alla maggior parte degli studenti. Le nuove strutture sportive, arene, palazzetti, sono progettati e costruiti su committenza privata per poi ospitare eventi più remunerativi come grandi concerti. Lo schema è noto: temporaneità pubblica, rendita privata permanente.

Ogni grande evento agisce da acceleratore di processi già in corso. I quartieri coinvolti dai cantieri e dalle nuove infrastrutture subiscono una trasformazione rapida: aumento degli affitti, espulsione delle fasce più fragili, sostituzione del commercio di prossimità con servizi orientati a un pubblico temporaneo e benestante. L’espulsione non avviene con atti amministrativi espliciti, ma attraverso il mercato. È una violenza silenziosa, resa legittima dal linguaggio dello sviluppo e dell’attrattività internazionale.

Ai pericoli per l’ambiente, e le ricadute abitative si sommano quelle occupazionali. I grandi eventi generano lavoro, ma spesso si tratta di occupazione temporanea, frammentata, a basso potere contrattuale quando non puro volontariato senza il cui apporto un’organizzazione di tali dimensioni non potrebbe funzionare. Sicurezza privata, logistica, ristorazione, servizi: settori dove la compressione dei diritti del lavoro è la regola, non l’eccezione. Una città che sacrifica stabilità abitativa e lavoro dignitoso in nome di un evento di poche settimane non produce sviluppo, ma vulnerabilità sociale.

Un’ultima considerazione sul concetto di “giochi diffusi e sostenibili“, sulla natura policentrica di queste Olimpiadi, pare novità assoluta, un modello che in futuro gli altri paesi copieranno. Le Olimpiadi diffuse comportano la costruzione di più infrastrutture, più strutture, comportano più spostamenti su gomma, centinaia di giornalisti e di addetti alla sicurezza oltre all’enorme numero di volontari sparsi nel territorio con conseguente emissione di CO2. Concentrare in un’unica edizione e unico luogo le discipline olimpiche sarebbe l’alternativa davvero sostenibile e garantirebbe l’autentico spirito dei Giochi Olimpici: tutti i migliori atleti di tutti i paesi del mondo al netto dei conflitti politici in corso riuniti in pace in un unico luogo.

Comitati, associazioni ambientaliste, attivisti, cittadini e cittadine residenti delle località coinvolte, in particolare quelle montane, stampa indipendente italiana e estera, si sono mobilitati da subito per tenere accesa la fiamma dell’indignazione e spostarne la luce dalla retorica del grande evento alle sue inevitabili ricadute. La questione non è però boicottare i Giochi tantomeno sminuire l’importanza dello sport. È invece rifiutare un modello che usa l’evento come leva per sospendere le regole ordinarie, ridurre il controllo pubblico e trasformare diritti in opportunità di mercato. Un modello di mancata trasparenza, di abdicazione dell’interesse pubblico a quello privato e della sua sudditanza: il solito paradigma declinato su l’ennesimo evento spettacolare che non fa che confermarne soprattutto a Milano l’inossidabile resistenza. Rivendicare la legacy promessa, una eredità olimpica che sia veramente tale, significa pretendere il rispetto per l’ambiente e la protezione e conservazione delle fragili zone montane, che in città gli alloggi diventino case accessibili, che i quartieri restino abitabili, che le risorse pubbliche producano beneficio collettivo e non espulsione. Se questa discussione viene rimossa oggi, domani resteranno solo comunità impoverite, ambienti naturali danneggiati, strutture sportive abbandonate, edifici luccicanti e città più vuote. Non di persone, ma di diritti.

Si ringraziano in particolare: Margherita Del Piano autrice delle fotografie per la gentile concessione, Pietro Basile per Libera Milano, Natalie Sclippa e tutta la redazione de “lavialibera”, Luigi Casanova, Duccio Facchini e tutta la redazione di Altreconomia; Andrea Sparaciari e tutta la redazione de “La Notizia”; Giuseppe Pietrobelli, Gianni Barbacetto e tutta la redazione de “Il Fatto Quotidiano”; la redazione de “ilmanifesto“; Lucia Tozzi; l’Hub Culturale Off Topic di Milano, per il loro instancabile impegno di contronarrazione.