La città

Muba al Pilastro: quando il “verde” diventa cemento

La Consulta del Verde smonta il progetto MUBA al Pilastro: dietro la retorica del “consumo di suolo zero”, un intervento che riduce, frammenta e riscrive un parco pubblico, trasformando un presidio collettivo in spazio edificabile travestito da cultura

La Consulta comunale del Verde non ha dubbi: il Museo dei bambini (Muba) nel parco Mitilini Moneta Stefanini al Pilastro è un pasticcio progettuale. In una lettera inviata al consiglio comunale di Palazzo d’Accursio, l’organo consultivo smonta pezzo per pezzo la gestione di un progetto che, dietro il velo del “consumo suolo zero”, trasforma un parco pubblico in un cantiere mascherato da museo.

Mai più edifici nei parchi, è il diktat della Consulta. Quei polmoni verdi non sono terreni da urbanizzare: sono presidi di salute pubblica, simboli di memoria storica, spazi di comunità. Eppure, a Bologna, ogni volta che un progetto serve a riempire curriculum o foto istituzionali, il parco diventa improvvisamente “area disponibile”.

Un parco strappato ai cittadini

Il progetto del Muba prevede 748 metri quadrati di cemento a terra, piazzette, vialetti, parcheggi. Il risultato? Un parco già compromesso – con biblioteca, Casa Gialla e una caserma – ulteriormente frammentato, ridotto a una superficie residuale. Non solo: l’area verde ha un valore simbolico e storico che risale agli anni ’60, quando un comitato cittadino riuscì a bloccare l’edificazione grazie alla mediazione con l’amministrazione. Oggi quella memoria viene ignorata, calpestata dall’arroganza della progettazione “a consumo suolo zero”.

Alberi come scatole di compensazione

Il verde non conta più: quattro platani abbattuti, nove alberi spostati, 38 nuovi esemplari piantati come se la compensazione potesse cancellare l’impatto del cemento. La Consulta avverte: meglio che siano piante adulte, perché piccoli arbusti non bastano a garantire ombra o benessere nei mesi estivi. Ma il messaggio è chiaro: anche il progetto più “ecologico” devasta sempre la natura già esistente, sottraendo spazio pubblico ai cittadini.

Partecipazione? Ridicola

Ancora più grave è il teatrino della partecipazione. La Consulta denuncia il mancato coinvolgimento reale: documentazione tardiva, preavvisi inesistenti, incontri limitati a una manciata di attivisti sociali già “sul pezzo”. La cittadinanza? Fuori, ignorata, privata di voce e possibilità di influire. E quando qualcuno protesta, si chiama la polizia: gestione del conflitto made in Bologna, edizione 2026.

Il monito della Consulta

La lettera chiude con un messaggio inequivocabile: ricostruire solo in situ, senza tagliare alberi, senza invadere aree verdi pubbliche. Un principio sacrosanto che, se rispettato, potrebbe finalmente fermare il rituale scempio dei nostri parchi.

Bologna, tuttavia, sembra ostinata: il verde rimane un optional, il cemento un’ossessione. I parchi non sono terreni neutri: sono spazi di vita, memoria e resistenza. Finché questo non sarà chiaro, ogni “progetto culturale” rischia di essere solo un’altra scusa per mettere il sigillo del cemento su ciò che appartiene a tutti.

Di seguito la il testo della lettera della consulta:

Al Consiglio comunale di Bologna

Gent.me/i Consigliere e Consiglieri,

sulla base del confronto svoltosi nella seduta del 10.3.2026, la Consulta del Verde intende esprimere una propria posizione in merito al progetto relativo a Futura, il Museo delle bambine e dei bambini.

Intendiamo anzitutto ribadire questi orientamenti di principio, già espressi in una lettera alla vostra attenzione inviata il 30.4.2024, in rapporto al caso delle scuole Besta, in cui la Consulta auspicava che:

i parchi pubblici siano d’ora in avanti considerati dei presidi necessari alla salute pubblica da considerarsi inviolabili, che quindi cessino per sempre progetti di nuove costruzioni entro il loro perimetro;

– in caso di necessità si ricostruisca sempre e solo in situ senza danneggiare alberi preesistenti o invadere aree verdi preesistenti di parchi o comunque adibite ad uso pubblico.

Sulla base di questi punti fermi, valutiamo che la collocazione del nuovo edificio (di 748 mq a terra ai quali, pare che si aggiungano diverse aree adiacenti di superfici di cemento drenante per vialetti e piazzetta di ingresso, come da rendering del Comune di Bologna, e si aggiungeranno parcheggi per I visitatori in luogo ancora da definirsi) sia stata stabilita  in un contesto inidoneo, all’interno di un’area verde prativa con la presenza anche di alberature, sulla quale insistono già altri tre stabili: la Biblioteca Spina, la Casa Gialla e la caserma dei Carabinieri, con conseguente riduzione ed alterazione dello spazio fruibile in continuità fisica. A maggior ragione per il valore simbolico e storico di quello spazio verde, per il quale si era costituito negli anni ‘60 un comitato di residenti che era riuscito ad evitarne l’edificazione grazie ad una mediazione con un’amministrazione attenta.

Per quanto riguarda il verde, il progetto prevede la messa a dimora di 38 nuovi esemplari, per compensare l’abbattimento previsto di quattro platani (anche perché risultano già abbattuti cinque alberi), e l’espianto e reimpianto in altra area del parco Mitilini Moneta Stefanini dei nove alberi esistenti che interferiscono con l’area di intervento (a loro volta piantati per compensare l’edificazione della caserma summenzionata). Auspichiamo che le specie botaniche non siano piante di piccole dimensioni, ma idonee a garantire durante l’estate benessere ai residenti e che gli alberi siano piantati in spazi che non impediscano momenti di socializzazione quali, ad esempio, partite di calcio.

Tuttavia è legittimo porsi seri interrogativi sulla qualità delle compensazioni previste, che portano a definire il progetto “a consumo di suolo zero”, nonostante sottragga ai cittadini un’ampia porzione di parco pubblico e sia causa di una netta diminuzione dello spazio libero fruibile del parco.

Rileviamo che ancora una volta per realizzare un’opera è stata tolta la presenza del verde ad alto fusto e ad alterare l’assetto del suolo permeabile. 

In particolare su questi aspetti sarebbe stato necessario il coinvolgimento della Consulta del Verde, mettendo a sua disposizione una documentazione esauriente con congruo preavviso, per porla nelle condizioni di esprimere un parere in tempi adeguati. 

Rispetto al conflitto nella zona Pilastro, generatosi all’apertura del cantiere e tuttora in atto con il perdurare di una certa tensione e sostanziale chiusura degli spazi di dialogo, rileviamo che:

– sarebbe stato necessario attivare già nel 2022 il confronto partecipativo sul progetto in un’ottica cittadina a 360 gradi, per consentire di valutare a fondo l’utilità, la funzione e la contestualizzazione urbanistica dell’opera, avendo l’attenzione di coinvolgere gli abitanti delle case che si affacciano sul parco;

– sarebbe stato necessario dare conseguentemente il massimo rilievo ai contributi dal basso rispetto all’individuazione del sito e alla connotazione dei servizi erogati dalla struttura, magari utilizzando anche forme di consultazione online degli abitanti con un questionario da compilare via e-mail o da una pagina dedicata sulla Rete Civica.

E’ evidente che il modello partecipativo utilizzato non sia stato adeguato in quanto ci si è affidati a momenti di consultazione che hanno riguardato un numero limitato di persone, principalmente già attive sul piano sociale.

Era stato detto nei mesi scorsi che Bologna non ha bisogno di prove muscolari, ma la chiamata in causa dalla polizia, da parte dell’Amministrazione Comunale contro le proteste dei residenti – che ha solo inasprito i rapporti e impedito un possibile confronto per una soluzione equilibrata – conferma l’urgente necessità di attivare procedure che amplino l’esercizio della democrazia nella nostra città.

I conflitti non possono essere gestiti in termini di ordine pubblico e, come già accaduto, di ricorso della forza.

Chiediamo anche che si apra un’indagine ambientale sugli effetti dell’uso dei lacrimogeni, le cui componenti chimiche potrebbero aver lasciato sul terreno tracce nocive: infatti il gas lacrimogeno CS (orto-cloro-benziliden-malononitrile) è noto per gli effetti a breve e lungo termine, assai gravi, che può avere non solo sulla salute dell’uomo, ma anche sull’ambiente.

Anche se gli spazi di dialogo e ripensamento sembrano chiusi, vorremmo si evitasse un’ulteriore esasperazione del conflitto e si ricostituissero le condizioni per trovare soluzioni non affidate alla forza e degne invece di un confronto di merito autentico per la salute democratica della nostra città.

La Consulta del Verde

Bologna, 26/03/2026