Mutazioni e continuità nella dipendenza: esperienze dalla comunità terapeutica
Evoluzioni e continuità nelle comunità terapeutiche: venti anni di esperienza tra sostanze, fragilità e cura multidisciplinare
Lavoro nell’ambito della tossicodipendenza come operatrice di comunità terapeutica da circa 20 anni. Rispetto ai cambiamenti che ho potuto cogliere, il più lampante ai miei occhi è quello legato alla sostanza di abuso: se quando ho iniziato la cocaina era una sostanza poco presente nei gruppi di comunità ho assistito poi a un forte incremento fino ad arrivare a caratterizzare, negli ultimi anni la maggioranza (o quasi) degli inserimenti. Nei primi anni la comunità era abitata prevalentemente da eroinomani e poliassuntori. Al contempo si è verificato un forte aumento degli inserimenti di persone in misura alternativa alla carcerazione. Entrambi i cambiamenti, nel tempo, hanno richiesto un adattamento anche da parte degli operatori che hanno rimodulato la loro formazione e il loro intervento per far fronte alle differenze di trattamento delle situazioni. Contestualmente è aumentato il numero di persone alcol dipendenti (in larga misura persone che hanno virato il consumo da altre sostanze). Queste mutazioni hanno comportato che se da un lato sono diminuiti (nel piccolo orizzonte che posso scorgere io) situazioni di fragilità sanitaria per esempio connessa all’uso endovenoso delle sostanze, dall’altro sono aumentate le situazioni legate all’impulsività e all’aggressività.
Dal punto di vista delle storie delle persone non avverto differenze sostanziali: storie di sofferenza e marginalità permangono negli anni. La ricerca di socialità o solitudine nelle scelte di abuso delle persone è rimasta molto soggettiva e non avverto connessioni esplicite con i movimenti della società. Penso che questo sia molto legato al fatto che le comunità accolgono le persone tendenzialmente dopo un lungo periodo di abuso e difficilmente agli esordi del consumo (per cui i cambiamenti nella società avvengono su lunghi periodi della vita delle persone).
Le motivazioni che portano le persone all’abuso sono certamente anche legate alla mancanza di reti preventive di sostegno già agli esordi delle fragilità (prima dell’uso). Una rete preventiva formerebbe a partire da una cultura che accoglie la fragilità e non la stigmatizza, e tenterebbe di creare alternative alla sostanza già dall’infanzia nelle pratiche educative e nella presa in carico delle famiglie. La fragilità è un “concetto” ancora molto ostico alla nostra cultura e alla nostra società. La sostanza si innesta e ha vita laddove c’è una sofferenza (in senso ampio) che non è gestibile con gli strumenti a disposizione: la società deve aumentare la gamma degli strumenti a disposizione delle persone.
Rispetto però alle evoluzioni che i cambiamenti richiedono segnalo che la maggiore professionalizzazione delle strutture e la maggiore collaborazione con il Servizio Pubblico (attraverso procedure condivise chiare, spazi di confronto e standard condivisi) ha aumentato l’intensità terapeutica e la qualità degli interventi. Il valore aggiunto dal mio punto di vista è la multidisciplinarietà delle equipe.
Le persone arrivano in Comunità Terapeutica confuse rispetto ai loro bisogni, oggi come allora, spaesate rispetto alle reali possibilità di cura e spinte da motivazioni variopinte e spesso poco incisive. Oggi come allora si entra in comunità per motivi contingenti e legati a condizioni di emergenza: si rimane in comunità nel momento si sceglie effettivamente la possibilità di cura e la si riesce a vedere come reale. Oggi come allora; questo prescinde dalla sostanza di abuso o dai cambiamenti della società, ma riguarda l’interiorità del singolo.
Certamente negli ultimi vent’anni sono cambiati i linguaggi delle persone (penso banalmente alla necessità di una nuova modulazione degli strumenti tecnologici e dell’utilizzo dei social media) e le comunità devono necessariamente tenere la stessa direzione nei cambiamenti: penso, cioè, che i servizi di cura non potranno mai tenere lo stesso passo di cambiamento del mondo (la cui velocità è esponenzialmente più alta) ma devono imprescindibilmente andare nella stessa direzione seppur a giri più lenti. I rischi altrimenti sono alti sopratutto in merito al reinitegro nella società.
Tento esempi concreti: le persone che arrivano alla fase del reinserimento post comunità hanno più difficoltà nel ricostruire una rete sociale e amicale ex novo, essendo cambiati notevolmente i riti e gli spazi di socialità e ricreativi. I giovani adulti che escono dalla comunità fanno più fatica ad integrare il concetto di sobrietà in questo momento storico.
Per cui non osteggiare il cambiamento, non chiudersi nei retaggi del passato ma filtrarne i valori e applicarli nei nuovi linguaggi. Penso quindi che le comunità soffrano del retaggio del passato quando non sanno discernere i valori e gli strumenti: se si confondono si rischia di ritenere che uno strumento sia il valore e questo comporterebbe che la macchina che uso per raggiungere la meta sia più importante della meta e della qualità del viaggio stesso. Le persone, oggi come allora, con le loro variopinte storie, i loro linguaggi nuovi, le fragilità che portano e le ferite con cui vivono devono restare al centro.