Gli ecosistemi

“Ne pianteremo il doppio”

Anatomia di una promessa verde che non regge alla prova del tempo

di Antìgene

A Bologna, come altrove, ogni albero abbattuto viene accompagnato da una promessa.
Non è una giustificazione, non è una scusa. È qualcosa di più raffinato: è una narrazione.

“Saranno piantati X nuovi alberi.” Una frase che non serve a descrivere la realtà, ma a gestire la percezione della perdita.

Il saldo verde: una contabilità senza biologia

La compensazione funziona come un bilancio:

  • 1 albero abbattuto
  • 2, 3, 5 alberi piantati

Saldo positivo. Problema risolto. Applausi. Peccato che gli alberi non sono numeri, sono organismi lenti. Uno studio tecnico sul verde urbano evidenzia che fino al 40% degli alberi piantati in città non supera i primi cinque anni, e oltre la metà non arriva al settimo . Altre ricerche su larga scala mostrano che in alcuni progetti circa la metà degli alberi muore entro un decennio . Tradotto:
quando senti “ne pianteremo 100”, potresti leggere “forse 50 arriveranno davvero a essere alberi”. E questo senza nemmeno entrare nel punto centrale: un albero adulto non è sostituibile nel breve periodo.

Il vuoto invisibile: ciò che scompare subito

Quando un albero adulto viene abbattuto, la città perde immediatamente:

  • ombra reale (non promessa)
  • raffrescamento urbano
  • filtrazione dell’aria
  • capacità di ridurre mortalità e malattie legate all’inquinamento

Non è retorica ambientalista: aumentare la copertura arborea urbana ha effetti diretti sulla salute pubblica, fino a migliaia di morti premature evitabili ogni anno . Ma questi benefici sono funzioni mature, non startup vegetali. Un alberello appena piantato è, ecologicamente parlando, una bozza di albero.

Il marketing della compensazione: come si costruisce il consenso

Qui il discorso diventa interessante. Perché la compensazione non è solo pratica tecnica.
È un dispositivo comunicativo molto efficiente.

1. Il futuro che copre il presente

Il danno è immediato. Il beneficio è differito.
La comunicazione fa una magia temporale: sposta l’attenzione da “oggi perdiamo” a “domani guadagneremo”

2. Il numero come anestetico

“100 alberi piantati” è una cifra che consola.
Ma raramente viene accompagnata da:

  • tasso di sopravvivenza
  • manutenzione prevista
  • monitoraggio nel tempo

Il numero funziona come una unità emotiva, non ecologica.

3. L’estetica del cantiere verde

Le foto istituzionali sono sempre perfette:

  • alberelli dritti
  • pali di sostegno
  • terra fresca
  • operatori sorridenti

È la fase più instagrammabile del ciclo di vita.
Non vedrai mai la fase successiva: irrigazione carente, suolo compattato, stress termico.

4. Il greenwashing a bassa intensità

Non è una bugia plateale. È qualcosa di più sofisticato:

  • si dice il vero (si piantano alberi)
  • si omette il resto (quanti vivono, quanto servono davvero)

È un greenwashing gentile, quasi amministrativo.
Una narrazione che non inganna frontalmente, ma semplifica fino a distorcere.

La compensazione come tecnologia del consenso

La vera funzione della compensazione non è ambientale.
È politica. Serve a rendere accettabile ciò che, senza narrazione, genererebbe conflitto:

  • cantieri invasivi
  • trasformazioni urbane rapide
  • perdita di qualità dello spazio pubblico

È una forma di equilibrio psicologico collettivo:

“Stiamo distruggendo qualcosa, ma in modo responsabile.”

Una sorta di credito morale verde.

Bologna: il contesto che rende tutto più evidente

In una città già segnata da:

  • cantierizzazione diffusa
  • aumento delle temperature urbane
  • pressione immobiliare

la perdita di alberi adulti non è neutra.
È un fattore cumulativo di stress urbano.

E la compensazione, così come viene praticata, rischia di diventare: non una soluzione ma un acceleratore silenzioso del problema

Conclusione: uscire dalla favola del raddoppio

La domanda non è: “quanti alberi piantiamo?” La domanda è:

  • quanti sopravvivono
  • quanto tempo serve perché funzionino
  • cosa perdiamo nel frattempo

Finché queste tre dimensioni restano fuori dalla comunicazione pubblica,
la compensazione continuerà a essere ciò che oggi è davvero: non una politica ambientale, ma una narrazione di accompagnamento alla perdita.

Intervista ad Anna Zauli Petrucci
Anna Zauli Petrucci

E’ da sempre legata alla natura e alla tutela degli ecosistemi urbani. Nel luglio 2019 assiste all’abbattimento di otto ippocastani lungo i viali di Bologna: un episodio che segna un punto di svolta nel suo percorso. Nel gennaio 2020 fonda il Comitato per la Tutela degli Alberi di Bologna e provincia, di cui è presidente, con sede legale presso Codacons. Nello stesso anno si impegna per l’istituzione della Consulta del Verde, attivata nel 2021 grazie al coinvolgimento di diverse realtà associative del territorio. Da allora porta avanti un’attività costante per promuovere trasparenza amministrativa e rispetto dei regolamenti a tutela del patrimonio arboreo urbano

Esiste un sistema pubblico di monitoraggio degli alberi piantati, accessibile e aggiornato nel tempo?
No. Non esiste un sistema realmente accessibile e trasparente: le informazioni, quando disponibili, sono recuperabili solo tramite richieste FOIA, quindi non fruibili in modo immediato dalla cittadinanza. Il FOIA (Freedom of Information Act) è il diritto che consente a chiunque di richiedere alla Pubblica Amministrazione dati e documenti non pubblicati, obbligandola a rispondere entro tempi stabiliti e rendendo così possibile un controllo diretto e trasparente sull’operato pubblico.
Se metà degli alberi piantati non arriva a maturità, la compensazione è ancora considerata positiva?
In queste condizioni non si può parlare di compensazione. A Bologna, come in molte città italiane, le politiche legate anche alle centrali a biomassa incentivano abbattimenti, capitozzature e potature inappropriate. Come sottolinea l’agronomo Daniele Zanzi, non esiste più da anni una compensazione reale: un albero adulto di 50 anni non può essere sostituito da giovani esemplari fragili, spesso destinati a morire in pochi anni. Il caso del Parco della Uno Bianca è emblematico.
Perché nella comunicazione istituzionale si parla quasi solo di alberi piantati e non di alberi sopravvissuti?
È una domanda centrale. La narrazione si concentra sui numeri iniziali, non sugli esiti reali. Senza dati sulla sopravvivenza, quei numeri restano puramente comunicativi.
Come viene gestito il “vuoto microclimatico” tra l’abbattimento di alberi adulti e la crescita dei nuovi?
Di fatto non viene gestito. Un esempio: il 17 luglio 2019 sono stati abbattuti 8 ippocastani in Viale Panzacchi, in un’area ad altissimo traffico. A distanza di anni, nonostante il Regolamento del Verde preveda la sostituzione entro 9 mesi, non è stata effettuata alcuna rimessa a dimora. Il risultato è un vuoto microclimatico che amplifica smog e isole di calore.
Le giustificazioni ufficiali parlano di sottoservizi o difficoltà operative nell’irrigazione. Ma il risultato concreto è che intere aree restano prive di alberature.
È stata quantificata la perdita temporanea di ombra, raffrescamento e qualità dell’aria nei cantieri?
Non risultano analisi pubbliche in tal senso. È una lacuna grave, considerando l’impatto diretto sulla salute urbana.
Esiste una soglia oltre la quale il danno immediato supera il beneficio futuro della compensazione?
Quella soglia è già stata superata. Il sistema degli appalti, spesso concentrato nelle stesse reti di aziende, crea un conflitto strutturale: chi valuta è collegato a chi interviene. Questo meccanismo incentiva abbattimenti e gestione del cippato più che la tutela del patrimonio arboreo.
Nei progetti del tram, come si giustifica la rimozione di filari maturi già funzionali rispetto a benefici differiti di decenni?
La giustificazione ufficiale è infrastrutturale, ma il risultato è una perdita immediata e certa contro benefici futuri incerti. L’alternativa metropolitana è stata abbandonata, e il tram si inserisce in un quadro che appare più legato a logiche economiche che a un reale equilibrio ambientale.
Sono state valutate alternative progettuali che preservassero gli alberi adulti esistenti?
Formalmente sì, ma nella pratica molti alberi vengono indeboliti (ad esempio con interventi sulle radici) e diventano poi “a rischio”, rendendo inevitabile l’abbattimento successivo.
Il disagio urbano prodotto dai cantieri viene misurato anche in termini sanitari, oltre che logistici?
Non risultano monitoraggi strutturati su questo piano. Eppure sarebbe fondamentale, vista la correlazione tra ambiente urbano e salute.
Gli alberi in vaso sono considerati una misura ambientale o una scelta comunicativa?
Si tratta principalmente di un’operazione comunicativa: costosa e con benefici ambientali estremamente limitati.
Qual è l’impatto reale degli alberi in vaso su temperatura urbana e qualità dell’aria rispetto ad alberature in suolo?
L’impatto è minimo. Non possono sostituire in alcun modo il ruolo ecologico di alberature radicate in pieno suolo.
Perché i dati su manutenzione, irrigazione e mortalità delle piante non accompagnano mai i numeri annunciati?
È una questione di trasparenza. Questi dati dovrebbero essere pubblici, ma spesso non sono disponibili neppure internamente all’amministrazione in modo sistematico.
La compensazione è pensata come politica ecologica o come strumento per rendere accettabili interventi impattanti?
Nei fatti appare più come uno strumento di legittimazione. Gli interventi compensativi sono frammentari e insufficienti rispetto agli impatti prodotti.
Se la città reale diventa più calda e meno vivibile nel breve periodo, possiamo ancora definire “verde” questa strategia?
Se esiste una strategia verde, non è visibile nei suoi effetti concreti sulla città