La città | Le persone

Neanche i cantieri sono uguali per tutti

una città accessibile si giudica anche mentre viene costruita

di Antìgene

C’è un equivoco da superare: considerare i disagi dei cantieri un sacrificio uguale per tutti.

Per chi non ha difficoltà motorie, una deviazione può comportare qualche minuto in più. Per una persona in carrozzina, lo stesso percorso può diventare impossibile. Per chi non vede, lo spostamento di una transenna, un segnale provvisorio non percepibile o un percorso tattile interrotto possono trasformare uno spostamento ordinario in una situazione rischiosa. Per una persona anziana, una superficie irregolare può significare rinunciare a uscire di casa.

Quando un itinerario diventa impraticabile, le conseguenze non si esauriscono nel disagio fisico. Si perde autonomia, si dipende dall’aiuto di familiari o accompagnatori, si possono saltare appuntamenti, visite, attività sociali e occasioni di lavoro. Il costo del cantiere viene così trasferito anche sulle persone che non hanno alcun potere sulle sue modalità di organizzazione.

Non manca, almeno negli obiettivi dichiarati del Comune, la consapevolezza del problema.

Nel piano di cantierizzazione della linea rossa, presentato nel febbraio 2023, il Comune descriveva una suddivisione dei lavori in macro-cantieri e sotto-cantieri, da realizzare per fasi, allo scopo di mantenere aperta la viabilità e rendere le cantierizzazioni permeabili e flessibili.

Anche le FAQ ufficiali del progetto tranviario affermano che, nella quasi totalità dei casi, non era prevista l’interdizione completa della circolazione e che sarebbero rimasti disponibili percorsi pedonali lungo i tratti interessati e passaggi trasversali. Per ogni apertura o spostamento di cantiere si sarebbe dovuta individuare la soluzione più conveniente per minimizzare i disagi.

Ma mantenere aperto un passaggio non equivale necessariamente a renderlo accessibile. La differenza è sostanziale.

Un percorso pedonale provvisorio deve essere continuo, sufficientemente largo, stabile, riconoscibile e privo di ostacoli pericolosi. Deve collegarsi ai marciapiedi e agli attraversamenti senza costringere le persone a scendere sulla carreggiata o a compiere deviazioni impraticabili. Deve essere comprensibile anche per chi ha una disabilità visiva e mantenuto in condizioni adeguate durante tutte le fasi del cantiere.

Non basta che il passaggio esista. Deve poter essere utilizzato in sicurezza da chi ne ha bisogno.

Realizzare i lavori senza pregiudicare l’accessibilità in 5 punti

È difficile immaginare opere urbane di questa dimensione senza alcuna interferenza temporanea con la mobilità.  Ma era  possibile progettare i lavori con l’obiettivo di non interrompere l’autonomia delle persone con disabilità, adottando misure concrete e verificandone l’efficacia.

1) Predisponendo, prima dell’apertura di ogni cantiere, una verifica specifica dell’accessibilità dei percorsi provvisori, con il coinvolgimento delle associazioni delle persone con disabilità e dei tecnici competenti. Non una consultazione generica, ma sopralluoghi sul posto, simulazioni dei tragitti e verifica delle soluzioni prima che diventassero operative.

2) Garantendo itinerari alternativi realmente accessibili, continui e segnalati, mantenendoli in condizioni adeguate per tutta la durata dei lavori. Se il passaggio originario fosse stato inevitabilmente chiuso, la deviazione avrebbe dovuto essere disponibile prima della chiusura, non improvvisata dopo le prime segnalazioni.

3) Coordinando i diversi cantieri considerando non soltanto il singolo tratto stradale, ma l’intero percorso. Un marciapiede accessibile che termina davanti a una transenna non garantisce alcuna accessibilità. Lo stesso vale per una fermata raggiungibile soltanto attraverso un attraversamento impraticabile.

4)  introducendo verifiche periodiche e procedure rapide di correzione. Le segnalazioni delle associazioni dovrebbero attivare risposte tracciabili, con responsabilità individuate e tempi certi, anziché dipendere dalla disponibilità contingente di chi gestisce il cantiere.

5) valutando preventivamente le esigenze di persone con disabilità motorie e sensoriali per ogni modifica della viabilità, garantendo informazioni comprensibili e aggiornate anche a chi non utilizza strumenti digitali.

Il PNRR imponeva davvero questi sacrifici?

Il fattore tempo è centrale. Nel dicembre 2023 il Comune spiegava che la realizzazione delle due linee tranviarie in momenti successivi non risultava più attuabile nel rispetto delle scadenze del PNRR. Le due infrastrutture, pur essendo opere funzionalmente autonome, condividevano infatti alcuni elementi tecnici e organizzativi.

Fonte: Comune di Bologna, affidamento dei lavori della linea verde, 11 dicembre 2023.

Questo elemento aiuta a comprendere perché l’amministrazione abbia scelto di coordinare i lavori in un arco temporale ristretto. Non dimostra, tuttavia, che le specifiche criticità di accessibilità fossero inevitabili o che non esistessero alternative organizzative per ridurle. Il rispetto delle scadenze finanziarie è un obiettivo amministrativo importante. Ma non può sostituire la valutazione delle conseguenze delle scelte operative. 

Il PEBA: l’accessibilità non può cominciare a lavori finiti

Nel maggio 2025 la Giunta comunale ha approvato il Piano di eliminazione delle barriere architettoniche (PEBA), collegandolo alle trasformazioni prodotte dalle prime due linee tranviarie. Il Comune ha indicato come obiettivo la creazione progressiva di una rete di percorsi senza barriere, connessa ai trasporti pubblici, alle scuole, ai servizi sociosanitari e agli spazi verdi.

Fonte: Comune di Bologna, approvazione del PEBA, 30 maggio 2025.

È una prospettiva importante. Ma proprio perché le grandi trasformazioni urbane modificano radicalmente lo spazio pubblico, l’accessibilità dovrebbe accompagnare ogni fase del processo: progettazione, cantierizzazione, realizzazione e collaudo. Il quadro normativo italiano prevede già disposizioni per il superamento delle barriere architettoniche negli edifici, negli spazi e nei servizi pubblici, fra cui il DPR 503/1996. Il principio di accessibilità non nasce con il tram e non può essere rinviato alla sua entrata in esercizio.

Fonte: DPR 24 luglio 1996, n. 503, Gazzetta Ufficiale.

La questione, dunque, non è scegliere fra una città più moderna e una città accessibile. È fare in modo che la modernizzazione non produca, durante la sua realizzazione, una città nella quale alcune persone possano muoversi soltanto con l’aiuto di altri.

Una città accessibile si giudica anche mentre viene costruita

Le infrastrutture pubbliche possono migliorare la mobilità, ridurre il traffico e rendere più accessibili intere aree urbane. Sarebbe sbagliato negare questi possibili benefici. Ma sarebbe altrettanto sbagliato considerarli una giustificazione automatica per qualsiasi modalità di realizzazione.

Il trasporto pubblico accessibile non comincia dalla pedana di salita del tram. Comincia dalla possibilità di uscire di casa, raggiungere la fermata, attraversare la strada e percorrere in autonomia lo spazio pubblico. Se uno di questi passaggi viene meno, l’accessibilità della rete resta incompleta.

Il cantiere è una fase della città, non una parentesi nella vita di chi la abita. Anche durante i lavori devono essere garantiti percorsi sicuri, informazioni chiare e soluzioni praticabili. E quando emergono criticità, la priorità deve essere correggerle tempestivamente, non chiedere alle persone di adattarsi indefinitamente.

La domanda da rivolgere alle istituzioni non è se si potesse costruire il tram senza spostare una transenna o chiudere un marciapiede. È se ogni decisione abbia considerato, prima di essere attuata, le conseguenze per chi non dispone di alternative.

Perché una città non è accessibile quando il progetto finale lo dichiara. Lo è quando una persona può attraversarla senza dover negoziare, ogni giorno, il proprio diritto a muoversi.

Il progresso urbano non si misura soltanto da ciò che inaugureremo domani, ma anche da chi siamo stati capaci di non lasciare indietro mentre lo costruivamo.

Intervista a Ariam Tesfazghi – Sistemabile
Ariam Tesfazghi

Ha studiato economia e diritto a Bologna, ha 27 anni e ora lavora come project manager in un’agenzia di comunicazione. È un’attivista nera, disabile, si muove con una carrozzina, che lotta nel modo più intersezionale possibile, ma in particolare per i diritti e le persone con disabilità. È una delle figure chiave di Sistemabile, il collettivo di studenti e attivisti con disabilità di Bologna nato per raccontare la disabilità oltre i pregiudizi e gli stereotipi.

Come è nata l’idea del collettivo Sistemabile?
Sistemabile è nato da una idea dell’attivista Noah (Eleonora) Zoratti. Nel periodo del Covid, quando tutti e tutte avevamo bisogno di condividere esperienze e il mondo digitale era l’unico spazio possibile, abbiamo sentito l’esigenza di creare una piattaforma in cui poter finalmente dare voce alle persone disabili. Il concetto non era semplicemente creare un blog di divulgazione sul mondo della disabilità, che comunque rimane uno degli obiettivi principali di Sistemabile, ma proprio un luogo dove le persone disabili che magari non avevano una pagina personale, un social, un sito o altro, potessero dare il proprio contributo, scrivere un articolo, dire qualcosa. Insomma bastava scrivere alla pagina o alla mail di Sistemabile e questo contenuto veniva pubblicato con anche, diciamo, il valore aggiunto del design grafico di Noah Zoratti, che è una bravissima creativa e illustratrice.
Qual è l’idea alla base del nome Sistemabile?
Il nome Sistemabile ha una doppia connotazione ed è sempre bello vedere come le persone lo interpretano. Da un lato vuole evidenziare il “sistema”, un mondo progettato per le persone abili, maschie, alte, senza disabilità, eccetera. Dall’altro vuole affermare che, ok, questo sistema abilista si può sistemare, è un sistema che può e deve essere cambiato.
Come nasce il Laboratorio Antiabilista e che cosa succede concretamente durante i vostri incontri? Quale ruolo svolge Sistemabile nella comunità delle persone con disabilità a Bologna?
Il Laboratorio Antiabilista, che è parte dell’attivismo di Sistemabile, è nato sulla falsariga dei laboratori di SESSFEM di Bologna, dedicati alla sessualità femminile, dove si discutono tematiche sul corpo femminile, sul femminismo. È un luogo, uno spazio quindi, digitale o anche fisico, in cui si parla di determinate tematiche legate all’abilismo, ma dove si fa anche attivismo: sono laboratori di dodici incontri per piccoli gruppi di persone a maggioranza disabili, ma aperto anche a non disabili, guidato da un facilitatore. Il filo conduttore è chiaramente l’abilismo e le sue conseguenze nelle nostre vite. Poi temi diversi, sessualità, famiglia, assistenza, rappresentazione nei media: è uno spazio sicuro, dove prestiamo particolare attenzione al linguaggio, vengono evitati termini violenti, discriminanti, e dove è garantita la riservatezza. L’idea è quella di creare occasioni in cui oltre a parlare, approfondire tematiche, si possa creare un senso di intimità e appartenenza e dove ovviamente tutto quello che viene condiviso, che spesso e volentieri è molto personale, deve rimanere all’interno. Spesso il ciclo di incontri si conclude con una vacanza antiabilista dove chi ha partecipato agli incontri e ai laboratori precedenti può agire da “facilitatore” per i partecipanti più nuovi e così, via via, nel tempo si possono formare nuovi facilitatori, in modo che la cosa si autoalimenti, possa andare avanti anche senza chi lo ha ideato. Quando Noah, la fondatrice di Sistemabile, si è trasferita per un breve periodo a Bologna ha creato un collettivo FromTheOthers, nel senso di “voci, notizie dagli altri”, al quale partecipavo anch’io. L’idea era evidenziare come ci sia sempre un noi e un voi, un loro, una separazione tra le persone con disabilità e il mondo reale. Eravamo un collettivo di studentesse e studenti di Bologna, impegnati su vari fronti, si sono poi sviluppati progetti diversi, il principale è quello sulla mappatura dell’accessibilità di Bologna. Chi vuole fare attivismo su Bologna può trovare in Sistemabile un luogo di orientamento sull’opportunità di attivismo e uno spazio per parlare di disabilità.
Che cosa significa per voi il termine abilismo e perché è ancora così poco conosciuto? Quali sono gli episodi di abilismo più frequenti che le persone con disabilità incontrano nella vita quotidiana?
L’abilismo è il termine con cui identifichiamo la discriminazione, che vivono le persone con disabilità in quanto persone disabili. È una delle più subdole e forse anche per questo è un termine così poco conosciuto: facciamo fatica a immaginarci possa davvero esistere una discriminazione palese e oggettiva sul fatto che sei disabile. Il problema è molto diffuso nei sistemi sociali: può partire dalla progettazione di spazi fisici e aggiungerei digitali non pensati per le persone disabili, può manifestarsi quando lo Stato non stanzia abbastanza fondi per poterci garantire l’assistenza senza dover chiedere e dipendere da familiari o caregiver. L’abilismo può costringere alla povertà e una buona parte di disabili in effetti vive in una condizione di semi povertà. L’abilismo si manifesta quando vediamo quei film strappalacrime in cui una persona disabile vorrebbe morire piuttosto che vivere con la propria disabilità. Le persone che subiscono l’abilismo lo riconoscono subito e possono definirlo in tantissimi modi ma appunto spesso è difficile farlo notare anche in quei luoghi e occasioni di attivismo, queer o femministi per esempio, perché magari anche questi non sono accessibili, o la disabilità non viene menzionata.
Perché la società tende ancora a rappresentare la disabilità attraverso la fragilità e il bisogno di assistenza, anziché attraverso i diritti e l’autodeterminazione?
Penso che le motivazioni siano principalmente due. La prima è che fino ad oggi le persone disabili hanno avuto poche o nessuna opportunità, sia economiche che creative di auto-rappresentarsi, e vengono rappresentate sotto uno sguardo abile, come succede col male gaze, la rappresentazione parziale o totalmente distorta delle donne nei film scritti e prodotti da uomini. Il potere si manifesta attraverso la disponibilità economica e le opportunità di formazione e occasioni professionali che spesso e volentieri le persone disabili non hanno. L’altro motivo è che la disabilità viene percepita come una cosa che non ci riguarda perché siamo nati abili, senza malattie croniche o disabilità di qualsiasi tipo, quando in realtà tutti, che tu sia ricco, bianco o razzializzato, possono trovarsi in questa condizione in modo temporaneo o permanente. Il mondo non le ha previste, quindi le persone disabili non si vedono e il mondo resta ancora inaccessibile. Solo recentemente molte più persone disabili riescono a inserirsi nel mondo universitario, di uscire per strada perché magari hanno ausili, carrozzine che lo permettono o mezzi pubblici più accessibili: man mano che il mondo diventa più accessibile, vediamo persone disabili fare cose che nell’immaginario della persona abile sarebbero impossibili. La disabilità si associa naturalmente all’anzianità e col passare degli anni per chiunque esiste una buonissima probabilità di diventare disabili, però può capitare anche prima, ma sembra che il mondo lo voglia ignorare.
Quanto è importante che siano le persone con disabilità a raccontare direttamente le proprie esperienze e a produrre conoscenza sulla propria condizione, come quelle che pubblicate nel vostro blog e visibile sul vostro profilo?
È molto importante che siano le persone con disabilità a raccontarsi direttamente e a fare cultura e conoscenza in prima persona, perché appunto, purtroppo, fino a non molto tempo fa, anche banalmente prima dei social, solo chi aveva il potere di rappresentare col proprio sguardo le persone era legittimato a narrarci, e lo faceva in modo distorto. Solo lo sguardo e l’autodeterminazione delle persone disabili possono raccontare quello che vivono e rappresentarlo nel modo più coerente possibile. Questo non significa che chi è disabile diventi automaticamente esperto di accessibilità, disabilità, eccetera, ma è molto importante che gli spazi, la cultura, la società venga coprogettata con le persone disabili, perché altrimenti non usciremo mai da questo incubo di società abilista: “niente su di noi, senza di noi” è il motto antiabilista coniato dall’attivista James Charlton negli ’90, e penso che ancora possa chiarire il concetto.
Avete reso disponibile una mappatura delle barriere architettoniche di Bologna. Quali sono oggi quelle principali, architettoniche e culturali, che rendono Bologna una città non pienamente accessibile?
L’inaccessibilità degli spazi e della città di Bologna come purtroppo di tante altre città italiane, europee e del mondo, riguarda il fatto che l’accessibilità costa. Costa soldi, richiede investimenti economici e non solo, per cui viene percepito come una spesa in più. Rendere uno spazio accessibile a posteriori richiederà ovviamente più risorse, perché è spesso necessario riprogettarlo tenendo presente un maggior numero di fruitori. anche persone con disabilità. Viene poi percepito come un costo in più: non siamo abituati a pensare che le persone disabili siano parte del mondo e quindi quando uno apre un bar, si scelgono le luci, le sedie, i tavolini, un bagno, se però aggiungi la rampa, per esempio, dicono ma perché devo sostenere io questa spesa in più? Si pone attenzione e si investe in tutte le condizioni per rendere un posto più accogliente e accomodante possibile e perché le persone lo frequentino, ma quando ti dico che devi mettere una rampa lo percepisci come una spesa a carico dello Stato. In una città chiaramente ci sono difficoltà più complesse per rendere le strade, i marciapiedi accessibili, la sovrintendenza per esempio, a mettiamoci pure tutto, però ripeto che purtroppo spesso è un problema culturale. Quando è possibile, noi persone disabili frequentiamo lo stesso questi spazi non accessibili, anche rinunciando alla nostra dignità, all’autodeterminazione, quindi facendoci aiutare per superare gli ostacoli ma questa cosa non viene percepita come problematica, sempre per la percezione delle persone disabili come esseri non indipendenti che hanno bisogno di assistenza.
Far capire questo a chi crea gli spazi inaccessibili è molto complicato. Io non dimenticherò mai una delle mappature che abbiamo fatto nel 2022-23 ormai: la proprietaria di una cartoleria, quando le abbiamo chiesto se avesse una rampa, se potessimo entrare, si arrabbiò tantissimo e disse la fatidica frase: “ma adesso non sarà mica che tutti i disabili debbano entrare in tutti i negozi di Bologna, no?” Quindi è accettabile che le persone disabili debbano fare più fatica, debbano fare sacrifici e rinunce e questo è stato così tanto normalizzato che adesso costruire una nuova consapevolezza è onere degli attivisti, ed è tanto tanto faticoso.
Qual è la rinuncia più significativa che hai dovuto fare in questi anni a causa dei problemi di accessibilità?
La rinuncia più significativa che ho vissuto quando vivevo a Bologna è stata principalmente legata all’Università e alla socializzazione. All’Università purtroppo spesso mi sono trovata in sedi non accessibili, sono pesate su di me studentessa problematiche di cui non mi sarei dovuta preoccupare, se l’aula in cui dovrò fare l’esame sia accessibile, se in quell’aula ci sia un tavolo adatto a me e se quindi riuscirò a prendere appunti, insomma, tutte queste cose. È stato un ostacolo abbastanza importante perché frequentare le lezioni e poi trovarmi isolata in uno spazio senza poter scambiare parole, chiacchiere o semplicemente sguardi con i propri compagni di corso è stato molto discriminante. La seconda rinuncia molto importante è legata alle opportunità di socializzazione perché soprattutto i primi tempi quando dovevo conoscere nuove persone, anche non disabili, che non avevano bisogno di luoghi accessibili, per non fare la guastafeste o perché gli eventi che venivano organizzati erano in dei posti inaccessibili, ho rinunciato a una vita sociale. Penso che siano le due rinunce più grandi che posso percepire dalla mia esperienza. Le maggiori difficoltà per noi persone con disabilità sono legate allo spazio che non ci ha minimamente previste. E queste si manifestano in una mancata opportunità, a causa dell’inaccessibilità, di uscire di casa, di fare cose per mancata assistenza. Poi ci sono le micro-aggressioni che le persone disabili devono subire, non perché siano apostrofate come disabili, brutte, che non piacciono, ma è l’essere toccati senza il proprio consenso, le carezze, da parte di sconosciuti, subire atteggiamenti paternalistici. Veniamo o non considerati o considerati come esseri infantili, senza una propria identità, un proprio pensiero. Mi capitano spesso domande inopportune e gratuite su cose molto personali, tipo la mia cartella clinica, sul perché io non cammini, cose del genere.
Sono tutte sfumature di abilismo da parte di sconosciuti oppure da istituzioni, che ti disabilitano e ti discriminano.
Quando viene chiuso un marciapiede, trovi davvero un percorso alternativo che puoi utilizzare in sicurezza?
Quali problemi avrebbero potuto essere evitati con una diversa organizzazione dei lavori?
Mi racconti un episodio concreto in cui un cantiere ti ha impedito di muoverti autonomamente a Bologna? Che cosa vorresti chiedere all’amministrazione comunale per evitare che altre persone vivano le stesse difficoltà?
Come rispondono le istituzioni alle vostre segnalazioni e alle vostre richieste di cambiamento?
Il mio consiglio è semplicemente seguire le linee guida di accessibilità delle strade, dei marciapiedi con il piano di abbattimento delle barriere. Dovrebbe essere smantellato ogni ostacolo, ogni barriera, sia per le persone che si muovono in carrozzina o con disabilità fisica ma anche per le persone cieche che si ritrovano senza il percorso a loro destinato e i semafori non hanno nessuna segnaletica uditiva per poter attraversare, quindi rendere accessibile tutto quello che rende vivibile una città per tutti. Soprattutto laddove non c’erano barriere non mettiamone per il senso estetico. Diamo priorità alle cause: è più importante una città sicura e accessibile o carina coi sanpietrini per esempio? Dove non c’erano gradini non mettiamone di nuovi, è una cosa gravissima. Faccio anche l’esempio di quando un cantiere, la chiusura di marciapiede o di una strada non è stata precedentemente segnalata e quando arrivi non c’è lo spazio per passare per chi come me è in carrozzina, o ha altre difficoltà, e noi dobbiamo tornare indietro, fare un’altra strada, trovare alternative. Ancor peggio le persone non vendenti che rischiano di trovarsi nelle situazioni più pericolose quando i cantieri non vengono segnalati in modo adeguato, perché se c’è una buca gigante e non viene segnalata né messa in protezione, una persona cieca rischia di farsi seriamente male. Sono solo due esempi molto concreti di come i cantieri siano l’incubo delle persone disabili, soprattutto fisiche e sensoriali. Certo si potrebbe anche dire, vabbeh stringiamo i denti, è per un bene futuro, per uno spazio accessibile. Abbiamo però notato e lo stiamo purtroppo testimoniando, che strade che prima erano asfaltate ora si trasformano in nuovi ostacoli, nuove barriere a causa dei sampietrini che stanno antipatici praticamente a tutti, però in Italia e in Europa vanno molto di moda. Sistemabile ha in diverse occasioni partecipato alla Consulta per la disabilità del Comune di Bologna. In passato siamo state più attive, ora un po’ meno, per motivi personali o lavorativi. Però diciamo che le istituzioni hanno un dialogo aperto con la Consulta quindi sono, diciamo, presenti. o comunque propensi all’ascolto. Ma questo ascolto chiaramente non si traduce, non voglio mai, ma spesso e volentieri in soluzioni concrete. Quindi sì, parliamo, perdiamo tantissimo tempo, impieghiamo tantissimo tempo, le attiviste sono sempre lì presenti, vigili per evitare che vengano creati ulteriori barriere o cercando di togliere quelle che esistono, purtroppo ci dobbiamo accontentare di piccole briciole. Forse tra qualche anno riusciremo a dire che abbiamo ottenuto tanto, ma per il momento le nostre fatiche non si traducono in risultati consistenti e questo è molto svilente, diciamolo pure, e fa anche molta rabbia. Soprattutto quando appunto vengono promesse determinate cose e poi per motivi politici, economici e tanto altro noi non siamo mai la priorità e questo è molto grave.
Perché avete scelto di collaborare con altri collettivi e di intrecciare la lotta contro l’abilismo con altre battaglie sociali o nell’organizzazione del Disability Pride?
A noi di Sistemabile piace collaborare con altri collettivi, crediamo che l’unione anche solo per portare il tema della lotta antiabilista, possa servire a cambiare le cose. Ci sono realtà come il Disability Pride, a cui teniamo tantissimo, è una delle nostre principali attività, portare un contributo concreto a livello tematico, ma anche logistico e organizzativo, comunicativo. Quello che cerchiamo di fare è, appunto, piantare il semino dell’antiabilismo, sia nei movimenti femministi o antirazzisti, il nostro ruolo è quello di ricordare che esiste anche l’abilismo e che, purtroppo, e spesso e volentieri, si interseca con altre discriminazioni.
Quali difficoltà incontra una persona con disabilità che desidera avvicinarsi all’attivismo?
La principale difficoltà è la mancanza di tempo e energia a livello personale. Per qualsiasi diritto minimo noi dobbiamo sempre lottare, sia per la scuola, sia per la vita indipendente, sia per un ascensore del nostro condominio, per qualsiasi cosa bisogna già lottare quotidianamente, altrimenti non si ottiene nulla. Questo porta via tanto tempo, ma soprattutto tanta energia, e non ne resta molta per lotte più strutturate, organizzate. L’altro problema, secondo me, è una questione di strumenti. Perché per poter fare attivismo sul campo, banalmente organizzare eventi, manifestazioni, bisogna essere lì, avere la possibilità di accedere a quegli spazi, avere il supporto per arrivare in un dato luogo. Il terzo problema è che le cause ci sembrano così grandi, così complesse, che non sappiamo neanche da dove partire. Il quarto problema è che la comunità di persone disabili è molto eterogenea, i bisogni sono tanti, le richieste sono molto diverse. Non dico che possono andare in conflitto tra di loro, ma è una guerra tra poveri. Se ci concentriamo su alcuni aspetti della nostra causa e sul risultato che vogliamo ottenere, avvolte andiamo in conflitto, va a complicarsi con altre sfaccettature di altri bisogni di altre disabilità. Facciamo molta fatica a fare comunità, facciamo molta fatica a tenerci assieme, a fare fronte comune, purtroppo l’attivismo disabile è frammentato. E se si è frammentati si fa fatica a ottenere qualcosa.
Che cosa dovrebbe cambiare, concretamente, nelle politiche pubbliche e nella cultura italiana per contrastare l’abilismo?
Quale messaggio vorreste lasciare a chi legge questa intervista e vuole contribuire a una società più inclusiva?
Penso che il punto principale riguardi l’investimento, perché diciamolo chiaro, senza fondi sufficienti non si può garantire una vita dignitosa alle persone disabili: i bisogni sono tanti, diversificati. Una persona disabile deve poi poter essere in grado di gestire in autonomia questi fondi nel modo migliore, perché non puoi standardizzare dei servizi legati alla disabilità. In Italia c’è un altro grosso problema, che i fondi pubblici non sono destinati a come costruire una vita indipendente, si tende invece a favorire strutture residenziali o medicalizzate. I caregiver familiari devono coprire l’assistenza che manca dallo Stato e questo causa anche problemi di violenza, di mancato rispetto di dignità umana. Senza investimenti non si va da nessuna parte. Bisogna iniziare a pensare che le persone disabili sono un valore aggiunto o comunque fanno parte della società, non vanno trattate a parte, non abbiamo bisogno di un ministro della disabilità, abbiamo bisogno che il ministro della sanità includa le politiche per le persone disabili, abbiamo bisogno che il ministro dell’istruzione preveda gli studenti disabili, siamo ovunque perché siamo parte del mondo e culturalmente questa cosa non è ancora stata accettata, c’è sempre questa cosa del “noi, voi, loro”. Un messaggio che mi piacerebbe lasciare a chi leggerà questa intervista è per favore di includere la lotta antiabilista ovunque, di qualsiasi cosa vi occupiate, che siate social media manager, attiviste antirazziste o femministe, per favore non dimentichiamo la disabilità, per favore rendiamo popolare la lotta all’abilismo e non aspettate che siamo noi persone disabili a farvi notare che non state considerando la disabilità nelle vostre lotte o nel vostro lavoro, per favore siate alleate e alleate, fate emergere, informatevi, leggete sulla disabilità così come fate con le altre battaglie. Noi persone disabili facciamo già attivismo per sopravvivere e quindi sarebbe bello che ci fosse un sostegno concreto dal mondo, la nostra voce potrebbe essere sempre più debole a causa della fatica che stiamo facendo, quindi abbiamo bisogno di più alleanze!