Occhi sulla Sani!
Le ultime dichiarazioni del sindaco e del governatore e la lotta per il bene comune
L’ultima proposta progettuale di Lepore e De Pascale sulla Sani: contraddizioni e propaganda
Nelle ultime settimane il Sindaco di Bologna, Matteo Lepore, e il Presidente della Regione, Michele De Pascale, hanno fatto diverse dichiarazioni sul destino della ex caserma Sani.
Ritenendo superato l’accordo di programma siglato da CdP e Comune di Bologna nel 202, quando l’attuale sindaco era assessore alla cultura e al turismo nella giunta Merola, Lepore e De Pascale hanno lanciato la propria idea sul futuro dell’area che, come spesso accade, è distante da quella di chi vive e attraversa i quartieri della città. Il piano del 2021 prevede l’abbattimento di 391 alberi per fare posto a residenze private e attività commerciali, lasciando qualche briciola per l’edilizia residenziale sociale. Oggi, al contrario, il sindaco dice di voler salvaguardare quel verde e di puntare a un nuovo progetto di rilevanza “pubblica” che vincola il futuro della ex area militare, così come quello di tutta l’area compresa tra a Fiera e la Bolognina, alla “visione” del distretto Technology Entertainment Knowledge (TEK) e cioè quella di un quartiere dedicato allo sviluppo del Tecnopolo e alla promozione di big data ed intelligenza artificiale. In quest’ottica, l’area interessata dal distretto dovrebbe trasformarsi in un luogo per accogliere “i migliori cervelli”: studenti e studentesse internazionali nonché ricercatori e ricercatrici di alto prestigio, lasciando anche intendere l’intenzione di destinare spazi per accogliere incubatori di start up del settore.
Ci risulta strano che il sindaco sia improvvisamente interessato a tutelare il verde dopo aver appoggiato la violenta repressione nei confronti dei diversi comitati che negli ultimi anni si sono attivati per difendere i parchi e il verde pubblico da progetti di cementificazione agguerrita, come ci mostrano i casi del Don Bosco (nuove Scuole Besta) e del Pilastro (Museo dei Bambini – MuBa). Il progetto, che per Lepore dovrebbe assomigliare alla “Citè Universitaire” di Parigi, non è poi così distante da quanto immaginato qualche mese fa da De Pascale, che aveva invece dichiarato di voler destinare l’area a nuovi alloggi per infermierə e poliziottə.
Queste ultime dichiarazioni provano a strizzare l’occhio al dormiente elettorato di centrosinistra: il Sindaco ha infatti dichiarato di non volere una città a due velocità, e che “non si può essere contemporaneamente la città più attrattiva e la più diseguale”. Si è inoltre detto contrario alla realizzazione di ulteriori data center a Bologna, richiamando l’importanza di tutelare il verde e soprattutto di puntare su un tipo di innovazione digitale in grado di attrarre capitale umano. Ci teniamo però a ricordare all’amministrazione della città piùprogressista d’Italia che è proprio a causa delle politiche cittadine degli ultimi anni che Bologna si è trasformata in una delle città più costose del paese, con prezzi degli alloggi alle stelle e dove qualsiasi area verde è presa di mira per accontentare immobiliaristi e imprenditori. Non basta dichiarare di voler ridurre le disuguaglianze se contemporaneamente si propongono politiche abitative particolaristiche che quelle disuguaglianze le creano,perché dedicate a un selezionato gruppo di lavoratori e lavoratrici (come quelli a cui sarà destinato il campus) che l’amministrazione ritiene più meritevoli, mentre dovrebbero essere pensate per tutta la popolazione, a sostegno delle persone più fragili e con i redditi più bassi.
Un altro aspetto contraddittorio concerne la millantata tutela degli alberi dato che, come questa giunta ha già dimostrato con scelte infelici quali la piantumazione di alberelli da rendering, si nega il valore ecologico e gli effetti ecosistemici della vegetazione quando si immagina di rimpiazzare un albero storico con uno appena piantato. Chiediamo chiarezza sul numero di alberi storici che verranno abbattuti, dubitiamo del fatto che la tutela degli alberi possa essere compatibile con un qualsiasi intervento di cementificazione dell’area. La nostra preoccupazione è rivolta anche al recupero degli edifici di valore storico presenti nell’area, dato che convertirli in alloggi potrebbe essere molto difficile e costoso.
L’amministrazione su questo non si è espressa apertamente e purtroppo immaginiamo un piano che preveda la demolizione e nuove costruzioni, facendo perdere definitivamente un enorme patrimonio di storia locale. Come Resistenze Spaziali, cittadine e cittadini, residenti e abitanti del quartiere e di Bologna abbiamo attivato in questi due anni un percorso pubblico che dà visibilità allo stato di abbandono delle ex caserme bolognesi, portando avanti rispetto alla Sani un percorso di co-progettazione per definire gli usi sociali degli spazi e tutelare il verde esistente, nonché un’inchiesta sociale per conoscere i bisogni del quartiere.
Ci chiediamo quando ci sarà un vero confronto con la popolazione perché questo spazio sia reso pubblico e fruibile. Ci chiediamo come si faccia a perseguire l’interesse collettivo, se l’Amministrazione continua a ignorare i bisogni reali degli abitanti del quartiere, bisogni che vengono raccolti e raccontati da realtà che ascoltano e si relazionano direttamente con la cittadinanza. Per ora l’unico interesse ascoltato è quello del mondo del Tecnopolo e la fantomatica “vocazione dotta” della città di Bologna, citando i sogni romantici dell’ex premier Romano Prodi.
Dalla protesta…alla proposta : Sani bene comune
Noi per la Sani abbiamo un altro piano. Un piano che non è utopico o ideologico, ma estremamente concreto. Si basa su due anni di studi, un percorso di co-progettazione dal basso e un’inchiesta sociale nel quartiere. Le condizioni imprescindibili entro le quali si muove la nostra progettazione sono la salvaguardia degli alberi e l’autorecupero degli edifici che lo consentono: non vogliamo nuove costruzioni e non vogliamo nuovo cemento. Il quadro normativo a cui facciamo riferimento è quello dei beni comuni urbani, rilanciando dunque la proposta di iniziativa popolare promossa da Diritti alla Città per dotare il comune della normativa necessaria alla loro regolamentazione, democratica e trasparente. Si tratterebbe di spazi ibridi, in grado di accogliere le istanze e i bisogni degli abitanti, e che funzionano grazie alla gestione collettiva. Sono spazi aperti, non sottomessi alla logica del consumo, autogestiti e auto-organizzati dagli stessi abitanti che li attraversano e li curano. Sappiamo che la Sani è. grande e che ha bisogno di tante energie, anche economiche, per poter immaginare un suo recupero. Abbiamo messo in piedi un effettivo percorso di co-costruzione del futuro della Sani, che ne garantisca la sostanziale accessibilità e fruibilità, e l’uso collettivo come vero e proprio bene urbano. Sulla scia di questi modelli di autogestione comunitaria, sono già state realizzate in altre città in Italia, tra cui Napoli e Roma, delle co-progettazioni in dialogo con le amministrazioni locali,che costituirebbero per Bologna un precedente con cui confrontarsi e che supporti il percorso dal basso attivato per la Sani. Realizzare questo piano non è impossibile.
I risultati dell’inchiesta sociale: spazi verdi e la gestione comunitaria dal basso
Non siamo solə: oltre al coinvolgimento attivo della città durante la fase di co-progettazione, grazie all’inchiesta abbiamo avuto modo di domandare a chi vive nel territorio e nelle strade limitrofe alla Sani, cosa pensa che manchi e cosa vorrebbe che diventasse lo spazio all’interno della ex caserma Sani, chiedendo anche quali competenze, energie e talenti si è disposti a condividere.
Grazie all’inchiesta sociale nel quartiere, e di decine di conversazioni con i residenti, abbiamo appreso come la Caserma Sani sia indispensabile per poter soddisfare i bisogni del quartiere. È emersa forte la necessità di spazi verdi e freschi accessibili e svincolati dal consumo. Le famiglie lamentano di non poter trovare o permettersi spazi per incontri di comunità quali ad esempio per i compleanni də figliə; le persone giovani ci hanno raccontato di come spesso giocano per strada e disturbano i vicini per assenza di campi da gioco, sottolineando anche l’assenza di aree di aggregazione anche notturna dove possano sentirsi sicuri. Anche le persone anziane lamentano l’assenza di luoghi di ritrovo nel quartiere, a cui si aggiunge la preoccupazione nel camminare di sera per le vie vicino alla ex caserma. Abbiamo dato spazio anche ai bambini che attraverso disegni e immagini creati da loro in appositi workshop, ci hanno ribadito tutto quanto: dal campetto da gioco, al teatro e la piscina, e forse più di tutto la necessità di tanta natura, che possa tenere freschi loro, le piante, gli insetti, e gli animali. Inoltre attraverso numerose interviste mirate con esercenti, realtà del terzo settore e a scopo solidaristico e culturale, che sono radicate da tempo nel quartiere, abbiamo verificato che la possibilità di immaginare dal basso l’autogestione degli spazi verdi e degli edifici all’interno della Caserma Sani non appartiene soltanto a un numero ristretto di persone, ma è diffusa nel modo in cui il quartiere pensa e immagina l’uso di quegli undici ettari ora chiusi eabbandonati.
L’inchiesta infatti non sta raccogliendo solo dichiarazioni di interesse a prendere parte attiva alla co-ideazione e realizzazione dell’uso pubblico, ma sta costruendo relazioni solidali tra Resistenze Spaziali, le persone abitanti del quartiere e le realtà sociali e no profit della zona, per alleanze comunitarie necessarie a progetti di mutualismo, contrasto alla povertà abitativa e disagio sociale, solidarismo e sistemi di economie circolari civiche. Un esempio concreto di questo tipo di relazioni è la collaborazione con la Rete per la Sovranità Alimentare dell’Emilia Romagna, realtà già presente e attiva nel Tavolo per la Democrazia Alimentare del Comune di Bologna. Ci uniamo alla loro istanza di promuovere un sistema agroecologico partecipativo e cooperativo, in un circolo virtuoso che incentivi la lotta allo spreco a 360 gradi, impiegando spazi pubblici abbandonati.
In questo senso ci stiamo confrontando con Campi Aperti, Camilla Emporio di Comunità, Arvaia Società Cooperativa Agricola e tante altre realtà che da decenni conoscono e realizzano pratiche partecipate di produzione e redistribuzione di cibo sano e sostenibile, tutelando il territorio e valorizzando le risorse umane e materiali che lo caratterizzano. Crediamo che l’utilizzo dello spazio della ex caserma Sani con questo obiettivo possa essere un segnale di coerenza importante per fare un passo verso la tutela dell’ambiente, la preservazione delle risorse naturali e agro-ecologiche e l’incentivo all’iniziativa civica solidale che l’amministrazione ha il dovere costituzionale di sostenere.
La fitobonifica
La tutela del verde presente nella ex caserma Sani è infatti per noi una priorità. Siamo consapevoli della contaminazione del terreno nell’area ma, contrariamente a quanto sostiene l’assessore Laudani, che ci accusa di fare proposte senza le conoscenze adeguate, abbiamo studiato la questione e abbiamo cercato soluzioni capaci di preservare la vegetazione. Esistono infatti interventi alternativi all’abbattimento degli alberi come la fitobonifica, una tecnica che impiega specifiche specie vegetali per degradare o trasformare gli inquinanti presenti nell’area di intervento. Questo tipo di operazione richiede tempi più lunghi (5 anni), ma consente di avere una gestione meno invasiva e impattante, preservando il più possibile il suolo e limitando la produzione di materiali da smaltire. Inoltre, la fitobonifica è tendenzialmente meno costosa degli interventi tradizionali dal momento che interviene direttamente in situ evitando di conseguenza tutte le operazioni di escavazione, carico, trasporto e infine lo smaltimento. Il vantaggio dal punto di vista economico è ancora più rilevante se si considerano anche gli effetti indiretti quali la riduzione delle esternalità. ambientali, la minore produzione di rifiuti e la conservazione del valore ecologico e paesaggistico dell’area. È chiaro però che se l’obiettivo dell’amministrazione è quello di favorire la speculazione immobiliare, la fitobonifica non è neanche presa in considerazione, dal momento che richiede tempi più lunghi rispetto agli interventi tradizionali e che possono essere incompatibili con la fretta di chi vuole mettere sul mercato nuovi edifici.
Conclusioni
In conclusione, quello che vediamo da parte dell’amministrazione comunale è l’ennesimo goffo tentativo di coprire processi speculativi con le magiche parole “casa” e “studenti”, scimmiottando il linguaggio e le rivendicazioni di tutti quei movimenti che, immaginando alternative reali mettono l’amministrazione in difficoltà. Crediamo che gli spazi di possibilità si creino con una volontà politica chiara, non per forza con i finanziamenti di privati. Bologna forse può ancora fare scuola per un altro modo di fare città, e non solo per le intelligenze artificiali. Sempre che non siano più importanti i sogni di Prodi che quelli degli abitanti della città.
L’amministrazione comunale, in vista delle elezioni del 2027, sta cercando di vendere questo progetto come qualcosa che non è. Infatti non tiene conto in alcun modo le esigenze reali delle persone abitanti, non è ecologicamente sostenibile, in quanto è chiaro l’intento di consumare suolo a scopi di profitto privato e soprattutto le ricadute sono evidenti nell’effetto che avrà nel gentrificare ancora di più il quartiere.