La città

Ogni corteo è un log: Torino e la città che ti guarda

Come gli scontri urbani alimentano la sorveglianza di massa e trasformano il dissenso in dati

Gli scontri di Torino sono stati raccontati come si raccontano da anni eventi simili: cronaca, condanne, giustificazioni, conteggio dei danni. Sceglierei un’altra angolazione cioè quella di osservare ciò che cresce silenziosamente attorno a ogni conflitto urbano: l’apparato di sorveglianza di massa e la sua normalizzazione. In queste ore si è parlato di piazze, cortei, cariche. Molto meno della vera costante che attraversa ogni episodio di disordine urbano contemporaneo: una città che guarda, registra, accumula dati. Le città non sono solo uno spazio attraversato dagli eventi. Sono un dispositivo attivo. Telecamere fisse e mobili, bodycam, varchi elettronici, sensori di traffico, dati telefonici, piattaforme di analisi dei flussi. L’ordine pubblico non si gioca più soltanto sul terreno fisico, ma su quello informativo.

La città osserva prima che accada qualcosa, mentre accade e soprattutto dopo. Gli scontri funzionano come stress test. Mettono sotto pressione l’infrastruttura urbana e, così facendo, la rendono più efficiente.

Ogni strada coinvolta viene tradotta in dati. Ogni movimento collettivo diventa una sequenza temporale, una deviazione statistica, un’anomalia da studiare. La piazza non è più solo luogo politico: è una riga di log. In questo processo il corpo perde spessore politico e acquisisce valore informativo. Non conta chi sei, ma come ti muovi. Non cosa rivendichi, ma quanto ti discosti dalla norma algoritmica della città funzionante.

Ogni scontro è anche una risorsa. Le immagini alimentano sistemi di riconoscimento, affinano procedure, addestrano modelli predittivi. L’eccezione serve a rafforzare la regola. La retorica dell’emergenza legittima l’espansione silenziosa dei dispositivi. Più conflitto significa più dati. Più dati significano più capacità di controllo preventivo. Non è un complotto, è un modello operativo.

La sorveglianza di massa viene presentata come tecnica, inevitabile, neutra. Ma neutro è solo il linguaggio che la descrive. Ogni sistema decide cosa è normale e cosa no, cosa è rischio e cosa è rumore. Raccontare gli scontri solo come problema di ordine pubblico serve anche a questo: a spostare l’attenzione dalle trasformazioni strutturali della città osservata, misurata, anticipata.

C’è un ulteriore livello che questi eventi rendono evidente e che i movimenti di contestazione non possono più eludere. La città contemporanea non è un campo neutro da occupare, ma un ambiente densamente strumentato. Ogni forma di conflitto deve inevitabilmente misurarsi con apparati di sorveglianza di massa progettati per leggere, anticipare e assorbire il dissenso. Non si tratta solo di repressione diretta. La vera asimmetria sta nella capacità di trasformare l’azione collettiva in informazione. I movimenti producono visibilità politica, ma questa visibilità viene catturata, scomposta, archiviata. Ciò che nasce per interrompere il funzionamento della città finisce spesso per migliorarne i modelli di controllo. Ignorare questa dimensione significa continuare a muoversi come se lo spazio pubblico fosse quello di vent’anni fa. Oggi ogni corteo è anche una mappa comportamentale, ogni scontro una simulazione utile per chi governa la città come sistema.

La questione, allora, non è solo se scendere in piazza, ma come farlo dentro un ecosistema che registra tutto. Non per rinunciare al conflitto, ma per sottrarlo, almeno in parte, alla sua immediata trasformazione in dato.

Quando le strade tornano pulite e il ciclo mediatico si chiude, resta una città leggermente più leggibile per chi la governa attraverso i dati. Gli scontri non devono vincere né perdere per produrre effetti. Basta che accadano. Torino, ieri, non è stata solo teatro di un conflitto. È stata un laboratorio urbano a cielo aperto. E come spesso accade nei laboratori, chi viene osservato raramente ha la possibilità di osservare il sistema che lo osserva.