La città

Perché il Pilastro? Ma non avrebbe bisogno di ben altro?

Una periferia che sconta la carenza di servizi ma che, allo stesso tempo, ospita una fitta rete di realtà associative, sociali e culturali capaci di mantenere vivo un forte spirito comunitario, ha davvero bisogno di un nuovo Museo per bambini e bambine?

La zona del Pilastro a Bologna è tornata a fare notizia in questi giorni. La decisione di avviare i lavori per il progettato Museo delle bambine e dei bambini nel parco intitolato ai tre carabinieri uccisi dai banditi della Uno bianca ha infatti scatenato le proteste dei residenti e degli ambientalisti. E la repressione delle forze dell’ordine, di violenza inusitata.

Come ricorda Salvatore Papa in un articolo che ben ripercorre molte delle questioni in gioco «il Pilastro è la zona di Bologna con la più alta percentuale di edilizia residenziale pubblica. Una periferia che sconta la carenza di servizi ma che, allo stesso tempo, ospita una fitta rete di realtà associative, sociali e culturali capaci di mantenere vivo un forte spirito comunitario. Il nuovo spazio, che di “museo” ha soprattutto il nome, si ispira ai cosiddetti children’s museums nati negli Stati Uniti, luoghi spesso gestiti da enti privati e diffusisi in Italia nell’ultimo decennio, dal MUBA di Milano a Explora a Roma».

Non voglio dunque ripetere quanto già riportato nell’articolo di Papa, che richiama i tratti fondamentali della vicenda, quanto porre due domande? Perché si è scelto il Pilastro per un intervento di questo tipo? È di questo che il Pilastro aveva bisogno?

Una delle ragioni del perché si è scelto il Pilastro è quella già accennata sopra. L’area manca di servizi, e quindi si è voluti intervenire secondo la logica del «facciamoci qualcosa». Cosa di meglio che un museo per o sui bambini? Ora, il punto è che il Pilastro non solo manca di servizi, ma è una delle zone di Bologna ad «alta criticità sociale». Non un “Bronx”, come qualcuno lo ha descritto, né una “banlieue”, ma una delle ben 12 «aree sub-comunali caratterizzate dall’elevata presenza di condizioni di disagio socio-economico», come le descrive il Rapporto del Comune di Bologna sull’Indice IDISE (si veda il link).

La situazione socio-economica del Pilastro

Il Rapporto sull’indice IDISE prende in esame nove indicatori elementari di vulnerabilità sociale ed economica, educativa e lavorativa a partire dalle aree statistiche (le unità di rilevazione più piccole a livello sub-comunale). Le aree statistiche con il massimo livello di disagio sono tre: il Mulino del Gomito, il Pilastro e il Villaggio della Barca. Le tre aree di disagio urbano (ADU) – calcolate aggregando i vari indicatori – con il massimo livello di disagio risultano invece: il Pilastro, il Battiferro una zona del Savena al confine con Rastignano. Il Pilastro è quindi “in testa” in queste classificazioni. Perché?

Secondo la definizione Istat seguita nello studio le ADU sono aree caratterizzate da una «condizione in cui gli individui sperimentano difficoltà a soddisfare adeguatamente le loro necessità di base a causa della carenza o insufficienza delle risorse e delle opportunità di tipo sociale, economico, lavorativo ed educativo». Il Pilastro è in testa, con un indice pari a 107.6. Più specificamente, questi sono i valori per i vari indicatori per il Pilastro:

  • Incidenza percentuale di individui di età pari o superiore a 70 anni che vivono da soli e non possiedono una casa di proprietà (nono posto, valore 20.8) – la media bolognese è di 10.0, al quarto posto in Italia tra le città metropolitane;
  • Incidenza percentuale di individui in famiglie in cui nessun membro è occupato o riceve una pensione da lavoro (al decimo posto, valore 9.8) – la media bolognese è 8.1 (il più basso in Italia);
  • Incidenza percentuale di individui in famiglie a basso reddito equivalente (sesto posto, valore 27.7) – la media bolognese è di 15.0, il valore più basso in Italia; il Pilastro ha un valore superiore a quello di Bari, al sesto posto nel Paese;
  • Tasso di occupazione nella classe di età 25-64 anni (al primo posto, ovvero il valore più basso) – tra le ADU a Bologna il valore più alto è del 73.4%, per il Pilastro del 63.6%; la media bolognese è 77.6, il secondo più alto in Italia, il Pilastro ha un valore più basso di quello di Catania, che è la città con il valore più basso;
  • Incidenza percentuale di individui di età tra 0 e 64 anni che vivono in famiglie con bassa intensità lavorativa (quinto posto, valore 17.0) – la media bolognese è 11.8, il valore del Pilastro è equivalente a quello di Bari, al settimo posto;
  • Incidenza percentuale di individui occupati di età compresa tra 25 e 64 anni con occupazione “non stabile” durante l’anno (quinto posto, valore 20.3) – la media bolognese è 15.2, il Pilastro ha un valore superiore a quello di Reggio Calabria (18.8), la città in Italia con il valore peggiore;
  • Incidenza percentuale di individui che vivono in famiglia di 25-64 anni con basso livello di istruzione (primo posto) – da segnalare che mentre tra le ADU bolognesi la dodicesima ha un valore di 17.6, per il Pilastro il valore è 49.3 – la media bolognese è 19.9, il Pilastro ha un valore superiore a quello di Catania (44.2), la città con il valore peggiore;
  • Incidenza percentuale di individui che vivono in famiglia di età compresa tra 15 e 29 anni che non sono occupati e non sono iscritti ad alcun corso di studi, i cosiddetti NEET (primo posto) – in questo caso, il valore dell’indice per la dodicesima ADU è di 19.9, per il Pilastro è 35.1 – la media bolognese è 16.6, il Pilastro ha un valore superiore a quello di Catania (34.2), la città con il valore peggiore;
  • Incidenza percentuale di studenti che vivono in famiglia che abbandonano la scuola o ripetono l’anno (primo posto) – tra le ADU bolognesi, in questo caso, il valore più basso è 12.4, per il Pilastro è 19.9 – la media bolognese è 8.2, il Pilastro ha un valore ben superiore a quello di Napoli (9.8), la città con il valore peggiore.

Tasso di occupazione, quota di persone che vivono in famiglie con bassa intensità lavorativa, quota di persone in età 25-64 con occupazione non stabile e di persone in età 25-64 con basso livello di istruzione, quota di giovani in età15-29 NEET e quota di studenti in età scolare che abbandonano il percorso scolastico o ripetono l’anno sono dunque gli indicatori in cui il Pilastro tristemente primeggia, evidenziando quanto alta sia la sua criticità sociale: una criticità che riguarda tanto gli adulti che i giovani.

Ciò che appare gravissimo è che i valori per questi indicatori denotano per il Pilastro situazioni peggiori di quelle più critiche in Italia, ponendolo quasi “fuori” dal contesto bolognese, come se fosse una realtà estranea. Una realtà comunque bisognosa di attenzione per le famiglie (e per i giovani, più che per l’infanzia) e per gli adulti in età lavorativa che faticano ad avere una condizione occupazionale stabile.

Il basso tasso di occupazione, l’alta instabilità occupazione (probabilmente associata a precarietà lavorativa), l’alta percentuale di NEET, il basso livello di istruzione, l’alto abbandono scolastico denotano una situazione di grande fragilità che indica la scarsa integrazione della popolazione con il tessuto bolognese, la sfiducia nella ricerca di un’occupazione, che, unite al basso livello di istruzione e all’alto grado di abbandono scolastico segnalano situazioni di potenziale forte marginalità sociale.

Il quadro demografico

Guardiamo ora alla demografia del Pilastro, confrontandola con quella del Comune, perché anche questa ci offre una fotografia interessante. Cominciamo dall’incidenza della popolazione straniera.

Al Pilastro, al 31 dicembre 2024, risiedevano 7.076 persone, tra cui 1910 cittadini stranieri (di cui 980 donne), il 15.3% di tutti gli stranieri residenti nel Quartiere San Donato-San Vitale (che sono più di un quinto dei 61mila stranieri residenti a Bologna). La quota di stranieri sul totale dei residenti al Pilastro, peraltro, è superiore a quella del Quartiere e del Comune, ed è pari al 27%. I residenti immigrati nati all’estero (naturalizzati italiani) sono invece 1.492 (nel Quartiere sono quasi 10mila e nell’intero Comune sono 48mila). La comunità degli “stranieri” (immigrati o naturalizzati) è quindi composta d 2.482 persone, più di un terzo dei “pilastrini”. Se a questi aggiungiamo i nati fuori provincia, si ha che il 60% dei residenti non è “bolognese” (una percentuale che è però in linea con il resto della città).

I residenti del Quartiere sono 67.490, di cui 12.488 stranieri (e di questi stranieri, ben 1.728 sono residenti dalla nascita, ovvero sono nati qui ma non sono ancora cittadini italiani, mentre più della metà hanno un’età inferiore ai 10 anni). In sostanza, quindi, il Pilastro si caratterizza per una notevole comunità straniera o di origine estera.

Guardiamo ora alle classi di età dei residenti. Dei 7.076 residenti al Pilastro, 315 sono infanti tra 0-5 anni, ovvero il 4.5% (nel Comune sono il 4.1%), 323 sono bambini tra 6-10 anni, il 4.6% (nel Comune sono il 3.8%). Infanzia e tenera età hanno quindi un peso maggiore al Pilastro che nell’intero Comune (che si può spiegare con la maggiore presenza di stranieri). I sono ragazzini tra 11 e 14 anni sono 270, il 3.8% (nel Comune sono il 3.1%) mentre quelli tra i 15 e i 18 anni sono 295, il 4.2% (nel Comune sono il 3.2%). Anche in questo caso, quindi, si nota un’incidenza maggiore al Pilastro di ragazzi e adolescenti che nell’intero Comune. Tra i 19 e i 24 anni vi sono 455 residenti, il 6.4% del totale (nel Comune sono il 5.4%) e anche in questo caso, dunque, la loro incidenza è decisamente maggiore. Il 23.4% dei residenti, in sostanza, ha un’età inferiore ai 25 anni (nel Comune è il 19.6%). Pertanto, il Pilastro è una zona giovane più del resto della città.

E gli over 65? Al Pilastro sono ben il 28%, contro il 24.5% del Comune, tanto che la popolazione in età da lavoro tra i 25 e i 64 anni di età compone solo il 48.5% dei residenti, mentre nella città intera raggiunge il 56%. Possiamo così dire che il Pilastro è una zona di residenza di famiglie con anziani, dove i potenziali lavoratori sono meno che nel resto del Comune. Una “zona dormitorio”? No, una zona da vivere, perché tanto i giovani (e giovanissimi) che gli anziani necessitano di strutture di svago, divertimento, incontro, accesso a servizi culturali e educativi. Si noti, ad esempio, che le altre due zone ad alto disagio urbano (secondo i criteri descritti sopra) limitrofe al Pilastro – quella di via del Lavoro e quella della Cirenaica – hanno quote di infanti e bambini più basse e anche quote di adolescenti e giovani più basse del Pilastro (e del Comune) e meno persone over 65 anni.

Perché il Pilastro, quindi?

Il quadro descritto, in sostanza, mostra una zona ad alta criticità sociale con una popolazione molto giovane (e anche molto anziana), che vive in famiglie con difficoltà economiche e di inserimento, in percentuali ben maggiori del resto della città. Ed è chiaro che, in presenza di un quadro socio-economico e demografico come questo, la “domanda di attenzione” da parte della popolazione non può che essere forte. Il Pilastro è sempre stato una zona “critica” a Bologna, ma anche una di quelle zone popolari più caratterizzate. Ed è quindi inevitabile che sorga la domanda: è di un museo dei bambini che aveva bisogno il Pilastro? Un’Amministrazione comunale attenta che avesse voluto quindi “fare qualcosa” per una zona con notorie criticità, avrebbe dovuto porsi con atteggiamento diverso, forse, e guardare con più attenzione a quali problematiche rivolgere il proprio intervento. Una popolazione con un’alta percentuale di adolescenti e giovani e con un alto tasso di abbandono scolastico e un’alta quota di NEET, ad esempio, meriterebbe azioni mirate. Per non parlare dell’alta quota di adulti non istruiti e con situazione occupazionale instabile. Invece, si è preferito destinare alla zona un museo per i bambini e le bambine: «c’erano i soldi, spendiamoli così». Tuttavia, c’è da chiedersi se quegli 800 milioni che il Comune dovrà destinare all’iniziativa non potevano essere destinati ad un’altra fascia di residenti, la cui condizione già segnala criticità, o ad altri interventi. Quante cose utili si potrebbero fare con tutti quei soldini!

Perché è stato scelto il Pilastro, quando vi potrebbero essere tante aree in città da destinare al museo suddetto? E, soprattutto, perché non pensare a qualcosa rivolta alle fasce più esposte? Il fatto è che non sembra esserci una precisa ragione urbanistica per fare quel museo al Pilastro: poteva essere fatto ovunque, recuperando uno dei molti edifici dismessi che ci sono in città, ma si è scelto il Pilastro. Che poi il museo in questione vada a sorgere in un parco considerato luogo di incontro per famiglie e ragazzi, con un progetto discutibile non fa che aggiungere al danno (la negligenza, l’aver trascurato i bisogni della zona) la beffa (il presentarlo come un progetto a impatto ambientale nullo). Il progetto, infatti, non solo non andrà ad utilizzare un’area del parco già impermeabilizzata, ma ricorrerà alla de-sigillazione di alcune superfici asfaltate, che verranno sostituite con percorsi drenanti per compensare la permeabilità perduta. Peccato che sia noto – come più volte ha rilevato Paolo Pileri – che la de-sigillazione non ristabilisce l’eco-sistema suolo, come viene affermato, il che equivale a tutti gli effetti a consumo di suolo vergine.

L’impatto ambientale, in ogni caso, è solo parte del problema. Perché si sottrae all’uso odierno una parte di un’area (verde) che la popolazione “viveva”, per costruircisi sopra un eco-mostro che non serve a nessuno e nessuno voleva. Perché i bisogni erano e sono altri ma nessuno, tra i funzionari e gli addetti coinvolti, ha trovato il modo di considerarli, pensando di offrire ai residenti – sofferenti ben altre difficoltà – una vetrina “sostenibile”, “inclusiva”, “educativa” (e altri aggettivi di tendenza che si possono aggiungere a gradimento).

Ma come? Si è detto, non volete un “museo per i bambini”? Ma se sarà così carino! Si sono sfoderati Luigi Bombicci e Don Milani, per affermare la validità del progetto (implicitamente tacciando di ignoranza e superficialità chi vi si è opposto). Un progetto che ha sollevato critiche – non ultima quella sul mancato coinvolgimento della popolazione – in cui l’aspetto ambientale è solo uno di quelli critici. Ma il punto non è se il museo dei bambini, in quanto tale, sia un buono o cattivo progetto. Il punto è: perché un museo dei bambini? Con tutto quello che si potrebbe fare al Pilastro, di cui il Pilastro ha bisogno, si è scelto di farvi un museo dei bambini? Perché il Pilastro? Ci si è chiesti. Perché il rifiuto, manifestatosi in modo plateale, coinvolgendo i molti giovani del luogo, quando vi portiamo un oggetto che l’Italia ci invidierà? Perché qualcosa andava fatto, per questa zona che non «pare neanche Bologna» e che pure è Bologna, con indicatori socio-economici che la pongono tra le più critiche d’Italia, che gridano la sofferenza di giovani e adulti. E per la quale non si è trovato di meglio che fare un museo per l’infanzia. Complimenti all’Amministrazione, quindi: il Pilastro resterà “fuori” dalla città, marginale come sempre, marginalizzato, outlier cittadino, outcast per tutti gli altri.