Pilastro: quando un prato diventa un dispositivo di conflitto
Dal cantiere nel parco alla narrazione a fumetti: la storia di una mobilitazione che svela il modello nascosto delle trasformazioni urbane a Bologna
Quando gli abitanti scoprono cosa sta per accadere, la risposta è quella che le città producono quando vengono attraversate da una decisione non condivisa: si organizzano. Nasce un comitato, si chiede dialogo, si prova a entrare nella grammatica della partecipazione. Ma il dialogo, qui, ha una forma particolare: non arriva. Arrivano invece le pattuglie. Le identificazioni. E poi, nel giorno del taglio degli alberi, un centinaio di agenti in tenuta antisommossa. È in questo scarto – tra la richiesta di confronto e la risposta securitaria – che la vicenda smette di essere locale. Diventa paradigma.
Dal prato al fumetto: quando il racconto diventa contro-narrazione
Un gruppo di fumettisti ha deciso di prendere questa storia e trasformarla in qualcosa di più di una cronaca: una narrazione collettiva. Un progetto corale, curato da Francesco Matteuzzi, che mette assieme alcune delle voci più interessanti del fumetto italiano contemporaneo e lo unisce al racconto civile. Non è solo una scelta artistica. È una presa di posizione.
Il fumetto, qui, non è evasione ma strumento. Non addolcisce il conflitto, lo rende leggibile. Non semplifica, stratifica. Dove il linguaggio amministrativo tende a neutralizzare, il disegno restituisce attrito, emozione, contraddizione. E soprattutto: tempo. Perché questa storia non è chiusa. Non ha ancora un finale. Ogni lunedì, a partire dal 20 aprile 2026, un nuovo capitolo viene pubblicato su stormi.info. È un racconto in divenire, che cresce insieme agli eventi che lo hanno generato. Una narrazione che non osserva la realtà da lontano, ma ci cammina dentro.
Bologna come laboratorio (o avvisaglia)
Il rischio, leggendo questa vicenda, è archiviarla come “caso Pilastro”. Un episodio tra tanti. Un conflitto circoscritto. Sarebbe un errore comodo. Perché ciò che emerge è un modello.
Una città che spinge sulla trasformazione urbana come motore di sviluppo, spesso senza integrare fino in fondo il costo sociale e ambientale di quelle scelte. Un’amministrazione che, di fronte al conflitto, tende a gestirlo più che ad affrontarlo. Un equilibrio fragile tra partecipazione dichiarata e decisione già presa.
E quando il conflitto supera una certa soglia, il lessico cambia: da urbanistico a securitario.
Non è una dinamica esclusiva di Bologna. È una grammatica che si ripete in molte città italiane. Il consumo di suolo mascherato da riqualificazione. Il verde trattato come riserva disponibile. La cittadinanza attiva che diventa, improvvisamente, problema di ordine pubblico.
Una storia che interroga il futuro
Quello che questo progetto mette in scena non è solo uno scontro su un’area verde. È una domanda più ampia: chi decide la forma della città? E ancora: quale spazio resta, oggi, per una partecipazione che non sia solo consultiva, ma realmente incidente?
Il fumetto non dà risposte definitive. Non chiude il conflitto in una morale rassicurante. Fa qualcosa di più utile: lo tiene aperto. Lo espone. Lo rende visibile anche a chi non vive sotto quelle finestre, non attraversa quel parco, non si è mai trovato davanti a un cantiere comparso dal nulla.
In un tempo in cui molte trasformazioni urbane scorrono come infrastrutture invisibili, questa operazione compie un gesto semplice e radicale: riporta il conflitto al centro della scena.
E lo fa con una matita. Che, a volte, sa essere più affilata di un’ordinanza.





Francesco Matteuzzi è giornalista e sceneggiatore di fumetti. Ha scritto per L’Insonne, Dampyr, Zagor, Martin Mystère, Dylan Dog e ha creato “Graham McCormack” per Skorpio. Ha inoltre scritto Funny Things (con Luca Debus, pubblicato da Top Shelf e uscito in Italia per BeccoGiallo), Mangiami (con Gregorio di Angilla, pubblicato da Tunué) e diversi altri libri a fumetti. Sceneggia inoltre il manga tratto dalla serie Disney/Lucasfilm The Mandalorian.
Mi sono chiesto cosa potessi fare, oltre ai presidi e ai volantinaggi, e visto che i fumetti sono il mio lavoro ho pensato che potessero essere uno strumento adatto per raccontare, in modo narrativo, questa vicenda vergognosa. Il motivo per cui la serie inizia a uscire adesso è, banalmente, produttivo. Mi sarebbe piaciuto iniziare le pubblicazioni prima, ma purtroppo pianificare e realizzare una serie di questo tipo richiede parecchio tempo.
Quello che mi interessava era proprio uscire dalla dimensione locale, anche perché questa dinamica di distruggere gli spazi verdi edificando (e a volte edificando scatole vuote, come nel caso di cui stiamo parlando) va avanti ormai da parecchio tempo sia a Bologna che in molte altre città. Ed è necessario parlarne.
Io ho avvertito il bisogno di fermarmi a riflettere per mettere in fila le cose. Non limitarsi a raccontare il singolo evento, quindi, ma raccontarlo in relazione a quello che è già successo, cercando dei fili conduttori e mettendo ordine nel caos del flusso di notizie.
Faccio un esempio: quando il sindaco Matteo Lepore dichiara che sono stati i bambini a chiedere che la costruzione venisse fatta proprio sull’erba, cosa ci sta rivelando? Noi sappiamo che il bando di concorso per la progettazione dell’edificio indicava di usare un’area ben precisa e già pavimentata, diversa da quella poi impiegata e che, nelle parole del sindaco, sarebbe stata indicata dai bambini. Però il progetto che ha vinto, andando contro le indicazioni del bando, ha messo la struttura esattamente in quel punto. Quindi, cosa ci sta dicendo il Sindaco? Che i bambini hanno fatto questa richiesta e la cosa è stata comunicata allo studio che poi ha vinto il concorso perché la inserisse nel proprio progetto? E perché agli altri studi invece non è stato detto nulla? A questo punto, per quanto sappiamo, ci sono due possibilità: o il concorso è stato truccato, dando a chi ha poi vinto informazioni che sono state negate agli altri, o il Sindaco ha mentito e non sono stati i bambini a fare quella richiesta. Questo, almeno, in base ai dati che abbiamo. Ma c’è di certo un’altra, ottima, legittima spiegazione per la strana scelta di posizionare l’edificio proprio lì, una spiegazione in grado di dimostrare la specchiata onestà e sincerità di questa amministrazione comunale e di fugare i dubbi relativi a questa contraddizione. Però sarebbe carino che il sindaco ce la rivelasse.
Abbiamo avuto giornate in cui la Polizia ti fermava per strada per il semplice fatto che tu fossi lì. I bambini che andavano a scuola dovevano chiedere il permesso di passare alle forze dell’ordine. La gente era terrorizzata: ci sono state giornate in cui le persone evitavano di uscire di casa per paura. Io stesso a volte ho preferito uscire dal retro e passare dai garage per evitare scocciature.
Insomma, la chiamiamo distopia per rendere l’idea della gravità della situazione, ma è stato tutto estremamente reale.
Quello che voglio, e con me tutti gli autori e le autrici che stanno partecipando alla realizzazione, è che questa storia sia conosciuta, perché è l’emblema di scelte politiche che nulla hanno a che fare con il benessere dei cittadini e che sono, purtroppo, sempre più diffuse.
All’orizzonte vedo tre possibili esiti per questa situazione: che i cittadini decidano di chinare il capo lasciando il Comune libero di fare quello che vuole; che il Comune capisca l’enormità di quello che sta facendo e decida di fermarsi; che il Comune vada avanti come ha fatto finora, senza togliersi i paraocchi e schiacciando con la forza i propri cittadini.
Posso dire che la prima cosa non accadrà, quindi la scelta è tutta nelle mani dell’Amministrazione, che prenderà le proprie decisioni. E noi lo racconteremo.