Gli ecosistemi

Quando la verdura diventa un bene di lusso

Dal cambiamento climatico al prezzo della zucchina.

di Antìgene

C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui il problema della spesa era quasi il contrario di quello che osserviamo oggi. La carne costava. Il pesce costava ancora di più. I prodotti trasformati e quelli già pronti avevano il loro prezzo. Le verdure erano invece il grande territorio dell’economia domestica: patate, carote, cipolle, cavoli, zucchine, pomodori, insalata. Si compravano al mercato, si cucinavano in casa e permettevano di mangiare in modo relativamente sano anche quando il bilancio familiare non lasciava molto spazio. La verdura era, in qualche modo, la materia prima democratica della cucina. Oggi quella certezza comincia a incrinarsi.

Non significa che la carne sia diventata improvvisamente economica, né che ogni ortaggio costi più di una bistecca. Significa qualcosa di più interessante: il differenziale di prezzo che per decenni ha reso frutta e verdura una delle componenti più accessibili dell’alimentazione si sta restringendo e, per alcuni prodotti, può perfino ribaltarsi.

E questa non è soltanto una questione di prezzi. È una questione sociale.

La verdura non è più necessariamente il cibo povero

Abbiamo costruito una parte importante delle politiche alimentari contemporanee intorno a un messaggio semplice: mangiare più vegetale fa bene alla salute, riduce alcuni impatti ambientali e dovrebbe rappresentare una componente fondamentale della dieta.

Poi arriviamo al supermercato.

E scopriamo che quel principio deve fare i conti con lo scontrino.

I dati Istat mostrano che ad agosto 2026 i prezzi degli alimentari non lavorati continuavano a crescere del 3,8% su base annua, mentre l’inflazione generale era al 3,3%. Il dato aggregato non descrive naturalmente ogni singolo prodotto, ma indica quanto la componente fresca dell’alimentazione rimanga esposta alla volatilità dei prezzi. Ed è proprio qui che si apre il problema.

Un conto è dire a una famiglia: mangiate più verdura. Un altro è dirglielo quando il prezzo della verdura aumenta più rapidamente della sua capacità di spesa.

Il campo non è un supermercato

La prima spiegazione è apparentemente banale: le verdure sono vive.

Un pomodoro non può essere prodotto oggi e venduto tra sei mesi. Una lattuga non può essere conservata in magazzino come una scatola di biscotti. Una grandinata, una gelata tardiva, una siccità o un’ondata di calore possono modificare in pochi giorni quantità, qualità e tempi di raccolta.

E il cambiamento climatico rende questo problema strutturale.

La FAO ha segnalato nel 2026 come temperature elevate, eventi meteorologici, energia e tensioni geopolitiche stiano aumentando l’incertezza sulle forniture alimentari. Ad agosto il suo indice globale dei prezzi alimentari è cresciuto dell’1,9% in un solo mese e del 2,5% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Non esiste quindi soltanto l’inflazione. Esiste una nuova inflazione climatica.

Un sistema alimentare costruito per funzionare con stagioni relativamente prevedibili incontra un ambiente nel quale la prevedibilità diventa sempre più costosa.

La verdura paga anche la sua fragilità

Poi c’è tutto ciò che avviene tra il campo e il banco: manodopera, raccolta, selezione, confezionamento, refrigerazione, trasporto, energia, scarti, distribuzione. Nel caso dei prodotti freschi, una parte significativa del valore può essere persa semplicemente perché il prodotto non arriva al consumatore nelle condizioni richieste dal mercato.

Una verdura ammaccata diventa uno scarto. Una verdura troppo matura diventa uno scarto. Una verdura rimasta qualche giorno in più nella catena logistica può diventare uno scarto.

E ogni scarto ha un costo. Quel costo, alla fine, non rimane nel campo. Arriva al consumatore.

È uno dei cortocircuiti della nostra idea contemporanea di efficienza: abbiamo costruito filiere capaci di portare una fragola dall’altra parte dell’Europa, ma non necessariamente filiere capaci di farlo senza trasferire sul prodotto una quantità crescente di costi energetici, logistici e ambientali.

E la carne?

Qui arriva il paradosso più interessante. Se confrontiamo singoli prodotti, promozioni e formati, può capitare sempre più spesso di incontrare situazioni nelle quali una confezione di carne risulta economicamente competitiva rispetto a determinati prodotti vegetali freschi.

Ma questo non significa che la carne sia diventata un alimento economico in assoluto.

A livello internazionale, la FAO ha registrato nel 2026 forti oscillazioni dei prezzi della carne, arrivati a un massimo storico a giugno prima di arretrare e tornare successivamente a crescere.

Il punto è un altro.

La carne possiede caratteristiche industriali e commerciali che possono renderne più prevedibile il prezzo al dettaglio rispetto a un prodotto agricolo fresco particolarmente esposto agli shock.

Esistono allevamenti su scala industriale, mangimi standardizzati, filiere organizzate, trasformazione, surgelazione, confezionamento e distribuzione. Una parte della produzione può essere programmata, conservata e distribuita nel tempo. La lattuga no.

E così può accadere una cosa apparentemente assurda: il prodotto considerato tradizionalmente più semplice, naturale ed economico può diventare quello più vulnerabile agli shock.

Il vero problema è il prezzo della dieta

Qui la questione smette di essere gastronomica e diventa politica. Perché il prezzo di un alimento non misura soltanto quanto spendiamo. Condiziona ciò che mangiamo.

Se una famiglia dispone di un budget alimentare rigido e il prezzo dei prodotti freschi aumenta, può reagire sostituendoli con alimenti più economici, più conservabili, più calorici o più facilmente acquistabili in promozione.

Non serve immaginare una rivoluzione alimentare. Basta una sostituzione alla volta.

Una verdura in meno. Una confezione pronta in più. Un prodotto surgelato al posto del fresco. Una cena diversa.

Il risultato complessivo può essere una riduzione della qualità della dieta senza che nessuno abbia mai deciso esplicitamente di mangiare peggio.

È il mercato a decidere attraverso migliaia di piccoli scontrini. Il problema è particolarmente rilevante perché il costo e l’accessibilità degli alimenti influenzano concretamente la possibilità di seguire una dieta sana e diversificata.

Il paradosso della sostenibilità

C’è poi un’altra contraddizione. Da anni diciamo che dovremmo consumare più alimenti vegetali e meno prodotti ad alto impatto ambientale. Ma se il sistema economico rende progressivamente più costosa la componente fresca e vegetale della dieta, il messaggio rischia di trasformarsi in un privilegio. La sostenibilità diventa una scelta per chi può permettersela.

È una contraddizione enorme. Perché una transizione alimentare non può essere costruita soltanto sulla responsabilità individuale. Non basta dire alle persone: comprate locale, stagionale, biologico, fresco, sano. Bisogna chiedersi quanto costa farlo.

E soprattutto: chi può permetterselo?

Una politica alimentare seria dovrebbe occuparsi anche di questa domanda.

Il supermercato come sismografo

Forse dovremmo iniziare a leggere il carrello della spesa come un piccolo sismografo sociale. Quando il prezzo dell’energia sale, lo vediamo. Quando aumentano i trasporti, lo vediamo. Quando una guerra interrompe una rotta commerciale, prima o poi lo vediamo. Quando il clima modifica le produzioni agricole, lo vediamo. Ma lo vediamo soltanto alla fine della catena.

Sullo scontrino. Il prezzo della zucchina non racconta soltanto quanto costa una zucchina. Racconta qualcosa sulla disponibilità d’acqua, sul costo del lavoro, sull’energia necessaria per refrigerarla, sulla logistica, sulla qualità del raccolto, sugli scarti, sulla distribuzione e sulla capacità contrattuale dei diversi soggetti della filiera. È una piccola etichetta che contiene un pezzo enorme del mondo.

La verdura come indicatore di disuguaglianza

Per questo il tema non dovrebbe essere affrontato soltanto con la domanda: «Perché le verdure costano così tanto?». La domanda più importante è: che tipo di società produce un sistema nel quale mangiare sano può diventare progressivamente più difficile per chi ha meno risorse?

Perché se la verdura perde il suo storico ruolo di alimento relativamente economico, cambia anche la geografia sociale dell’alimentazione. Chi ha denaro può continuare a comprare prodotti freschi, biologici, locali, stagionali, magari direttamente dai produttori.

Chi ha meno denaro deve ottimizzare.

E quando si deve ottimizzare il cibo, la prima variabile che entra nell’equazione è spesso il prezzo per caloria, non il valore nutrizionale. È così che una crisi climatica può trasformarsi in una crisi alimentare senza che sugli scaffali manchi necessariamente il cibo.

Il problema non è la disponibilità. È l’accessibilità.

Non è nostalgia del passato

Naturalmente non dobbiamo romanticizzare il passato. La verdura non è mai stata sempre economica, la carne non è mai stata sempre costosa e le filiere alimentari hanno sempre conosciuto crisi, speculazioni, scarsità e differenze territoriali. Ma qualcosa sta cambiando.

Il vecchio schema mentale secondo cui «la carne costa, la verdura costa poco» non è più sufficiente per descrivere il carrello contemporaneo. E questo dovrebbe preoccuparci molto più del prezzo di una singola zucchina. Perché dietro quella zucchina c’è un modello produttivo sottoposto simultaneamente a cambiamento climatico, crisi energetiche, pressione logistica, concentrazione della distribuzione e perdita di capacità produttiva locale.

La verdura non sta necessariamente diventando un bene di lusso. Ma rischia di diventare un bene alimentare il cui prezzo dipende sempre più da fattori che il consumatore non può controllare.

E quando succede questo, la domanda non può essere soltanto quanto costa. Dobbiamo chiederci chi paga il costo reale del nostro sistema alimentare. Il consumatore alla cassa? L’agricoltore? Il lavoratore agricolo? Il territorio? L’ambiente?

O, come spesso accade, un po’ tutti, ma in proporzioni molto diverse? Forse il prossimo indicatore della disuguaglianza non sarà soltanto quanto guadagniamo. Sarà anche qaunti alimenti freschi possiamo permetterci di mettere nel carrello.

Intervista a Licia Podda
Licia Podda

Licia Podda, Biologa, partecipa alle attività del comitato Bertalia Lazzaretto e si occupa principalmente di comunicazione e organizzazione di eventi culturali per il coinvolgimento della cittadinanza.

Per decenni frutta e verdura erano considerati tra gli alimenti più accessibili economicamente. Se oggi il loro prezzo cresce in modo significativo, quale può essere l’impatto concreto sulla qualità dell’alimentazione della popolazione?
Il rischio concreto è che le persone meno abbienti non abbiano la possibilità di acquistare alimenti freschi di stagione, oppure che ne limitino le quantità, orientando le loro scelte verso prodotti a basso costo, conservati e realisticamente di bassa qualità. La conservazione degli alimenti, in genere, comporta una perdita di vitamine, minerali e fibre, elementi fondamentali per il benessere e la salute. Non significa necessariamente che ogni alimento economico sia automaticamente poco sano, ma il prezzo può diventare un fattore che orienta le scelte alimentari. Di conseguenza, il rischio è che ridurre sistematicamente il consumo di alimenti freschi possa impoverire il profilo nutrizionale dell’alimentazione.
Sul lungo periodo questo potrebbe incidere sulla salute della popolazione, provocando carenze, aumentando l’obesità e, a ruota, alcune patologie, come per esempio le patologie cardiovascolari.
Alimentarsi con prodotti freschi e di qualità ha un grande valore preventivo sulla salute delle persone e quindi anche sul risparmio economico legato al consumo di integratori e/o farmaci.
Possiamo arrivare al paradosso per cui mangiare sano diventa economicamente più difficile che mangiare male? Quanto è già visibile questo fenomeno?
Sì, questo paradosso è possibile e in parte è già osservabile.
Spesso alimenti di bassa qualità nutrizionale forniscono un apporto calorico maggiore a un prezzo relativamente minore, mentre alimenti freschi e deperibili possono avere un costo maggiore per la quantità di energia che forniscono.
Legumi, cereali integrali, patate, verdure di stagione, frutta meno costosa, alimenti surgelati e alcuni prodotti conservati possono permettere di costruire pasti equilibrati con una spesa contenuta. Il rischio nasce quando l’aumento dei prezzi riduce proprio la possibilità di scegliere tra queste alternative.
Esiste una soglia minima di consumo di frutta e verdura sotto la quale iniziano a diventare significativi i rischi per la salute? E quanto è diffuso oggi il mancato raggiungimento di queste quantità?
Secondo i LARN (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia) curati dalla SINU e le Linee Guida per una sana alimentazione del CREA, sono consigliate 5 porzioni al giorno complessive tra frutta e verdura.
Ogni porzione di frutta equivale a circa 150 g e quella di verdura e ortaggi a circa 300 g. Si escludono i tuberi da questa quantità, perché non sono da considerare verdure dal punto di vista nutrizionale. Fondamentale è anche la varietà, perché riflette l’apporto qualitativo dei micronutrienti fondamentali per preservare la salute della popolazione, soprattutto sul lungo periodo.
Il mancato raggiungimento di queste quantità è molto diffuso anche in Italia, come in altri Paesi; limitare il consumo per ragioni economiche può determinare, alla lunga, problemi per la salute pubblica. In questo senso, l’aumento dei prezzi può quindi comportare un problema difficile da affrontare.
Il prezzo può modificare anche la qualità delle proteine che consumi? Se carne, uova o alcuni prodotti trasformati diventano relativamente più convenienti rispetto a determinati alimenti vegetali, può cambiare l’equilibrio complessivo della dieta?
Certamente. Il prezzo influenza anche la composizione delle fonti proteiche. Una dieta equilibrata non richiede necessariamente grandi quantità di carne: se ne consiglia il consumo limitato a 2-3 volte a settimana. L’apporto proteico giornaliero può essere veicolato anche da pesce, uova, latticini, legumi, frutta secca e semi.
Il punto importante è evitare che sia il costo a influenzare l’aumento del consumo di alimenti ultraprocessati o prodotti molto calorici a scapito di quelli naturali e freschi, come verdure, legumi e tuberi.
I legumi, in particolare, sono un alimento molto interessante dal punto di vista economico e nutrizionale: forniscono micronutrienti, proteine, carboidrati in particolare fibre e possono rappresentare una delle basi di una dieta sana a costo relativamente contenuto.
Ricordarsi di variare a rotazione le diverse fonti di carboidrati, proteine e verdure comporta un migliore apporto nutrizionale e può anche essere un vantaggio economico, prediligendo ciò che, a turno, costa meno.
La dieta mediterranea rischia di diventare paradossalmente una dieta più difficile da sostenere economicamente? Quali sono gli alimenti fondamentali di questo modello che rischiano maggiormente di diventare meno accessibili?
La dieta mediterranea è un modello nutrizionale e uno stile di vita basato sulle abitudini alimentari tradizionali dei Paesi del bacino del Mediterraneo.
Alla base della piramide che rappresenta questo modello ci sono frutta, verdura, ortaggi, legumi (fagioli, lenticchie, ceci) e frutta secca.
Cereali, preferibilmente integrali, come pane, pasta, riso, farro e orzo, che forniscono fonti di carboidrati complessi.
La principale fonte di grassi “buoni”, fondamentale per la salute, è rappresentata dall’olio extravergine d’oliva, utilizzato a crudo. È un prezioso antiossidante che può incidere in maniera decisiva sul costo della spesa, essendo soggetto a oscillazioni di prezzo anche di grande entità e facendo pendere l’ago della bilancia verso scelte più economiche, come oli con caratteristiche nutrizionali decisamente più scarse, per esempio oli vegetali misti ottenuti da filiere di raffinazione e da materie prime di dubbia provenienza e qualità. Questo stesso discorso vale per il pesce, fonte di omega-3 preziosissimi, ma che spesso, dati gli elevati costi, non è alla portata di tutti.
Quindi, in questo senso, sì: la dieta mediterranea può paradossalmente essere una dieta difficile da sostenere economicamente, anche se sarebbe un errore identificarla come una dieta caratterizzata da prodotti necessariamente costosi. Cereali, legumi, verdure di stagione, frutta locale e pesce azzurro possono costituire una base nutrizionalmente valida e relativamente economica.
Ti capita di dover confrontare ciò che consiglieresti dal punto di vista nutrizionale con ciò che una famiglia con un budget molto limitato può realmente permettersi? Come si costruisce una dieta sana quando il vincolo principale è economico?
Una raccomandazione nutrizionale che ignora il budget familiare rischia di rimanere teorica.
Quando la disponibilità economica è limitata, bisogna innanzitutto costruire una dieta intorno agli alimenti con il miglior rapporto possibile tra costo e valore nutrizionale.
Legumi secchi, cereali, pasta, riso, patate, verdure di stagione, surgelate o conservate, uova e alcuni latticini possono costituire una base comunque valida. È utile prediligere filiere corte e cercare produttori locali, che spesso hanno prezzi anche più vantaggiosi della grande distribuzione.
È utile anche programmare i pasti, ridurre gli sprechi e scegliere ingredienti semplici per comporre i pasti, invece di preparazioni già pronte. Una dieta sana deve essere sostenibile nel tempo.
Quanto pesa il livello socioeconomico sulla qualità dell’alimentazione? E rischiamo che l’aumento dei prezzi degli alimenti freschi allarghi ulteriormente le disuguaglianze già esistenti nell’accesso a una dieta equilibrata?
Non si tratta soltanto di quanto una persona può spendere: incidono anche il tempo disponibile, le condizioni abitative, la possibilità di cucinare, l’accesso ai negozi, le conoscenze alimentari e l’organizzazione familiare.
Per questo un aumento generalizzato dei prezzi degli alimenti freschi non colpisce necessariamente tutti allo stesso modo. Una famiglia con un budget ampio può assorbire più facilmente un aumento; una famiglia che destina già una quota elevata del proprio reddito alla spesa alimentare deve invece modificare più radicalmente le proprie scelte.
Il rischio è quindi quello di ampliare una disuguaglianza già esistente.
Se dovessi dare un’indicazione molto concreta a una famiglia che oggi deve fare la spesa con un budget ridotto, quali alimenti vegetali consiglieresti di privilegiare e quali strategie permettono di mantenere una dieta equilibrata senza trasformare la spesa in un lusso?
Senz’altro consiglierei di non inseguire necessariamente il prodotto più “alla moda”, più costoso o più pubblicizzato con slogan che possono essere ingannevoli, promettendo particolari caratteristiche di salubrità perché più “magro”, “più ricco di minerali e vitamine”, “più ricco di omega-3”, ecc.
Diffiderei degli slogan, ricordando che una mela, una carota o altri prodotti freschi sono senz’altro più economici e salutari rispetto a prodotti confezionati presentati come particolarmente salutistici.
In genere sono gli alimenti più semplici a contenere qualità.
Consiglierei di utilizzare ingredienti di base per comporre i pasti, piuttosto che prodotti confezionati e/o precotti: per esempio, fare una ciambella in casa è più salutare ed economico che comprare merendine confezionate.
Poi suggerirei il consumo di carne al massimo 2-3 volte a settimana, puntando invece su altre fonti proteiche nobili, come uova o pesce.
Poi punterei sui legumi: lenticchie, ceci, fagioli e piselli secchi sono versatili, nutrienti e generalmente convenienti.
Poi cereali come pasta, riso, orzo e avena, preferibilmente integrali, che in genere hanno un prezzo ridotto.
Per frutta e verdura sceglierei prodotti di stagione, quelli con il prezzo più conveniente e, senza pregiudizi, anche surgelati che, dal punto di vista nutrizionale, possono essere ottime alternative e permettono di ridurre gli sprechi.
Altro consiglio importantissimo è avere una dieta variata e quindi alternare nella settimana diverse fonti di carboidrati, proteine e verdure.
Programmare la spesa e cucinare quantità maggiori da utilizzare in più pasti, eventualmente congelandole per conservarle, può fare una grande differenza e permettere di risparmiare sul budget mensile familiare.
Mangiare bene con uno sguardo al prezzo non significa mangiare una dieta povera: significa scegliere con attenzione dove mettere le proprie risorse.