ADS: Quando l’amministrazione non è un sostegno
Una misura pensata per proteggere persone fragili diventa un percorso poco trasparente e pieno di spese nascoste.
Che cos’è l’amministrazione di sostegno
L’amministrazione di sostegno è uno strumento previsto dalla Legge 6/2004 per aiutare persone che, per età, malattia o difficoltà temporanee, non riescono a gestire da sole alcuni aspetti della propria vita, soprattutto quelli economici e burocratici. Può riguardare anziani, persone con disabilità, persone malate o in situazioni di fragilità. Il Giudice Tutelare nomina un amministratore di sostegno (ADS), un familiare o un professionista esterno, col compito di aiutare o rappresentare la persona tutelata nelle decisioni quotidiane: pagare le spese, gestire il conto corrente, firmare documenti, occuparsi dei rapporti con enti pubblici e privati. In teoria, è una misura pensata per proteggere, semplificare e sostenere.
Un sito rinnovato, ma informazioni incomplete
Il sito del Tribunale Ordinario di Bologna ha da poco cambiato aspetto: una grafica più moderna e colorata ha sostituito la vecchia versione in bianco e nero. Un cambiamento positivo, che però non è stato accompagnato da un aggiornamento chiaro dei contenuti informativi dedicati all’Amministrazione di Sostegno (ADS). Nella pagina infatti, vengono indicati solo alcuni costi iniziali: 27 euro come spesa fissa di avvio del procedimento, più i diritti di copia per il decreto di nomina. Chi legge è portato a pensare che l’ADS sia un percorso semplice e poco costoso. In realtà, non sempre è così.
Quando i costi aumentano (e non lo sai)
In presenza di certe condizioni, le spese possono diventare molto più alte. L’introduzione di extra costi, così come le modalità con cui vengono applicati, dipendono dalle prassi del singolo Tribunale. Il Tribunale di Bologna per esempio, unico in Italia, prevede che se la persona tutelata possiede un patrimonio superiore a 40.000 euro, debba pagare una quota annuale per la rendicontazione della gestione economica. La spesa, che è obbligatoria per il tutelato e i suoi eredi, non viene però segnalata sul sito tra le spese da affrontare aderendo a questo istituto. La quota parte da circa 200 euro e aumenta in base al patrimonio. Il controllo non viene svolto direttamente dal Giudice, ma da commercialisti esterni incaricati dal Tribunale, le cui onerose parcelle sono sempre a carico della persona tutelata o dei suoi eredi. La legge però non obbliga a esternalizzare i controlli: chiede solo che la rendicontazione venga presentata al Giudice.
Un controllo solo “sulla carta”
C’è un altro aspetto poco conosciuto. I commercialisti che controllano le spese non conoscono la persona tutelata, né i suoi bisogni reali. Il loro lavoro consiste soprattutto nel verificare che le spese siano documentate correttamente, non se siano davvero utili o appropriate per la vita della persona. In pratica, si controlla che ci siano scontrini e fatture in ordine, ma non se il denaro è stato speso nel modo migliore per il benessere del tutelato.
Quando l’amministratore è un professionista esterno
Se il Giudice ritiene che un familiare non possa svolgere il ruolo di amministratore di sostegno, nomina quasi sempre un professionista esterno, spesso un avvocato. In questo caso, la persona tutelata deve pagare anche un compenso annuale all’amministratore. L’importo viene deciso dal Giudice insieme al professionista e dipende dal patrimonio e dalla “complessità” della gestione. Questa valutazione avviene senza coinvolgere altri soggetti e il compenso viene prelevato direttamente dal conto della persona tutelata. Alcuni amministratori professionisti gestiscono contemporaneamente decine di persone, con compensi che, nei casi di patrimoni più elevati, possono arrivare a diverse migliaia di euro all’anno.
Familiari spesso all’oscuro di tutto
Nei casi in cui l’Amministrazione di Sostegno è affidata a un professionista esterno, i familiari vengono spesso esclusi dalle informazioni. Non hanno accesso alla gestione economica, ai rendiconti annuali o a quello finale, salvo situazioni eccezionali. Può quindi accadere che, alla fine del percorso, gli eredi si trovino davanti a un patrimonio molto ridotto e a spese professionali mai comunicate prima, ma pienamente legittime dal punto di vista formale.
Un problema di trasparenza
Tutti questi possibili costi e conseguenze non vengono spiegati sul sito del Tribunale. Non c’è nemmeno un avviso generale che metta in guardia i cittadini sul fatto che, in certe situazioni, l’amministrazione di sostegno può diventare un percorso oneroso e complesso. Ciò significa che molte persone vi accedono senza essere davvero informate, scoprendo solo in seguito obblighi e spese che possono incidere pesantemente sulla vita del tutelato e della sua famiglia.
Una legge senza risorse
A oltre vent’anni dall’entrata in vigore della Legge 6/2004 sull’amministrazione di sostegno, il problema resta strutturale. La legge non è mai stata realmente finanziata dallo Stato. I costi della gestione delle persone fragili ricadono quasi interamente sui tutelati stessi, mentre allo Stato restano solo le spese di funzionamento dei Tribunali. Uno strumento nato per proteggere rischia così, in assenza di informazioni chiare e di un controllo pubblico più forte, di trasformarsi in un meccanismo poco trasparente e difficile da comprendere per chi ne ha più bisogno.
Per saperne di più:
https://dirittiallafollia.it/2024/04/23/proposta-riforma-amministrazione-di-sostegno/
Presidente dell’Associazione Diritti alla Follia, Michele Capano è un avvocato con patrocinio presso le giurisdizioni superiori. È mediatore, iscritto all’albo dei difensori che praticano il gratuito patrocinio e pratica la difesa d’ufficio. Militante dell’area Radicale, è impegnato nell’arcipelago associazionistico che gravita attorno a questa formazione politica. Ha contribuito a ricostruire l’Ente Nazionale Protezione Animali in provincia di Salerno, è il responsabile provinciale del Nucleo di Guardie Zoofile dell’E.N.P.A., operanti con funzioni di polizia giudiziaria sul maltrattamento animale, attive sul fronte della tutela dell’ambiente.
Alcuni ADS (non tutti e non sempre), col tempo, hanno poi cominciato a pensare di poter decidere della vita del beneficiario, senza preoccuparsi della sua volontà, sotto ogni aspetto – obbligandolo magari a un ricovero in RSA quando avrebbe preferito rimanere a casa propria. Per non dire nulla di quando un ADS si arroga il diritto di trattenere il beneficiario in una Casa famiglia per pazienti psichiatrici o di sostenere una medicalizzazione forzata, aggirando persino alcuni dettami della cosiddetta Legge Basaglia e, soprattutto, gettando alle ortiche il suo lascito umano e scientifico.
È purtroppo frequente che nel procedimento per nomina di ADS non vengano garantiti il controllo giurisdizionale e i diritti costituzionali che pure il nostro ordinamento prevede per tutti i cittadini: capita fin troppo spesso che le ragioni della persona colpita dal provvedimento non vengano adeguatamente considerate dal Giudice Tutelare, e che talvolta questa non venga neppure informata della data dell’udienza, vedendosi precluse la possibilità di difendersi e di esercitare il diritto di contradditorio. È poi consueto che il Giudice non ritenga di disporre una perizia tecnica che valuti specificamente, anche in presenza di condizione psichiatrica o di disagio personale accertati, se sia realmente compromessa la capacità di gestire la propria persona e il proprio patrimonio, sulla scorta di una mentalità largamente diffusa secondo cui il malato psichiatrico (o presunto tale) è anche automaticamente incapace di badare a sé stesso e perseguire i propri interessi. Diritti alla Follia non fornisce assistenza legale, ma riceve ogni mese decine di segnalazioni da parte di chi si ritrova amministrato contro la propria volontà o rischia di diventarlo, molti dei quali (ma non tutti) già collocati nella rete dei servizi psichiatrici/sociali, non solo anziani ma anche giovani e giovanissimi, “colpevoli” di vivere una situazione di sofferenza psicologica che si vorrebbe “sistemare” infliggendo la mortificazione della capacità di agire. Sfortunatamente, dal momento in cui l’istanza per la nomina di ADS viene presentata al Giudice Tutelare, non è affatto semplice evitare che si concluda con un provvedimento che sancisca la misura di protezione invocata: è noto che la stragrande maggioranza di tali ricorsi esita in un accoglimento; tra l’altro le risorse di cui avvalersi allo scopo di sottrarsi ad una misura di protezione non desiderata (un difensore e un consulente di parte, come uno psichiatra) sono spesso economicamente al di fuori della portata di coloro che ne avrebbero bisogno, dato che come sappiamo in molti casi la disabilità e il disagio psichiatrico sono correlati a una condizione di difficoltà socio-economica. Ancora più complicato è poi il percorso per “liberarsi” dall’Amministrazione di Sostegno quando questa è stata ormai stabilita dal Giudice, contro il cui provvedimento (che peraltro talvolta neppure viene notificato alla persona interessata!) si hanno solo 10 giorni di tempo per opporre reclamo. La durata della misura di protezione, presente nel decreto di nomina, è molto spesso lasciata nell’indeterminatezza da parte del Giudice, e solo sobbarcandosi annose e tortuose battaglie giudiziarie, spesso pure infruttuose, si può tentare di ottenerne la revoca.
Dipende poi da cosa si intende per “brutte sorprese”. Alcuni familiari sono ben contenti di liberarsi del malato quindi qualsiasi cosa decida il Giudice va bene. Le persone soggette ad ADS sono centinaia di migliaia in Italia e, visto l’innalzamento dell’età, aumenteranno progressivamente nei prossimi anni nessuno escluso: l’avvio del procedimento non è quasi mai una “scelta”, ma un obbligo a cui ti espongono medici, assistenti sociali o parenti, un Notaio, addirittura vicini di casa presentandoti come soggetto bisognoso ai Servizi Sociali.