Rigenerazione urbana o sottrazione di beni pubblici?
La cosiddetta “rigenerazione urbana” rischia di trasformarsi nel suo contrario: non rigenerazione della città pubblica, ma progressiva estrazione di valore dai beni comuni
Nel dicembre 2025 un gruppo di cittadini e comitati ha presentato un esposto alla Magistratura riguardante una dozzina di interventi edilizi realizzati a Bologna negli ultimi anni.
Non si tratta di semplici operazioni immobiliari. Parliamo di edifici che hanno modificato profondamente il paesaggio urbano: torri e palazzi di dieci piani o più, spesso sorti al posto di capannoni o edifici di dimensioni molto inferiori. Interventi concentrati in quartieri già in sofferenza per la scarsità di spazi pubblici, verde, parcheggi, percorsi pedonali e ciclabili sicuri, servizi scolastici e sanitari di prossimità.
Bolognina, via Emilia, via Stalingrado: aree già congestionate dove la proliferazione di quelli che il Sindaco stesso nella campagna elettorale nel 2021 definì “mostri urbani” ha aggravato criticità esistenti e alimentato conflitti tra residenti, lavoratori e nuovi abitanti.
La questione centrale è semplice. Ogni nuova edificazione genera un carico urbanistico aggiuntivo: più abitanti, più traffico, più domanda di servizi, più pressione sugli spazi comuni. Per questo la normativa urbanistica prevede che chi costruisce contribuisca alla realizzazione delle opere necessarie a compensare tale impatto: verde pubblico, parcheggi, attrezzature collettive, servizi e infrastrutture.
Questi non sono dettagli tecnici. Sono gli strumenti attraverso cui si costruisce la qualità urbana e si redistribuisce alla collettività una parte del valore generato dalle trasformazioni immobiliari.
Quando tali compensazioni non vengono realizzate, o vengono ridotte al minimo, il risultato non è soltanto una possibile violazione delle regole urbanistiche. È una sottrazione di valore pubblico. Mentre il patrimonio privato aumenta di valore, la città perde spazi, servizi e qualità della vita.
In altre parole: qualcuno incassa il plusvalore, mentre i costi vengono scaricati sulla collettività.
Secondo quanto riportato nell’esposto, molti di questi interventi sarebbero stati autorizzati attraverso titoli edilizi diretti, come SCIA o permessi di costruire, e classificati come “ristrutturazioni edilizie” anche nei casi in cui hanno prodotto edifici sostanzialmente nuovi, con aumenti significativi di volumetrie, superfici e spesso cambi di destinazione d’uso.
Il punto è rilevante perché la normativa urbanistica nazionale prevede che edifici superiori a determinate soglie dimensionali siano assoggettati a Piano Particolareggiato. Non una formalità burocratica, ma uno strumento che introduce garanzie fondamentali:
- controllo politico oltre a quello tecnico;
- pubblicazione degli atti e possibilità per i cittadini di presentare osservazioni;
- standard urbanistici più elevati;
- maggiori oneri e contributi a favore della città.
Eludere questo passaggio significa ridurre trasparenza, partecipazione e ritorni pubblici delle trasformazioni urbane.
Non a caso questioni analoghe sono finite al centro delle inchieste sull’urbanistica milanese. E Bologna presenta dinamiche che meritano quantomeno un approfondimento rigoroso.
La città che dichiara più di quanto realizza
Il nodo non è soltanto normativo, ma politico e amministrativo.
Negli ultimi anni il Comune di Bologna ha approvato documenti e impegni volontari di grande portata: dichiarazione di emergenza climatica, PAESC, Contratto Climatico della città. In tutti questi atti l’amministrazione dichiara l’obiettivo di andare oltre gli obblighi di legge, rafforzando la dotazione di verde pubblico, migliorando la qualità dello spazio urbano, potenziando la partecipazione e integrando criteri climatici nelle trasformazioni edilizie. Sulla carta, quindi, non solo rispetto delle norme: un passo ulteriore, verso una città più resiliente e più verde.
Nella pratica, secondo le contestazioni avanzate dai comitati, il quadro appare diverso: interventi ad alto impatto che non sempre mostrano compensazioni adeguate in termini di verde, servizi o standard urbani, e che in alcuni casi sembrano restare al livello minimo degli obblighi di legge, quando non sotto soglia rispetto alle stesse finalità dichiarate nei documenti programmatici.
Si apre così una contraddizione evidente: da un lato l’enunciazione di obiettivi “oltre la legge”, dall’altro una realtà percepita come incapace di garantire persino la piena applicazione degli standard ordinari.
Le domande rimaste senza risposta
Nel luglio 2025, a seguito di una nota ufficiale del Comune che rivendicava la correttezza dell’operato amministrativo e la piena conformità delle procedure urbanistiche, i comitati firmatari dell’esposto hanno presentato quattro domande puntuali, protocollate e inviate agli uffici competenti.
Le richieste riguardavano, tra le altre cose:
- la quantificazione delle dotazioni di verde e di edilizia sociale effettivamente realizzate nei singoli interventi;
- l’elenco delle somme incassate attraverso monetizzazioni;
- le valutazioni qualitative utilizzate dagli uffici per giustificare la riduzione o la sostituzione degli standard;
- le misure adottate per prevenire rischi di infiltrazione criminale nei processi edilizi.
A distanza di mesi, ai comitati, non è pervenuta alcuna risposta.
Una mancata interlocuzione che non riguarda soltanto il merito delle singole operazioni, ma il tema più ampio della trasparenza amministrativa e della verificabilità pubblica delle trasformazioni urbane.
Il nodo politico della trasformazione urbana
La posta in gioco va oltre la corretta interpretazione di una norma.
Riguarda il modello di città che si sta costruendo: chi decide, con quali strumenti, e soprattutto con quale distribuzione dei benefici e dei costi.
Perché se un intervento immobiliare aumenta il valore degli appartamenti grazie alla presenza di servizi pubblici, aree verdi, trasporti e infrastrutture esistenti, ma non contribuisce a rafforzarli, si produce un trasferimento di ricchezza dalla collettività ai soggetti privati che realizzano l’operazione.
La cosiddetta “rigenerazione urbana” rischia così di trasformarsi nel suo contrario: non rigenerazione della città pubblica, ma progressiva estrazione di valore dai beni comuni.
Piergiorgio Rocchi è da anni impegnato nello studio delle trasformazioni territoriali bolognesi e tra i promotori del censimento dei vuoti urbani. Con lui abbiamo approfondito il rapporto tra rigenerazione urbana, rendita immobiliare, standard urbanistici e diritto alla città.