Gli ecosistemi

Un’assemblea basta a raccontare Futura

Un’assemblea pubblica al Pilastro smaschera le contraddizioni del progetto Futura: partecipazione tardiva, consumo di suolo e il racconto progressista della rigenerazione urbana messo in discussione dai residenti.

Tra i tanti interventi, spesso accesi, dei residenti del Pilastro ascoltati ieri sera durante l’incontro di “condivisione degli aggiornamenti e sviluppi” del progetto Futura, il Museo delle Bambine e dei Bambini che sorgerà all’interno del Parco Mitilini, vale la pena partire da uno in particolare, pronunciato con grande intensità da un’ex maestra.

Il senso era, più o meno, questo: siamo stanchi di essere additati come rione problematico e piuttosto freddi nei confronti di chi arriva a “salvarci”. Una rivendicazione dura di orgoglio, la volontà di sottrarsi a ogni tentativo di riduzione a cavie sulle quali testare il farmaco, o la panacea, oggi della rigenerazione urbana, ieri della democrazia. Ma il discorso porterebbe lontano.
Scordatevi, insomma, diceva la ex maestra, di guardare al Pilastro come a un’area protetta da visitare per mostrare al mondo i benefici del progressismo civico.

Una richiesta di ascolto che è arrivata dalla quasi totalità di chi ha preso la parola dopo gli interventi del Comune (“siamo qui per dare spiegazioni”). Perché, stando alle testimonianze, i 7mila abitanti del Pilastro una mattina si sono svegliati e hanno trovato un nuovo cantiere, tra la Casa Gialla e la Biblioteca Spina, nel cuore di un parco ampiamente e liberamente frequentato, dunque inclusivo secondo i criteri dell’urbanesimo 4.0, che già due anni fa era stato parzialmente occupato da una caserma.
Nessuna convocazione, se non per i circa 100 coinvolti, in larga parte alunni delle scuole della zona, nel percorso partecipativo di progettazione. Decisamente più efficiente, invece, la macchina comunicativa messa in moto in vista dell’assemblea di ieri. A giochi fatti.

Un breve riassunto degli interventi dal “palco” (Daniele Ara, Veronica Ceruti, Calogera Tiziana Napoli): il Museo delle Bambine e dei Bambini, o Futura, nome vincitore del concorso di idee lanciato dal Comune per battezzare il nuovo spazio, sta per diventare realtà. L’incontro è solo l’ultimo, in ordine di tempo, di una lunga serie di appuntamenti che si sarebbero svolti in un dialogo costante con la fitta rete di realtà sociali, educative e culturali operanti sul territorio.
L’intervento è finanziato quasi interamente dai Fondi dei Piani Urbani Integrati (5,5 milioni su 6,3) ed è finalizzato alla riqualificazione delle periferie attraverso la realizzazione di spazi ricreativi che rispondano a criteri di miglioramento dell’accessibilità, inclusione, efficientamento energetico e riduzione del consumo di suolo.

Una grande opportunità: dove intervenire, se non al Pilastro, caratterizzato dalla presenza di una rete capillare di corpi intermedi, con un’opera di riqualificazione destinata a diventare un polo di attrazione per chi, visitando Bologna, cerca la città “autentica”? I Children’s Museum, d’altronde, esistono in tutto il mondo, all’interno di una rete internazionale di centri educativi per l’infanzia. Solitamente collocati nei centri cittadini, l’amministrazione bolognese avrebbe invece scelto un luogo più defilato, per “agganciarlo” al centro e per trarre da quel territorio e dal suo tessuto la linfa vitale di cui il Museo avrà bisogno.
L’accesso sarà preferenziale per gli abitanti del Pilastro. Sulle modalità di gestione si sta ancora discutendo, ma anche dal confronto acceso emergerà una sintesi.

Ben diversi i toni di chi ha preso il microfono dalla platea. Processo partecipativo scarso, comunicazioni a singhiozzo o del tutto assenti, ulteriore consumo di suolo compensato con meccanismi più che discutibili. Nessuno studio, o quantomeno nessuno accessibile, sull’impatto sociale dell’opera e sulle conseguenze per la mobilità della zona.
Un nuovo intervento in un parco pubblico, quando i parchi dovrebbero essere intoccabili per statuto. Opacità sulla gestione futura, sul costo di ingresso in un’area che oggi è a fruizione libera.

L’ennesima operazione di “cosmetologia urbana”, per usare le parole di Francesca Fortuzzi, consigliera di Quartiere di Potere al Popolo, la prima a intervenire, che rifiuta lo “scudo” del bene delle bambine e dei bambini come giustificazione per un ulteriore abbattimento di alberi.
Dove sono i fondi, ci si chiede, per il recupero di edifici esistenti, per l’implementazione dei servizi di prossimità, per il sostegno alle realtà radicate sul territorio che ogni giorno si confrontano con i bisogni concreti di chi ci vive? Come si possono equiparare un metro quadrato di prato e un metro quadrato di calcestruzzo drenante? A cosa serve riprodurre sul tetto di un edificio il prato che quell’edificio ha coperto e cementificato?

Le risposte si muovono nel solco della correttezza burocratica: i fondi destinati al Museo non possono essere dirottati, è prevista una clausola di compensazione per il consumo di suolo, il nuovo Museo consentirà di apportare migliorie a tutto il parco, compresa un’illuminazione più efficiente a collegamento dei vari edifici.
Ma dietro la postura di ascolto emerge chiaramente il fastidio di chi si trova di fronte a una platea percepita come ottusamente ostile, sempre protesa al rifiuto, alla critica, oppositrice del nuovo per partito preso. Gente che, in fondo, non capisce.

Un pensiero gridato senza filtri da uno dei due interventi apertamente a favore dell’opera: “Sempre a criticare che non siete coinvolti, però della famiglia nel bosco sapete tutto eh! E poi guardate che non avete mica il diploma di ecologisti! Il taglio degli alberi va contestualizzato!”.
Nel merito della contestualizzazione non si è entrati. Ed è un peccato. Lo si farà, forse, alla prossima assemblea partecipata.