Vivere sotto un ponte
Cronaca dal margine invisibile della città che si racconta verde
C’è un punto, tra Bologna e Rastignano, dove la città smette di essere narrazione e torna a essere materia. Terra, acqua, cemento. E persone. Persone che non compaiono nelle conferenze stampa, che non entrano nelle inquadrature, che non vengono interpellate. Persone che vivono sotto un ponte.
Quel punto è lungo il fiume Savena, al confine con il Parco del Paleotto. Qui, sopra le teste di chi ci abita, è stato costruito un viadotto: la bretella della SS65. Per farlo, nel 2022, sono stati abbattuti in pochi giorni 1157 alberi ad alto fusto. Due porzioni di foresta fluviale cancellate come se fossero un errore di bozza. Un ecosistema intero trasformato in spazio disponibile.
Cinque anni di lavori. Cinque anni in cui non si è costruita solo un’infrastruttura, ma una nuova condizione di vita. Peggiore.
Nel maggio 2023, senza più la protezione naturale della vegetazione, la piena si è portata via via del Paleotto, l’unica strada di accesso alle case. Nel novembre 2024, nuove piogge hanno fatto esondare il fiume in un punto indebolito dai lavori: decine di garage allagati nel complesso del “Palazzaccio” di Rastignano, 120 famiglie coinvolte. Da allora, ordinanze periodiche invitano gli abitanti ad abbandonare i piani bassi ogni volta che il meteo prevede pioggia prolungata. Anche a Natale.
Questa non è resilienza. È adattamento forzato a un danno prodotto.
L’inaugurazione senza abitanti
Il 10 aprile 2026 viene inaugurata la “nuova” via del Paleotto, ricostruita dopo la distruzione del 2023. Gli abitanti lo scoprono per caso, due giorni prima. Nessun invito. Nessun coinvolgimento.
Alla cerimonia: l’assessore alla mobilità, la presidente del Quartiere Savena, una quindicina di giornalisti. Discorso istituzionale, parole calibrate: “ridare respiro alla zona”. L’inquadratura è attenta, chirurgica. Non deve entrare la devastazione.
Poi un dettaglio che sembra uscito da un teatro involontario della comunicazione: un giornalista perde il comunicato stampa. Viene raccolto da terra dagli abitanti. Dentro, la traccia già pronta dell’articolo. Tra le indicazioni, una in particolare: valorizzare i nuovi parcheggi costruiti lungo il fiume.
Parcheggi. Sul fiume.
Nessuno dei giornalisti, nonostante le richieste, intervista chi lì ci vive. La realtà resta fuori campo. Al suo posto, un racconto già scritto.
Dal bosco al rendering
Non tutti gli abitanti sono contrari all’opera. C’è chi la considera utile, chi ne riconosce alcuni benefici, chi prova a tenere insieme il disagio vissuto e una valutazione più sfumata.
Molti abitanti avevano scelto questa zona per la sua prossimità al fiume e al parco. Case modeste, sì, in una delle aree a più alto disagio urbano della città secondo l’indice ADU, ma immerse in un ecosistema vivo: aironi cenerini, germani reali, scoiattoli, pioppi grigi. Una natura non decorativa, ma quotidiana.
Quella natura è stata eliminata in pochi giorni, senza preavviso.
Alle richieste di chiarimento su eventuali opere di ripristino ambientale, il Comune non ha risposto. Solo attraverso un accesso agli atti emerge la verità: nessun progetto di rimboschimento significativo. Nessuna rivalorizzazione naturalistica. Parte dei terreni, inoltre, è stata resa meno fertile dall’uso di materiali di risulta del cantiere mescolati al suolo. Tutto formalmente legale.
I progetti? Fermi al 2021. Nessuna revisione dopo le piene del 2023 e 2024. Nessun adeguamento per la sicurezza delle abitazioni.
La realtà cambia. Il progetto resta immobile. E chi vive lì paga lo scarto.
Partecipazione come rituale vuoto
Gli abitanti hanno provato a entrare nei canali istituzionali. Hanno partecipato alla Consulta del Verde, prodotto una relazione, avanzato richieste puntuali. Nessun riscontro concreto.
Il risultato è una forma ormai riconoscibile: la partecipazione come procedura, non come potere. Un contenitore che assorbe il conflitto senza modificarne gli esiti.
La città come dispositivo
Questa storia non riguarda solo un ponte, una strada o un parco. Riguarda un modello.
Una città che si racconta verde mentre impermeabilizza suolo e marginalizza chi abita le aree più fragili. Una città che costruisce narrazioni mentre disinnesca le voci che potrebbero contraddirle. Una città in cui l’informazione, invece di interrogare, riceve istruzioni.
E soprattutto: una città che considera sacrificabili alcuni territori e alcune vite, purché il racconto complessivo resti coerente.
Quello che non è stato detto
Se qualcuno avesse acceso un microfono davanti agli abitanti del Paleotto, probabilmente avrebbe sentito parole semplici e nette:
ci avete tolto la natura viva per costruire parcheggi.
ci avete reso più esposti, più vulnerabili.
non ci avete ascoltato.
Parole non sofisticate, ma difficili da integrare in un comunicato stampa.
Antigene come spazio di emersione
Questa non è solo una denuncia. È una richiesta.
Che questa storia non venga archiviata come inevitabile. Che le testimonianze, le foto, i documenti prodotti in anni di mobilitazione trovino spazio pubblico. Che si ricostruisca una verità che non sia quella preconfezionata delle inaugurazioni.
Perché la città non è un plastico elettorale.
È un organismo vivo, fatto di relazioni, conflitti, equilibri fragili.
E quando questi equilibri vengono spezzati, non basta inaugurare una strada per dire che tutto è risolto. Sotto quel ponte, la realtà continua a scorrere. Come il fiume che non è più lo stesso.
Di seguito la relazione del gruppo di cittadini Abitare il Savena Paleotto





