Pilastro, Bologna 1975-2026: resistere oggi come allora
Oggi, la sfida resta: capire che un rione non è fatto solo di servizi erogati, ma di spazi respirati. La storia del Pilastro dimostra che quando i cittadini difendono un vuoto, non stanno chiedendo meno servizi, stanno solo chiedendo più qualità della vita
È passata una vita intera, la mia: e quella delle tante anime che abitano il rione Pilastro, tutte diversissime, eppure unite da un identico perimetro di asfalto, prato e identità. Chi osserva adesso la spina dorsale del quartiere, il sistema di parchi che lo attraversa, non sta guardando solo un’area verde, ma il risultato di una resistenza civile che ha saputo correggere la matita dei pianificatori.
Il Pilastro nasce come villaggio, attorno al primo nucleo di casette dei ferrovieri del vicino smistamento cargo, e rimane tutt’ora fisicamente distaccato dalla città: perfetto quindi per ospitare un piano di edilizia popolare ragionato, e nelle intenzioni anche lungimirante, ovvero dare un tetto dignitoso alle famiglie dei lavoratori più modesti. Un’edilizia che garantisse appartamenti ampi, aperti ad almeno un affaccio sul verde, piazze centrali dove vivere la socialità e portici per accogliere i negozi di prossimità. Il progetto ha avuto bisogno di svariate correzioni in corsa, siamo sempre stati terra di sperimentazione, e negli anni Settanta, il Pilastro fu il laboratorio della Legge 167.
Il Comune di Bologna e lo IACP avevano progettato un’area centrale ad altissima densità: un “centro servizi” monumentale dove concentrare poliambulatori, uffici e scuole in una serie di volumi imponenti tra via Casini e l’attuale Parco Pasolini. Tuttavia, tra il 1973 e il 1975, con una mobilitazione capillare del Comitato Inquilini, i residenti ottennero lo spostamento delle strutture in edifici già esistenti o in zone periferiche, per salvaguardare quello che allora veniva chiamato “il prato”, o pratone, una scelta che trasformò un potenziale errore urbanistico in un’eccellenza: il Parco Pier Paolo Pasolini. Furono salvate le due case coloniche dove fino a pochi anni prima ancora stavano i contadini, ristrutturate nel rispetto dell’estetica storica del posto e così consegnate alla comunità come Biblioteca e la Casa Gialla, le scuole furono trasferite in edifici bassi con ampi giardini a disposizione e il poliambulatorio nella sua posizione attuale dietro alla Fattoria, più comodo rispetto a quello di San Donato.
Mezzo secolo dopo, lo scenario si ripete con attori diversi ma dinamiche speculari. Il progetto “Futura”, finanziato con fondi PNRR, ha previsto la costruzione di un nuovo Polo per l’Infanzia e del Museo delle Bambine e dei Bambini proprio in quell’area centrale difesa cinquant’anni fa.
Nel programma elettorale del 2021 il museo fu presentato come un edificio che unisse armonicamente le due strutture già esistenti, Biblioteca e Casa Gialla, costruito al posto del lastricato di cemento dell’ex campo da basket inutilizzato da decenni. C’erano bellissimi render, ora scomparsi, dove gli alberi adiacenti alla biblioteca si integravano all’interno dell’edificio grazie a vetrate e portici, per un investimento pari a 3,6 milioni in cultura per l’infanzia. Doveva essere un’icona di vetro e trasparenze, un padiglione leggero capace di mimetizzarsi tra le fronde del Parco Mitilini-Moneta-Stefanini, a zero consumo di suolo e bassissimo impatto ambientale. Era previsto un percorso di accompagnamento al progetto con la cittadinanza, perché la parola d’ordine fin da subito fu “partecipazione”: lavoreremo assieme per rendere questo posto una risorsa per il rione. In realtà, di residenti coinvolti se ne sono contati davvero pochi.
Nel 2020 in effetti, la Fondazione Rusconi, poi FIU, Fondazione Innovazione Urbana, organizzò due momenti di incontro: in una prima fase, conclusasi nel novembre, furono coinvolte circa 400 persone, quasi unicamente tramite questionari online indirizzati però agli stakeholder, ovvero ai portatori d’interesse legati alla realizzazione del museo. Gli unici residenti furono i bambini delle due quinte elementari delle Scuole Romagnoli che parteciparono a due mattine di laboratori organizzati per loro, e quindici ragazzi della Casa Gialla nel corso di un’unico incontro. In realtà la gara era tecnicamente chiusa già a settembre 2022, quindi con tutta evidenza il confronto fu limitato ai contenuti, si rispondeva alla domanda “cosa vorresti nel museo?” e non certo al dove sarebbe stato costruito e con quali volumetrie. I bambini, peraltro, risposero che volevano una casa-museo sull’albero. La seconda fase si concluse nel luglio del 2023, con la definizione delle linee guida pedagogiche e gestionali, basate sui feedback dei “target”, cioè le scuole, gli educatori, le varie associazioni. Ma il 28 gennaio 2023 era già stato proclamato ufficialmente il progetto vincitore della gara, quello dello Studio Aut Aut Architettura, con conferenza stampa a Palazzo d’ Accursio e presentazione dei primi render, che mostravano però uno strano fabbricato giallo. È quindi evidente che il confronto fu sempre e solo sul “cosa mettere nel museo” mentre i cittadini davano per scontato che il progetto dell’edificio rimanesse la struttura eterea, inserita nel parco, un proseguimento migliorativo del già esistente, del progetto originario. A marzo 2024 ci fu un ulteriore momento di cosiddetta partecipazione: il lancio del contest “Come lo vuoi chiamare”, quale nome scegliere per il museo. Vince “Futura”, come riportano i trafiletti sui giornali. Ma a novembre 2025 il cittadino comune del rione, non uno stakeholder o iscritto a una delle associazioni, vede spuntare le prime recinzioni del cantiere: circondano l’area verde del parco prospiciente all’ex campo da basket, chiudono fuori i giochi per i bimbi più piccoli, cinque alberi decennali, più gli alberelli piantati meno di due anni fa a compensazione per la nuova caserma. L’area occupata è diversa da quella prevista, è più grande, è priva di una logica. I residenti sollecitano allora i loro rappresentanti locali e ottengono a dicembre 2025 di riunirsi in un’assemblea presso il centro commerciale, per spiegare cosa stia davvero succedendo. Sono molti gli indecisi e i dubbiosi ad ascoltare i cinque minuti a testa concessi a chi porta criticità al progetto, a notare l’assenza di risposte convincenti, a non essere soddisfatti di un confronto che arriva solo dopo le decisioni già prese. Si forma un movimento spontaneo.
Il 6 gennaio 2026 nevica, eppure un numeroso capanello di persone sosta davanti alle transenne del cantiere: sono i semi del Comitato MuBasta e il loro obiettivo è cercare di fermare il progetto. Non è una protesta contro la cultura o contro l’infanzia ma per chi è nato e cresciuto nel quartiere e ha visto passare tanti esperimenti di riqualificazione, più o meno riusciti, è una riedizione della lotta del 1975. Dicono che siamo il rione più verde, ma in realtà siamo circondati da fonti di inquinamento: tangenziale con autostrada, Roveri e cargo ferroviario, Caab e Meraville, San Donato. Non possiamo permetterci barzellette come “la sostituzione dell’attuale lastricato con asfalto drenante sostituirà egregiamente il sacrificio del prato”: occupare il cantiere non è ecoterrorismo come hanno titolato quasi tutti, in questi giorni, ma solo autodifesa. È la difesa di un parco vissuto, l’unico con una fontanella, dove i bimbi giocano tranquilli osservati dalle decine di finestre, è il verde pubblico come spazio di condivisione sociale, come previsto dal progetto originale, è la difesa degli alberi decennali dall’abbattimento, perché agli alberi giovani occorreranno decenni per darci l’ombra e l’ossigeno di cui abbiamo disperatamente bisogno, in Pianura Padana soprattutto.
Occorre che chi ha a cuore la costruzione di questo museo si renda conto che la difesa del territorio non è mai un “no” a priori, ma una forma di pianificazione dal basso. La partecipazione dei residenti non è un intralcio alla modernizzazione, ma un correttore di bozze necessario per evitare che l’architettura diventi un’imposizione calata dall’alto. Negli anni ’70, la capacità dell’amministrazione di fare un passo indietro permise la nascita di uno dei parchi più amati della città. Oggi sarebbe bastato davvero poco: rispettare il progetto originario. Basterebbe ancora davvero poco: non criminalizzare il dissenso, non costituire comitati a favore come il Muvét, fondati dal presidente della Consulta allo Sport del Comune di Bologna, quindi con evidenti conflitti di interesse. Basterebbe tornare ad ascoltare i cittadini, come nel 1975 fece il PCI, certo allora molto più duri e puri eppure, alla fine, attenti e disponibili. Oggi, la sfida resta: capire che un rione non è fatto solo di servizi erogati, ma di spazi respirati. La storia del Pilastro dimostra che quando i cittadini difendono un vuoto, non stanno chiedendo meno servizi, stanno solo chiedendo più qualità della vita.
Le foto sono di Ulisse Carlini, cittadino, residente del Pilastro, studente di cinema.







