Gli ecosistemi

Bosco Ospizio

Confronto, dissenso e rappresentazione mediatica del conflitto

di Antìgene

Alle 6.30 del 30 settembre 2026 le ruspe sono entrate nel Bosco Ospizio. Dopo due mesi di presidio permanente e oltre due anni di mobilitazione, assemblee e tentativi di confronto, è partito il cantiere del nuovo polo Conad e dei servizi comunali. Parte della polizia era schierata in tenuta antisommossa rivelatasi inadatto alla circostanza. Non ci sono stati scontri né incidenti Nessun bilancio dei feriti e nessun bollettino di guerra da esibire nei “titoloni” dei giornali.

Il fatto è avvenuto, ora guardiamo il processo

Per mesi la storia è stata raccontata come lo scontro tra chi voleva conservare l’area e chi difendeva il progetto. Il dato politico più interessante, però, è che il confronto c’è stato. Un lungo percorso iniziato nel 2024 con la presentazione di una mozione popolare in consiglio comunale e terminato il 28 agosto quando una delegazione dell’Assemblea Bosco Ospizio è stata ricevuta in municipio e ha incontrato Comune e Conad, mentre fuori centinaia di persone aspettavano l’esito. La proposta dell’assemblea era sostanziale: salvaguardare integralmente l’area e costruire un’alternativa urbanistica. Difficile da incasellare nella categoria narrativa del “ comitato che non vuole niente”…

Due anni di conflitto civile

La mobilitazione è sempre passata attraverso forme non violente. Il presidio permanente è iniziato il 3 agosto 2026, quando erano previsti i primi lavori, e già quel giorno le attiviste e gli attivisti avevano fermato i mezzi mettendosi semplicemente davanti alle ruspe. Anche dopo, la contrapposizione non ha mai prodotto l’immagine adatta per divorare il contenuto originario della vertenza nello schema contestatori/amministrazione. Il 30 settembre la stampa ha documentato proteste, urla, il presidio delle forze dell’ordine e alcuni ingressi dei manifestanti nell’area di cantiere, ma la scorciatoia della questione ordine pubblico non è mai riuscita a far sparire la vertenza dal campo visivo.

Poi arrivano le ruspe

Nel frattempo però il procedimento amministrativo ha continuato per la sua strada e malgrado i “tavoli di confronto” la decisione di fondo non è cambiata: il nuovo Superstore resta previsto, il comparto resta edificabile. L’incontro del 28 agosto non ha prodotto una soluzione alternativa e Conad ha confermato di voler procedere, dicendosi disponibile a realizzare gli interventi compensativi di rito. Rivelando una sproporzione netta nella trattativa tra pubblico e privato. Una dinamica frequente che osserviamo in molte altre città.

Partecipazione o ottimizzazione?

Bosco Ospizio aiuta a separare due concetti che nel linguaggio politico finiscono spesso nello stesso cesto: partecipare alla progettazione e partecipare alla decisione. La differenza tra una partecipazione che può cambiare il quadro delle scelte e una che cambia soltanto le caratteristiche di una scelta già fatta. A Bosco Ospizio il confronto sembra essersi svolto soprattutto nel secondo ambito.

Il nodo giuridico

La normativa italiana prevede forme specifiche di tutela per i boschi, e il Codice dei beni culturali e del paesaggio sottopone alcune aree boscate a vincolo paesaggistico. Il Testo unico forestale ne dà una definizione e consente alle Regioni di integrare i criteri. Ma dire che la legge protegge un bosco urbano naturale non basta per concludere che Bosco Ospizio sia giuridicamente un bosco tutelato. Una relazione tecnica commissionata nell’ambito dell’indagine della Procura ha escluso che l’area sia un bosco ai fini normativi. L’assemblea ha contestato la conclusione con una perizia propria, sostenendo che l’area abbia invece i requisiti di legge. Il punto, allora, non si riduce a “la legge dice sì” o “la legge dice no”. La questione diventa: che cosa succede quando una grande area urbana rinaturalizzata ha un valore ecologico evidente, ma il suo riconoscimento giuridico non coincide con quello ecologico?

Il paradosso dell’albero salvato

C’è poi la solita questione di comunicazione. Salvare 56 alberi è meglio che non salvarli, piantarne di nuovi è meglio che non farlo, creare verde pubblico è meglio che non crearlo. Ma un albero maturo e un albero piantato in compensazione non sono la stessa cosa, né dal punto di vista ecologico né da quello dei tempi. Una foresta urbana spontanea è un ecosistema, mentre un numero di alberi scritto in un capitolato è una quantità. E non sono intercambiabili. È questa sostituzione dell’ecosistema con la contabilità degli elementi verdi a caratterizzare molte politiche urbane. Il bosco diventa una tabella. Il problema è che la natura, a discapito della contabilità urbanistica, non funziona in tabelle Excel.

Non è un caso isolato

Nel 2026 Bosco Ospizio è stato raccontato da Il Fatto Quotidiano, il manifesto, Radio Popolare, e altre testate, ed è arrivato anche all’attenzione del Parlamento con un atto presentato alla Camera. Questo permette di allargare lo sguardo. Non per dire che Milano è Bologna o Reggio Emilia è Bologna, perché non lo sono, ma per notare una dinamica comune a diverse amministrazioni progressiste o di centrosinistra: la fatica di tenere insieme rigenerazione urbana, diritti edificatori, rapporti con il privato, infrastrutture, sviluppo economico e tutela del verde esistente.

La lezione di Ospizio è nelle ruspe

Torniamo all’immagine del 30 settembre: le ruspe, la recinzione, la polizia, le persone dietro le reti, gli alberi che iniziano a cadere. Non serve aggiungere altro dramma a una scena già così eloquente. La cosa più significativa è che, nonostante due anni di mobilitazione, il presidio, le assemblee, il confronto pubblico e una proposta alternativa, la ruspe sono arrivate lo stesso.

La resistenza è rimasta prevalentemente passiva e il conflitto non è mai diventato scontro. Per questo è stato difficile raccontarlo con le categorie che di solito semplificano le vertenze territoriali: “protesta contro amministrazione”, “radicali contro istituzioni”, “ordine pubblico contro manifestanti” etc.

Resta invece una domanda molto più scomoda: se una comunità viene ascoltata per anni e alla fine il progetto che contestava viene realizzato lo stesso, che cosa ha prodotto quella partecipazione? Un miglioramento, una compensazione, o una forma scenografica di accompagnamento civile alla decisione?

Ma ora che le ruspe sono entrate, la questione non è più soltanto salvare o no un bosco. È capire che valore diamo a una partecipazione che può ascoltare tutto, discutere tutto, ma mai cambiare la decisione fondamentale.

Il vero cantiere di Bosco Ospizio, forse, è questo: ciò che separa il diritto di partecipare dal potere di incidere. Spero invece l’attività del prezioso cantiere dell’Assemblea Bosco Ospizio non si fermi anche se ancora una volta si deve lasciare “un tavolo di confronto” per far parlare le ruspe che il tavolo voleva evitare.

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