La città

Cierrebi: dieci anni di verità negate e una speculazione annunciata

La storia del Cierrebi non è un ingranaggio tecnico né un dettaglio del Piano Urbanistico: è la storia di un luogo che per decenni ha fatto parte della vita quotidiana di migliaia di persone, e che in dieci anni è stato svuotato, chiuso, lasciato marcire e infine abbattuto.
Una parabola che dice molto sulla politica urbana di Bologna, e ancor di più sul modo in cui si può smontare un bene collettivo senza mai dichiararlo apertamente.

Come nasce il Cierrebi: un centro sportivo per tutti

Negli anni ’70 l’area è semplice verde agricolo, in fascia di rispetto cimiteriale: per legge, si può costruire poco e niente.
Eppure proprio lì prende forma un centro sportivo destinato a diventare un piccolo cuore pulsante della città.

Quando nel 1985 la Cassa di Risparmio lo acquista, firma una convenzione senza scadenza che sembra una promessa: piscina, campi da tennis, palazzetti e spazi verdi devono rimanere a disposizione della comunità, senza interruzioni arbitrarie.
Per anni è davvero così.
Il Cierrebi è una casa dello sport popolare: dai tornei internazionali ai corsi di nuoto dei bambini, dai pensionati che giocano a tennis alle associazioni che trovano uno spazio per allenarsi. Un pezzo di Bologna, vivo e accessibile.

2016: quando entra in scena lo stadio

Poi arriva il 2016, e con esso il grande restyling del Dall’Ara.
Per far quadrare i conti, il Comune inserisce nel “pacchetto compensazioni” anche il Cierrebi, che col progetto stadio c’entra poco o nulla.

È qui che si comincia a parlare — senza mai davvero dirlo apertamente — di un supermercato Despar al posto della piscina.
Vincoli cimiteriali, convenzione ancora valida, destinazione d’uso sportiva? Tutto messo tra parentesi.

La struttura viene chiusa “per i lavori”, che però non partono.
La proprietà passa a società legate al Bologna FC.
Le proposte alternative — come quella della Fondazione Carisbo o delle Terme Felsinee — spariscono nel nulla.
È il primo segnale che ciò che viene presentato come “riqualificazione” sta andando da tutt’altra parte.

Il comitato, le carte e la realtà che emerge

Mentre il Comune mantiene un profilo ambiguo, i cittadini si mettono a studiare.
Nasce il comitato Salviamo il Cierrebi, che ricostruisce tutto: norme, vincoli, piani regolatori, documenti sanitari, studi sul traffico, convenzioni. Il risultato è chiaro e imbarazzante: il supermercato non si può fare.
Non si poteva nel 2016, non si può oggi. Dopo 2700 firme e un’istruttoria pubblica, perfino l’amministrazione è costretta ad ammetterlo.
Ma invece di riaprire il centro sportivo, prende un’altra direzione.

2020: la chiusura totale e il degrado programmato

Nel 2020 il Bologna FC chiude tutto: cancelli sbarrati, piscine svuotate, attività interrotte.
La convenzione lo vieterebbe, ma il Comune non interviene. L’impianto viene lasciato andare a fondo: infiltrazioni, strutture che cedono, vandalizzazioni, furti, persino incendi.
Un degrado che non nasce dal caso: è il tipo di abbandono che trasforma un luogo vivo in un “problema”, così da poter poi dire che l’unica soluzione è demolire. Nel frattempo, tremila persone — atleti, famiglie, istruttori — perdono un pezzo di quotidianità che nessun “progetto innovativo” potrà restituire.

GO Fit: la rigenerazione che cancella la memoria

Quando la giunta Lepore presenta GO Fit, lo fa come se fosse la rinascita del Cierrebi.
In realtà di quel luogo non resta nulla, né negli spazi, né nello spirito. Il progetto prevede:

  • un aumento volumetrico del 25% in un’area dove la legge permetterebbe ben poco;
  • la demolizione della piscina e dei palazzetti;
  • un grande edificio privato per il fitness;
  • un parcheggio da 365 posti a ridosso del cimitero;
  • una convenzione pubblica minima, parziale e temporanea.

GO Fit non è una struttura sportiva pubblica: è un centro fitness commerciale pensato per una clientela che può permetterselo. La continuità con lo sport popolare che si praticava al Cierrebi è pari a zero.

La vera partita: il valore edilizio

Il punto che pochi dicono apertamente è questo: con GO Fit, l’area acquisisce un valore edilizio dieci volte superiore. È difficile credere che sia un dettaglio.
E ancora più difficile non pensare che il progetto fitness sia solo un passaggio: un’anticipazione, un modo per rendere l’area appetibile per altri sviluppi futuri, commerciali o residenziali. Chi conosce la storia urbanistica europea sa che è già successo, più volte.

15 ottobre 2025: le ruspe all’alba

E poi arriva quella data. 15 ottobre 2025.
Le ruspe entrano all’alba e cancellano un impianto sportivo pubblico, legato da una convenzione ancora valida e protetto da una normativa severa. Lo fanno nel silenzio generale, quasi come se fosse inevitabile. Ma inevitabile non era.

Conclusione: chiamarla rigenerazione è un abuso del linguaggio

Dopo dieci anni di atti, verbali, carte depositate, richieste ignorate e decisioni prese a porte chiuse, rimane una verità semplice: il Comune non ha difeso il Cierrebi. Non ha fatto rispettare la convenzione.
Non ha protetto un bene collettivo. Ha lasciato che un centro sportivo popolare diventasse un’operazione immobiliare.

Per questo il comitato ha annunciato un’azione legale: non per nostalgia, ma per ristabilire un principio.
Che i beni comuni non si abbattono così. Che la legalità non è un optional.
Che la città non è un territorio da sacrificare in nome del profitto mascherato da “rigenerazione”. Il Cierrebi, oggi, non esiste più.
Ma la sua storia non è chiusa.
È appena iniziata.

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