Le persone

Cittadini fragili, anziani, disorientati: il loro presente, il nostro futuro

Il Ministero ha pubblicato i dati sulla salute mentale in Italia nel 2024: sono 845.516 le persone con problemi in carico ai servizi specialistici pubblici, quasi 10.000 in meno rispetto al 2023 e circa un decimo di quelli che in realtà avrebbero bisogno di assistenza. I pazienti di sesso femminile sono il 55,9%. Nel settembre del 2025 la OMS ha attestato oltre un miliardo di persone affette da disagio mentale o malattia psichiatrica. Il disagio psichico è responsabile di oltre 700 suicidi ogni anno. Le donne di nuovo tendono ad essere le più colpite: secondo le stime ne soffrono il 14,8% della popolazione femminile rispetto al 13% di quella maschile. Gli effetti dell’ansia sono i più diffusi, colpiscono il 4,4% della popolazione, seguiti dalla depressione con il 4% e dai problemi legati a disabilità intellettuale e ADHD, rispettivamente l’1,2 e 1%. Le proiezioni per il 2050 prevedono circa 153 milioni di casi di demenza nel mondo.

La prospettiva di una vera e propria cura è tutt’ora lontana, la spesa pubblica stanziata per la ricerca resta stabile da anni e ammonta ad appena il 2% dei bilanci sanitari totali rispetto al necessario 10%. Sperimentazioni sono il corso, con molta lentezza si inizia a valutare il ruolo negativo di farmaci di uso comune spesso “insospettabili”. Le terapie farmacologiche disponibili non vanno comunque demonizzate, ma impiegate in maniera appropriata e consapevole, prescritte da professionisti dotati di pazienza, intuito professionale, tempo e attenzione da dedicare a drammi personali e familiari, senza escludere per poca conoscenza, scarsa esperienza o pregiudizio, terapie non farmacologiche. Queste richiedono informazione, impegno, formazione oltre a notevole apertura mentale da parte dei familiari, ma, se applicate ai primi stadi della malattia, sono in grado di garantire miglioramenti importanti e limitare complicazioni cliniche e pericolosi effetti collaterali, tra i quali la morte del paziente.

La tutela dei malati, fragili o disorientati, la difesa, la garanzia dei loro diritti e loro dignità, degli interessi e anche patrimonio, non sono poi sempre assicurati dagli strumenti e istituti previsti per legge. L’Amministrazione di Sostegno è un ripiego in molti casi indispensabile, ma le procedure, i costi e i risvolti vanno approfonditi senza trascurare soluzioni alternative che una corretta informazione, personale formato e moderna tecnologia, la domotica domestica per esempio, possono mettere a disposizione delle famiglie.

Il disagio mentale riguarda poi un sempre maggior numero di persone sotto i 65 anni. Oltre a quelli genetici, i fattori più incidenti possono essere sociodemografici: bassa scolarità e basso status socio-economico; stile di vita: consumo di alcol, fumo, alimentazione errata, attività cognitiva ridotta. Importanti studi scientifici iniziano ad associarne le cause allo stress da esposizione a fattori come inquinamento ambientale e acustico: concentrazione di poveri sottili, ossido nitrico, particolato, pesticidi, sembrano poi favorire l’aumento di sintomi depressivi, comportamenti autodistruttivi, disturbo dell’attenzione e iperattività nei bambini e adolescenti.

Una corretta diagnosi, la presa in carico del malato, le cure farmacologiche e loro alternative, ma soprattutto la prevenzione dipendono da precise scelte politiche, dai fondi destinati all’informazione, formazione e specializzazione degli operatori, dalla qualità e costi strutture disponibili. Dipendono anche da politiche urbane: le attuali condizioni di vita delle città, l’isolamento sociale e le solitudini con tutta evidenza influenzano il benessere mentale dei cittadini favorendo o meno patologie neurodegenerative o psichiatriche e l’evoluzione delle stesse. Mentre un abilismo diffuso si stratifica in città progettate e costruite a misura di cittadini “normali”, la salvaguardia del verde, la disponibilità e accesso a parchi e giardini, in alcuni casi appositamente realizzati per la cura e il sostegno delle persone fragili, affette da demenze, trisomia21, depressione, ipovedenti, ipoudenti o semplicemente anziane, l’investimento in metri quadri vegetali, studiati, curati e seguiti da professionisti e ortoterapeuti adeguatamente formati, potrebbero in molti casi fare la differenza collaborando alla creazione di un ecosistema dove la biodiversità possa comprendere anche persone in relazione con specie vegetali a loro affini.

Le stime disponibili per gli anni 2024-2025 evidenziano nella città di Bologna un progressivo invecchiamento della popolazione, con un impatto crescente sulle necessità di assistenza. Su meno di 400.000 abitanti residenti si contano circa 95.800 – 96.000 persone con più di 65 anni, quasi 55.000 persone hanno più di 75 anni, e circa 36.000 superano gli 80 anni. L’indice di vecchiaia è di 221 anziani ogni 100 giovani. Il 33% degli over 65 vive da solo, percentuale che sale al 50% tra gli over 80. Si stimano circa 14.000 persone affette da Alzheimer o altre forme di demenza (ogni anno si registrano circa 3.000 nuove diagnosi di decadimento cognitivo) e oltre 21.000 persone con disabilità o limitazioni funzionali di cui più della metà oltre gli 80 anni. Si stimano 2.600 Amministrazioni di Sostegno attive. Sebbene i dati puntuali sul numero totale di pratiche in essere nel solo Tribunale di Bologna siano di difficile reperimento immediato, è noto che la stragrande maggioranza delle nomine riguarda persone ultraottantenni non autosufficienti e, in misura minore, persone con disabilità psichica o intellettiva. Le proiezioni per il 2045 stimano una popolazione di over 65 superiore alle 109.000 unità: una vera e propria città nella città.

Non si tratta qui di abbattere barriere architettoniche, addirittura quelle digitali, ma dell’esigenza di studiare e realizzare nuove condizioni e strumenti di arginare l’“ageismo”, l’abilismo, ogni discriminazione per età o difficoltà psicofisica. Si tratta di informazione, formazione, prevenzione, cura e mantenimento: anziani, malati, persone con disabilità, fragili, disorientate non sono e non devono essere cittadini di serie b: in una società più giusta ci sono altre strade, e anche le strade in città possono essere diverse.

Si ringraziano per il loro lavoro e preziosa consulenza:

Il Dott. Ferdinando Schiavo

L’architetto Andrea Mati e suoi giardini terapeutici

Ferdinando Schiavo

Il dottor Ferdinando Schiavo è medico neurologo italiano, specializzato nella cura delle fragilità, delle demenze e delle problematiche neurogeriatriche legate all’invecchiamento. Dopo aver lavorato per oltre trent’anni come specialista ospedaliero a Udine, si definisce oggi un “neurologo di strada”. Si dedica alla libera professione e alla divulgazione scientifica, promuovendo un approccio umano e olistico alla medicina. È stato responsabile degli ambulatori per l’Unità Valutativa Alzheimer (UVA) e per i disturbi del movimento (Parkinson). È autore di Malati per forza edito da Maggioli Editore, dove analizza con passione gli eventi avversi neurologici e i circoli viziosi causati dall’uso improprio o eccessivo di farmaci negli anziani.

Dopo decenni di lavoro in ospedale, ha scelto di definirsi “neurologo di strada” e da sempre sostiene la necessità di una modalità diversa di visitare i pazienti affetti da sintomi da malattia di Parkinson, disorientamento e da tutte le forme di demenza e Alzheimer.
Neurologo di strada: è quel che resta di un neurologo ospedaliero. Sembra una definizione demolitrice di questo mio nuovo ruolo sociale e sanitario, ma non lo è: fuori dalle mura ospedaliere dopo tanti decenni passati a battagliare tra meningiti, ictus e infinite altre patologie (poco conosciute dalla “gente”), mi sono arricchito di esperienze fatte nelle RSA e nelle case dei poveri diavoli, dove non arrivano i miei colleghi “di muro”. Confesso che ero anche io come loro. Neanche la definizione mia arbitraria “di muro” vuole essere un termine offensivo per i colleghi che lavorano in ospedale, così come non lo è, appunto, “di strada”, però indica nel primo caso una particolare e reale limitazione professionale ed esperienziale.
In cosa consiste il suo metodo, quali sono le differenze con le visite specialistiche, la cosiddetta “medicina della fretta”?
Non lo ritengo un metodo, per me rappresenta l’unica maniera per accedere alle storie di salute delle persone, con attenzione e tempo. Una prima valutazione clinica specialistica neurologica per patologie complesse come le demenze e i parkinsonismi (rigorosamente al plurale) richiede 60-75 minuti: ci vuole un lungo colloquio, un attento ascolto del paziente e delle testimonianze dei familiari, i test cognitivi brevi MMSE e test Orologio, esame neurologico che inizia dalla valutazione del cammino e dell’equilibrio e finisce con la misurazione della pressione arteriosa a destra e sinistra, a paziente coricato e poi in piedi. Va palpata la pancia, se serve, per escludere un globo vescicale o un grosso fecaloma, per esempio, e va esplorata la lingua (secca: possibile disidratazione, ecc.), vanno chiesti altri particolari, come odorato, stipsi. La Carta di Firenze, redatta da alcuni dei principali esperti del settore medico-sanitario e presentata il 14 aprile 2005, propone una serie di regole alla base di un nuovo rapporto, non paternalistico, tra medico e paziente. Il paziente ha diritto alla piena e corretta informazione sulla diagnosi e sulle possibili terapie, ma ha anche diritto alla libertà di scelta terapeutica, scelta che deve essere vincolante per il medico. Al punto 5 dichiara: il tempo dedicato all’informazione, alla comunicazione e alla relazione è tempo di cura.
È un fermo sostenitore delle strategie non farmacologiche nei disturbi comportamentali come azione prioritaria in caso di demenze. In cosa consistono e dove vengono apprese e praticate?
In sintesi, i motivi del mio sostegno sono due: 1. Bisogna capire cosa scatena quel comportamento di irritabilità, aggressività ecc. 2. Tenere conto che numerosi psicofarmaci, in particolare gli antipsicotici “vecchi e nuovi”, sono legati a diversi eventi avversi, tra cui la morte.
Almeno nell’area dove lavoro, ho notato che molti colleghi “di muro” – ma non sono i soli – non indagano o non prescrivono in maniera prioritaria le strategie non farmacologiche per i problemi comportamentali “distruttivi” di una persona con demenza, ma vanno al sodo velocemente con gli psicofarmaci. Per carità, servono spesso, ma successivamente: le priorità dell’iter corretto e umano si rispettano! Prima è necessario capire cosa può provocare un comportamento aggressivo, per esempio. Poi bisogna provare con strategie non farmacologiche adatte alla storia personale di QUEL paziente, infine, se non danno risultati, si passa allo psicofarmaco, provandone uno alla volta e iniziando con la dose minima, valutando la risposta: se è disastrosa, meglio cambiare farmaco e non aumentarne la dose (come ho visto fare a volte).
Recentemente il prof. Giuseppe Remuzzi dell’Istituto Mario Negri di Bergamo, ha affermato che l’Intelligenza Artificiale in caso di malattie rare fa diagnosi quattro volte più corrette dei medici e ogni anno il numero di morti per valutazioni inadeguate è altissimo. Nel caso delle malattie neurologiche ci vuole l’IA, oppure meglio i vecchi modi di praticare la cura, ascoltando, chiedendo, toccando il paziente e sempre senza fretta?
Uno studio recente sconfessa quanto affermato dal collega Remuzzi: una recente esperienza italiana (Natale Vincenzo Maiorana et al. Large Language Models in Neurological Practice: Real-World Study. J Med Internet Res 2025;27:e73212.) ha confermato risultati opposti. Hanno mostrato come i neurologi abbiano raggiunto un’accuratezza diagnostica del 75%, mentre ChatGPT si è attestato al 54% e Gemini al 46%. Questo mio accenno al “tocco” non esautora l’IA dai possibili aiuti e supporti che possa fornire, soprattutto in malattie abbastanza rare.
Lei da particolare importanza al “toccare il paziente.
I medici hanno iniziato a toccare poco o niente i propri pazienti. In un editoriale del 2019, Richard Horton, direttore della prestigiosa rivista scientifica The Lancet, ha sentito il bisogno, il dovere etico di raccontare la sua esperienza ospedaliera come paziente: “Nessun medico, chirurgo o anestesista, ha mai fatto nulla che si avvicinasse a un esame obiettivo. Nella pratica odierna della medicina contemporanea l’esame obiettivo sembra essere diventato un anacronismo, qualcosa di clinicamente residuale. Ho attraversato un percorso fatto di risonanze magnetiche e PET-CT con contrasto, sono stato sottoposto a numerosi elettrocardiogrammi, esami ecografici ed ecocardiogrammi, sono stato perforato da aghi per biopsia e ho atteso in file interminabili che le provette si riempissero di sangue. Che bisogno c’è dei dottori? La precisione della moderna medicina tecnologica trionfa su tutto ciò che i nostri imperfetti sensi possono rilevare. Non c’è contatto, anzi, il contrario: separazione assoluta. Niente ricerca attenta di linfonodi ingrossati. Nessuno sente il polso radiale, brachiale, carotideo o altro. Nessuna auscultazione del cuore o del torace. Nessun esame addominale. Il sistema nervoso potrebbe semplicemente non esistere”.
Da cosa dipende la possibilità di prevenire ad un invecchiamento di successo oppure a un invecchiamento da fragile e sconfitto?
A volte la responsabilità è dell’anziano stesso e dello stile di vita che ha condotto nei decenni precedenti, altre volte dipende da condizionamenti diversi: fattori culturali, sociali, economici, ambientali, genetici, salute ed anche malpratica sanitaria, proprio nell’età più fragile, nell’epoca “delle passioni tristi” che bussa alla porta di un mondo che progressivamente invecchia.
Essere uomo o donna, inoltre, fa molta differenza anche quando si parla di salute. Il genere, cioè quell’insieme di differenze sessuali, ma anche genetiche, comportamentali, culturali e sociali che strutturano l’identità di ciascun individuo, influisce biologicamente sul modo in cui una malattia si sviluppa, viene diagnosticata e curata. La Medicina di Genere da tre decenni tenta di combattere l’errata convinzione che vi sia una perfetta equivalenza uomo-donna. La medicina è stata scritta da maschi per i maschi, i nuovi farmaci vengono testati su “giovani adulti maschi bianchi” perché meno problematici e costosi, e persino più su animali di sesso maschile!
Più volte si è speso per l’approfondimento di una medicina di genere, nello sforzo di limitare il fenomeno delle “ciabatte rosse”, del “femminicidio da farmaci”: rispetto ai maschi le anziane rispondono alle terapie in modo differente e sono più suscettibili agli eventi avversi?
Il numero di medici di sesso femminile è aumentato solo negli ultimi anni e nel contempo le evidenze scientifiche hanno confermato che esistono sostanziali diversità fra uomo e donna in varie patologie e nella risposta alle terapie.
Questa diversità ignorata ha comportato e comporta tuttora errori diagnostici e terapeutici. E le conseguenze, appunto, non sempre immaginabili, ma in parte evitabili. Tra tutte le patologie segnate da forti differenze di sesso, appaiono inquietanti quelle relative alle ischemie cardiache (l’angina pectoris e l’infarto conclamato) a livello clinico-diagnostico e terapeutico.
Le terapie farmacologiche, inoltre, sono state e sono ancora testate prevalentemente nei soggetti di sesso maschile giovani e “applicate” alle donne di un’età diversa, le anziane. Questo sistema vige persino a livello di sperimentazione animale. I dati estrapolabili dagli studi sui maschi non sempre sono validi per le femmine! Infine, le donne sono più suscettibili agli eventi avversi da farmaci.
Nel suo lavoro una costante è l’attenzione posta al ruolo dei familiari, in particolari i figli e le figlie che sono incoraggiati a informarsi in modo adeguato e insistere coi medici e specialisti per esami approfonditi, a ribellarsi prima di accettare la diagnosi proposta e una cura farmacologica pesante.
Vedo da una vita e leggo di familiari smarriti e stressati, disarmati, male informati e supportati. Lasciati a sé stessi. Propongo poche regole: affidarsi a medici capaci e farsi aiutare anche da neuropsicologi, utili spesso a decodificare il “perché urla”, per esempio. È fondamentale un lavoro di gruppo e fatto bene. A volte per motivi vari questo necessario, essenziale, approccio non dà i suoi frutti (o non viene attuato) e allora, come al supermercato, ci si affida agli psicofarmaci, alcuni più “pericolosi”, altri meno. Gli antipsicotici, largamente prescritti, non sono caramelle, vanno conosciuti anche nei loro effetti avversi. È necessario un compromesso nella complessità di ogni quadro clinico al momento di affrontare, un altro ad esempio, i problemi comportamentali relativi all’architettura del sonno.
Lei parla di abbandono clinico, di “ageismo sanitario”, di un sistema che decide chi curare e chi no e condanna chi soffre di demenza. Poi denuncia carenza di personale preparato adeguatamente, che tende a optare per il contenimento in caso di pazienti agitati che invece si agitano proprio perché contenuti.
Mancano geriatri, specialisti formati specificatamente per la cura dell’anziano, non solo tra medici ma anche tra le altre figure. Ci sono vecchi pregiudizi, carenza di risorse e di rete sociale. Gli OSS, per esempio, dovrebbero essere maggiormente coinvolti e ascoltati e informati. A causa della dannosità degli antipsicotici, si è persino mossa la Commissione dei Diritti Umani. Comprendo per esperienza sul campo che esistono casi e casi, tuttavia credo sia consigliabile frequentare corsi di Terapie non Farmacologiche (TNF) di VALIDATION, GENTLECARE, VIGORELLI, SENTE-MENTE, altre ancora. Alla carenza di personale (su cui si può discutere, ovviamente) si affianca la “benevolenza” di chi lega con gli psicofarmaci o con le “corde” i pazienti affinché non facciano danno alla loro salute non dormendo a sufficienza o cadendo. Forse non conoscono a sufficienza che legare meccanicamente salute non dormendo a sufficienza o cadendo. Forse non conoscono a sufficienza che legare meccanicamente può scatenare il sottovalutato DELIRIUM, nettamente peggiorativo, anche mortale.
In ambito clinico e terapeutico sono importanti le distinzioni tra le competenze del neurologo e dello psichiatra?
Persiste una gran confusione sul ruolo professionale del neurologo e dello psichiatra e una scarsa informazione\formazione nella popolazione sulle malattie neurologiche. Aumentano i casi disperati di persone – giovani e anziane – con sintomi di parkinsonismo, distonie e discinesie precoci o tardive, a volte persistenti, la poco conosciuta e temibile acatisia, e altre manifestazioni secondarie a farmaci somministrati in prevalenza da colleghi psichiatri. Ho riflettuto profondamente e deciso: ogni cambiamento terapeutico in casi simili va programmato ed effettuato concordato coi colleghi psichiatri e da loro prescritto in quanto come neurologo, almeno io, non ho competenze, non ho esperienza professionale, non ho tutele legali, non lavoro più “protetto” in un reparto ospedaliero, per affrontare terapeuticamente il corso certamente non semplice di patologie psichiatriche altamente disturbanti, col rischio di suicidio o di atti inconsulti.
Non potrebbe essere fraintesa questa sua posizione visto l’orientamento “olistico” che da sempre promuove nei casi “complessi”?
Questa mia decisione non rappresenta un “lavaggio delle mani”, un inno alla detestata frammentazione tramite le specializzazioni, oppure un’assenza di interesse scientifico e soprattutto umano, poiché sono pronto a fornire la mia collaborazione ai colleghi psichiatri, se richiesta da loro. Non è, quindi, una presa di distanza dalla sofferenza di pazienti e di familiari. Dipende quasi esclusivamente, ripeto, dalle mie personali carenze di esperienza in materia psichiatrica, come è normale in chi si è occupato per decenni di ictus cerebrale, encefaliti e meningiti, cefalee, problemi di equilibrio, neuropatie e polineuropatie, epilessia, miastenia oltre che di demenze e parkinsonismi (ambedue sempre rigorosamente al plurale), sclerosi multipla ed altre numerose “strane” (per la gente) patologie neurologiche, e non di schizofrenia, disturbi di personalità, psicosi varie, depressione maggiore e altro ancora.
La sua opinione e esperienza sull’Amministrazione di Sostegno (ADS), un istituto che vorrebbe tutelare cittadini non autosufficienti, fragili o disorientati ma che spesso si rivela una trappola anche per i loro familiari?
Sul tema AdS ho avuto anche esperienze negative: temo che, almeno nei casi che ho seguito, le loro conoscenze e quelle dei giudici sul tema demenze siano ancorate a luoghi comuni del passato e poco legate e sensibili alle sofferenze delle famiglie e alla destabilizzazione del loro equilibrio. I bisogni del malato, il rispetto per il suo passato, le abitudini, il carattere, spesso richiedono tempo e energia non sempre disponibili.

Quale è l’attuale situazione della sua famiglia?
Siamo in tre, due sorelle e un fratello, e dopo la morte di nostro padre nel 2002 ci siamo fatti carico delle necessità e delle esigenze di un’altra sorella disabile intellettiva e di una madre invalida a causa di patologia oncologica e psichiatrica.
Quali risorse economiche pubbliche riceve e quali spese restano interamente a suo carico? Quanto pesa, ogni mese, la parte invisibile che lo Stato non copre?
Oltre alla pensione di invalidità e all’assegno di accompagnamento, lo Stato copre la maggior parte del costo inerente alla struttura residenziale per nostra sorella disabile, e per nostra madre parte dell’igiene giornaliera. A carico famiglia rimangono molti farmaci, visite specialistiche, il dentista per esempio, e tutto quanto può rendere la loro vita meno “triste”: parrucchiere, abbigliamento, piccole vacanze, visite e/o esami specialistici. Quantificare le spese extra mensili è impossibile.
Quanto tempo richiede la gestione burocratica rispetto all’assistenza reale? Moduli, visite, rinnovi, certificazioni: quanto lavoro non riconosciuto comporta?
Se ne occupa principalmente mio fratello che è anche il tutore legale di mia sorella. Posso dire che tra INPS, dichiarazioni, Il Tribunale che quasi annualmente fa richiesta di approfondimenti, l’impegno è quasi quotidiano. È davvero bravissimo soprattutto a seguire le leggi e la regolamentazione che in particolare l’INPS cambia periodicamente per rendere la vita impossibile proprio a chi ha già una vita impossibile. È un secondo lavoro non retribuito.
Quali sono le principali criticità nei servizi territoriali? Liste d’attesa, carenza di personale, discontinuità: dove il sistema si inceppa di più?
Nonostante la situazione, ritengo di far parte di quei “fortunati” che hanno avuto accesso ai servizi quando ancora fondi, personale, servizi erano più disponibili, quindi oggi godiamo di alcuni privilegi rispetto a altri che si trovano nelle stesse condizioni. Ma li devi difendere: la carenza di fondi, i continui tagli, costringono gli operatori del settore a togliere a qualcuno per dare a chi non ne ha proprio, e qualsiasi richiesta per migliorare qualità della vita anche piccola non trova risposte, risposte che la famiglia prova a fornire attingendo alle proprie risorse economiche, ad associazioni, ad aiuti privati.
In caso di emergenza o imprevisto, su chi può contare davvero? Avete disponibile una rete strutturata o tutto ricade sulla famiglia?
Per nostra sorella disabile la rete strutturata è data dalla residenza dove è ospitata. Per nostra madre invece, oltre alla badante che possiamo permetterci grazie alla sua pensione, in caso di necessità attingiamo alle nostre risorse economiche.
Quali paradossi vive quotidianamente nell’accesso ai servizi? Aiuti che arrivano solo se si rinuncia ad altri, sostegni che scattano quando la situazione peggiora, non quando potrebbe essere prevenuta?
In generale la prevenzione su situazioni di fragilità (disabilità, malattie psichiatriche) non credo sia mai esistita. Si interviene solo quando il problema diventa evidente e sempre e solo su richiesta. La norma è quella di mettere piccole pezze che di solito peggiorano la situazione, almeno questa la nostra esperienza.
Come incide questa gestione sulla sua vita lavorativa e personale? Riduzioni di orario, rinunce, precarietà: che prezzo paga chi si prende cura?
Essendo noi in tre. abili ed arruolati, diciamo che nonostante la situazione ci è stato possibile costruirci anche una vita personale, con compagni, figli, lavoro, socialità. La gestione condivisa dei nostri fragili grazie anche ai supporti che ho indicato, diventa fattibile. Certo oggi siamo tutti ultra 65enni, ancora al lavoro, e vorremmo avere meno pensieri e meno complicazioni.
Se dovesse indicare una priorità urgente da cambiare nel sistema, quale sarebbe?
Ovviamente le risorse da destinare alle fragilità nel senso più ampio del termine. Poi più chiarezza e trasparenza nell’accesso ai servizi che dovrebbero essere elargiti e gestiti in tutte le varie fasi da personale formato e competente, a cominciare dal punto di accoglienza, l’ufficio informazioni, sino allo specialista. Non sapere a chi chiedere, dove andare, avere informazioni errate se non addirittura contraddittorie, tempi di attesa troppo lunghi è oramai la quotidianità, per non parlare di atteggiamenti quasi inquisitori o dubitanti da parte del personale preposto sulle reali necessità, come se fossimo tutti potenziali truffatori dello stato.
Cosa farebbe davvero la differenza tra sopravvivere e vivere?
Sicuramente le risorse economiche e strutturali, poi supporto psicologico e supporti nella gestione del quotidiano.
Quale è la sua valutazione generale della condizione dei fragili nella città di Bologna? E di chi se ne prede cura?
La platea delle fragilità è molto ampia e con esigenze deduttivamente molto diverse, la non autosufficienza può dipendere da molteplici fattori, a volte anche presenti contemporaneamente: età, problemi fisici, mentali, economici.
Credo vi sia una platea molto più ampia di cosiddetti caregiver che non sono ufficialmente Amministratori di Sostegno o Tutori, che con più o meno aiuti, a seconda delle possibilità, hanno un quotidiano fatto di cura molto faticoso. Personalmente ho amici che gestiscono quasi interamente con le loro risorse fisiche ed economiche familiari molto anziani e con patologie croniche, in alcuni casi con rinunce personali invasive. A parte assegno accompagnamento e poco altro, si fanno carico di tutto. L’errore comune è spesso considerare le condizioni di  fragilità con denominatori comuni e di conseguenza con soluzioni comuni: le necessità di un anziano non autosufficiente sono sostanzialmente diverse da un malato pschiatrico ed ancora più diverse da uno con disabilità, posto che nella parola “disabilità” andrebbero comprese diverse forme, psichica, fisica, o entrambe con necessità sostanzialmente diverse. Nel caso specifico di mia sorella oggi 61enne francamente allo stato attuale non credo che una città più a misura umana le cambierebbe molto, la sua è una disabilità intellettiva – pschica, la sua percezione dell’ambiente esterno incide molto meno di quanto incidano le persone che la circondano e le attività cui può accedere.
Andrea Mati

Andrea Mati è paesaggista e musicista. Dal 1987, lavora al fianco di comunità di recupero e di centri che si occupano di disturbi cognitivi o malattie degenerative. Con la sua cooperativa, ha creato gli “Spazi verdi terapeutici”. Da 2023 è anche docente di Orticoltura Terapeutica presso l’Università di Bologna e dal 2026 nel Master per la formazione di ortoterapeuti, figure nuove e oggi sempre più necessarie, e presso l’Università di Firenze per la progettazione di spazi verdi terapeutici . È autore del libro “Salvarsi con il verde: la rivoluzione del metro quadrato vegetale“, Giunti, 2022. 

Andrea Mati, nel suo libro “Salvarsi con il verde. La rivoluzione del metro quadrato vegetale” lei racconta una visione del verde che va ben oltre il giardinaggio. Da dove nasce questa idea?
Nasce dall’esperienza concreta maturata in tanti anni di lavoro accanto a persone fragili. Dal 1987 lavoro con comunità di recupero per persone con problemi di dipendenze e malattie degenerative. Ho visto moltissimi giovani, e anche meno giovani, cambiare profondamente attraverso il contatto con il verde. Ho visto anziani con problemi di demenze e con la malattia di Alzheimer-Perusini, migliorare la propria condizione psicofisica grazie al contatto con fiori e ortaggi, ragazzi con sindrome di Down trovare dignità e responsabilità seguendo la produzione di orti destinati a chi ha bisogno. Ho capito che il verde non è decorazione: è relazione, esperienza, cura.
Lei parla spesso di “spazi verdi terapeutici”. Che cosa sono esattamente?
Non sono semplicemente orti o spazi verdi belli da vedere. Sono ambienti progettati scientificamente e umanamente, in collaborazione con medici e psicologi, per stimolare benessere psicofisico. Ogni pianta, ogni percorso, ogni profumo o colore viene scelto in funzione della persona che vivrà quel luogo. Sono spazi pensati per sostenere chi soffre di autismo, depressione, demenze, dipendenze, disabilità cognitive o fisiche. La natura, organizzata con il massimo rispetto, viene proposta in aree verdi specifiche e diventa parte integrante della cura. Il tutto con la supervisione di medici specialisti.
Nel libro lei dedica un capitolo alle molte forme di fragilità umana. Perché questa scelta?
Perché credo profondamente nella biodiversità umana. Ogni persona ha una sensibilità diversa, proprio come ogni pianta ha esigenze e caratteristiche specifiche. Non esiste una fragilità da nascondere: esistono persone che hanno bisogno di ambienti adatti dove ritrovarsi, riconoscersi e esprimersi. Il mio lavoro è porre attenzione alla persona prima di affrontare la malattia. Lo spazio verde terapeutico è un luogo dove nessuno viene escluso anzi dal contrario è un luogo aperto alla massima inclusione.
Lei sostiene che il malessere contemporaneo dipenda anche dal modo in cui costruiamo le città.
Assolutamente sì. Chi abita male vive male. Per decenni abbiamo costruito periferie fatte di cemento, senza spazi verdi, senza biblioteche, senza luoghi di incontro. Quartieri dormitorio privi di identità e di natura. Tutto questo genera isolamento, aggressività, depressione. Non possiamo salvare gli uomini se non salviamo le città. E non possiamo salvare le città senza aumentarne il verde. Non solo occorre lavorare per coinvolgere il cittadino affetto da patologie e non, in esperienze legate a piante e spazi verdi. Solo attraverso un’azione di profonda riconnessione con la natura, in collaborazione con medici specialisti, si possono ottenere risultati importanti in ambito di miglioramento dello stato psico fisico e di prevenzione di tante patologie anche gravi.
Oggi si parla molto di sostenibilità ambientale. Secondo lei c’è differenza tra ambientalismo e biofilia?
Certamente. L’ambientalismo rischia a volte di diventare ideologia o greenwashing. La biofilia invece è un legame profondo, autentico, quasi ancestrale con la vita e con la natura. Piantare alberi senza preoccuparsi di come vivranno, del clima o del terreno che li ospiterà, non occuparsi della loro manutenzione nel tempo, significa usare la natura per il nostro ego: “Non raccoglie chi semina ma chi cura”.
Lei lavora molto anche con bambini e adolescenti. Qual è la situazione oggi?
Mi preoccupa molto la perdita di attenzione e di relazione concreta con il mondo reale. Sempre più bambini arrivano all’asilo col cellulare in mano. Crescono chiusi tra pareti e schermi, lontani dalla terra, dagli alberi, dagli spazi aperti. Io credo che la prima cosa da insegnare ai bambini sia come fare un orto, mettere le mani nella terra. Il gioco libero all’aperto è fondamentale per lo sviluppo psicofisico. Ho giocato tutta la vita a calcio in piccoli campi con le porte fatte con maglie o borse e in grandi stadi professionali e le partite più belle sono state quelle tra amici organizzate in campetti improvvisati, oggi non riesco che raramente a vedere lo sport svolgersi spontaneamente dove capita solo per passione. Ritengo questa mancanza una grave perdita a livello educativo.

Parliamo di città, progettazione e gestione dello spazio urbano: nella sua esperienza e cosa comporterebbe per una amministrazione pubblica investire in una giardino non necessariamente terapeutico ma comunque educativo per bambini in termini economici, in competenze, impegno e manutenzione?
Per me la mossa vincente è sempre la partecipazione, il coinvolgimento, lo studio di attività nel verde che portino bambini e adulti, cittadini, a interagire con alberi arbusti, prati, piccoli e grandi aree verdi. Il mio progetto educativo riguarda il metro quadro che occupiamo vivendo ovunque ci troviamo, e che dobbiamo conservare e proteggere come ha fatto chi lo ha conservato per noi. Gli indiani d’America dicevano che la terra, l’acqua, l’aria gli animali non erano dei nostri avi e non saranno dei nostri pronipoti. Questo è il concetto che cerco di diffondere quando mi occupo di verde urbano: aiutare a comprendere che ciò che abbiamo è prezioso per noi e per chi verrà. Mi trovo spesso a dover affrontare incomprensioni tra cittadini e amministrazione pubblica, farsi la guerra non serve a nulla occorre trovare dei punti d’incontro e coinvolgere attivamente entrambe le categorie. Credo che chi abita la città debba comprendere scelte fatte dall’amministrazione per il pubblico interesse ma anche che i cittadini abbiano il diritto di conoscere scelte inerenti spazi pubblici che li riguardano direttamente. In riferimento al quartiere Pilastro di Bologna di cui ho letto, a proposito del Museo per Bambine e Bambine, credo che quello che manchi invece siano spazi verdi educativi organizzati per favorire la riconnessione con la natura. In Italia per fortuna di musei ne abbiamo tantissimi ma di verde dove in concreto fare esperienze con ortaggi, fiori, piante ornamentali pochissimi, e questo è ciò che occorre oggi ai bambini a mio avviso.
Lei parla anche di “nomofobia”, la dipendenza da smartphone.
Sì, è un problema enorme. La tecnologia modifica i tempi di attenzione e concentrazione del nostro cervello, che diventano incompatibili con quelli della natura. Siamo iperconnessi ma sempre più soli. Il verde può aiutarci a recuperare lentezza, ascolto, presenza. In questo ambito ho avuto importanti esperienze confrontandomi direttamente con psichiatri psicologi e ragazzi che sono usciti da questa terribile schiavitù. Sto lavorando molto sul tema della memoria che interessa non solo chi è colpito da demenza ma anche molti giovani il cui potenziale mnemonico è minato dall’abuso di smartphone e social. Agire sulla memoria significa prendere possesso della volontà di una persona, togliergli la capacità di prestare attenzione, di riflettere, di essere libera: “La linfa che scorre negli alberi porta con sé la memoria del popolo rosso”. In queste parole c’è il concetto vivo di Anima Mundi, del profondo legame tra ogni essere vivente e la terra.
Quanto conta il verde nella salute mentale?
Tantissimo. Sempre più studi dimostrano la relazione tra inquinamento, assenza di natura e aumento di depressione, ansia e disturbi cognitivi. Vivere in quartieri grigi, trafficati, senza alberi o spazi aperti, produce disagio profondo. Al contrario, il contatto con la natura riduce stress, aggressività e isolamento.
Nel libro affronta anche il problema di persone colpite dal disturbo dello spettro autistico.
Sì. Gli studi internazionali, soprattutto negli Stati Uniti, mostrano una relazione interessante tra aumento degli spazi verdi urbani e diminuzione dei casi di disturbi dello spettro autistico. In particolare, la presenza di alberi nelle aree trafficate sembra avere effetti benefici importanti. Sono studi ancora in evoluzione, ma la mia esperienza nei giardini terapeutici conferma questi risultati. La mia collaboratrice Arch. Costanza Mondani sta lavorando su un dottorato di ricerca inerente i nostri studi sugli effetti positivi del verde su disturbo dello spettro autistico.
Uno degli aspetti più originali del suo lavoro è il rapporto simbolico tra persone e piante.
È un percorso molto potente. Spesso associamo ogni persona fragile a una pianta fragile, di scarto o malata. La cura della pianta diventa la cura di sé. Seguendo la crescita, la fioritura, la rinascita di un albero o di un ortaggio, anche la persona ritrova fiducia e dignità. Abbiamo creato piccoli vivai dove si possono trovare belle rose, osmanthus fragrans, buddleie, l’albero delle farfalle, aromatiche, e tante altre piante che tolte dal fuoco, salvate dalla discarica hanno offerto fiori e frutti a coloro che le hanno salvate. Si tratta di un vero percorso di salvezza parallelo.
Lei è anche docente universitario. Che risposta trova nei giovani?
Gli studenti universitari mostrano grande interesse, soprattutto a Bologna e a Firenze, dove insegno nel Master di Orticoltura terapeutica e in quello di Architettura del Paesaggio. Sono, invece, preoccupato per la scuola superiore e per la grave perdita generale di attenzione. Salvare la memoria, che rende liberi di scegliere come dicevo, è uno degli obiettivi del mio lavoro. Oggi servono esperienze concrete più che discorsi teorici. I ragazzi hanno bisogno di sporcarsi le mani, di coltivare, costruire, vivere la natura. Mi preoccupa l’induzione alla pigrizia, fisica e mentale, indotta dall’abuso di tecnologia.
Nel suo libro emerge anche una critica forte alla politica e alle amministrazioni. Quale è la sua visione di città veramente a misura d’uomo?
Non è esattamente così, non critico solo i politici che gestiscono le città. La mia è una lotta contro la scarsa voglia di fare che porta molti ad esempio a non curare il proprio giardino condominiale, a non cercare di collaborare con la propria amministrazione comunale, a dare sempre la colpa a terzi del degrado che colpisce il verde pubblico che è di tutti. La mia rivoluzione del metro quadro vegetale prevede un impegno collettivo, corale. Spesso la politica ragiona solo in termini economici o numerici e forse dovrebbe maggiormente dialogare con la donna e l’uomo della strada. Chi governa le città dovrebbe essere anche un po’ biologo, capire i bisogni profondi dell’essere umano. Gli alberi non sono arredo urbano: sono organismi viventi che ci permettono di respirare e sopravvivere. Quando iniziai l’università di Architettura suscitai molta ilarità in compagni di studi e professori in quanto mi chiedevo il perché si costruissero viali di alberi dentro le città e non viali di case dentro foreste. Aprirsi a un dialogo sul verde tra politici e cittadini è quanto veramente auspico. Certo vedere spazi pubblici sporcati, offesi, maltrattati da cittadini incivili mi preoccupa. Occorre partire dalle scuole elementari, si devono riprendere le lezioni di educazione civica. Come ho già detto, inoltre occorre un dialogo profondo tra amministratori della cosa pubblica e cittadini.
Recentemente ha realizzato i primi due spazi verdi pubblici italiani dedicati a persone colpite dalla malattia di Alzheimer- Perusini e da demenze.
Sì, a Pistoia, insieme alla Fondazione Turati e a Cesena con la Fondazione Maratona Alzheimer. Sono ambienti progettati per stimolare memoria, sensi e orientamento nelle persone con demenza. Ci sono percorsi, profumi, colori e piante selezionate per favorire calma, attenzione e benessere. Sono progetti che dimostrano come il verde possa diventare infrastruttura sanitaria e sociale. Sono giardini realizzati in zone ad alta densità abitativa e nel pieno centro storico della città.
Qual è il messaggio più importante che vuole trasmettere con il concetto di “metro quadrato verde”? È ancora possibile essere ottimisti?
Che la rivoluzione del metro quadrato verde è prima di tutto una rivoluzione interiore. Il vero significato etimologico della parola “ecologia” sarebbe “discorso intorno alla nostra casa”, e per casa si intende ogni piccolo spazio vitale, il balcone, l’aiuola del condominio, l’albero in strada, il parco vicino casa, il fiume dentro la città, gli insetti e gli animali che siamo noi e le piante a noi vicine, e di quella casa ognuno si prenderà cura per aver compreso a fondo, dopo aver sofferto ed essersi salvato, che è la fonte della nostra sopravvivenza. Dobbiamo imparare a prendercene cura davvero. Se un metro quadrato verde può salvare una persona, miliardi di metri quadrati verdi possono salvare il mondo. Sì, resto ottimista perché la vita ha un valore immenso sempre. Le persone fragili e le piante mi insegnano ogni giorno la capacità di rinascere. Esistono tantissime donne e uomini che lavorano per creare comunità più giuste, inclusive e umane. Io continuo a credere che le cose possano cambiare davvero e ogni giorno mi impegno concretamente per questo.