Cittadini fragili, anziani, disorientati: il loro presente, il nostro futuro
Il Ministero ha pubblicato i dati sulla salute mentale in Italia nel 2024: sono 845.516 le persone con problemi in carico ai servizi specialistici pubblici, quasi 10.000 in meno rispetto al 2023 e circa un decimo di quelli che in realtà avrebbero bisogno di assistenza. I pazienti di sesso femminile sono il 55,9%. Nel settembre del 2025 la OMS ha attestato oltre un miliardo di persone affette da disagio mentale o malattia psichiatrica. Il disagio psichico è responsabile di oltre 700 suicidi ogni anno. Le donne di nuovo tendono ad essere le più colpite: secondo le stime ne soffrono il 14,8% della popolazione femminile rispetto al 13% di quella maschile. Gli effetti dell’ansia sono i più diffusi, colpiscono il 4,4% della popolazione, seguiti dalla depressione con il 4% e dai problemi legati a disabilità intellettuale e ADHD, rispettivamente l’1,2 e 1%. Le proiezioni per il 2050 prevedono circa 153 milioni di casi di demenza nel mondo.
La prospettiva di una vera e propria cura è tutt’ora lontana, la spesa pubblica stanziata per la ricerca resta stabile da anni e ammonta ad appena il 2% dei bilanci sanitari totali rispetto al necessario 10%. Sperimentazioni sono il corso, con molta lentezza si inizia a valutare il ruolo negativo di farmaci di uso comune spesso “insospettabili”. Le terapie farmacologiche disponibili non vanno comunque demonizzate, ma impiegate in maniera appropriata e consapevole, prescritte da professionisti dotati di pazienza, intuito professionale, tempo e attenzione da dedicare a drammi personali e familiari, senza escludere per poca conoscenza, scarsa esperienza o pregiudizio, terapie non farmacologiche. Queste richiedono informazione, impegno, formazione oltre a notevole apertura mentale da parte dei familiari, ma, se applicate ai primi stadi della malattia, sono in grado di garantire miglioramenti importanti e limitare complicazioni cliniche e pericolosi effetti collaterali, tra i quali la morte del paziente.
La tutela dei malati, fragili o disorientati, la difesa, la garanzia dei loro diritti e loro dignità, degli interessi e anche patrimonio, non sono poi sempre assicurati dagli strumenti e istituti previsti per legge. L’Amministrazione di Sostegno è un ripiego in molti casi indispensabile, ma le procedure, i costi e i risvolti vanno approfonditi senza trascurare soluzioni alternative che una corretta informazione, personale formato e moderna tecnologia, la domotica domestica per esempio, possono mettere a disposizione delle famiglie.
Il disagio mentale riguarda poi un sempre maggior numero di persone sotto i 65 anni. Oltre a quelli genetici, i fattori più incidenti possono essere sociodemografici: bassa scolarità e basso status socio-economico; stile di vita: consumo di alcol, fumo, alimentazione errata, attività cognitiva ridotta. Importanti studi scientifici iniziano ad associarne le cause allo stress da esposizione a fattori come inquinamento ambientale e acustico: concentrazione di poveri sottili, ossido nitrico, particolato, pesticidi, sembrano poi favorire l’aumento di sintomi depressivi, comportamenti autodistruttivi, disturbo dell’attenzione e iperattività nei bambini e adolescenti.
Una corretta diagnosi, la presa in carico del malato, le cure farmacologiche e loro alternative, ma soprattutto la prevenzione dipendono da precise scelte politiche, dai fondi destinati all’informazione, formazione e specializzazione degli operatori, dalla qualità e costi strutture disponibili. Dipendono anche da politiche urbane: le attuali condizioni di vita delle città, l’isolamento sociale e le solitudini con tutta evidenza influenzano il benessere mentale dei cittadini favorendo o meno patologie neurodegenerative o psichiatriche e l’evoluzione delle stesse. Mentre un abilismo diffuso si stratifica in città progettate e costruite a misura di cittadini “normali”, la salvaguardia del verde, la disponibilità e accesso a parchi e giardini, in alcuni casi appositamente realizzati per la cura e il sostegno delle persone fragili, affette da demenze, trisomia21, depressione, ipovedenti, ipoudenti o semplicemente anziane, l’investimento in metri quadri vegetali, studiati, curati e seguiti da professionisti e ortoterapeuti adeguatamente formati, potrebbero in molti casi fare la differenza collaborando alla creazione di un ecosistema dove la biodiversità possa comprendere anche persone in relazione con specie vegetali a loro affini.
Le stime disponibili per gli anni 2024-2025 evidenziano nella città di Bologna un progressivo invecchiamento della popolazione, con un impatto crescente sulle necessità di assistenza. Su meno di 400.000 abitanti residenti si contano circa 95.800 – 96.000 persone con più di 65 anni, quasi 55.000 persone hanno più di 75 anni, e circa 36.000 superano gli 80 anni. L’indice di vecchiaia è di 221 anziani ogni 100 giovani. Il 33% degli over 65 vive da solo, percentuale che sale al 50% tra gli over 80. Si stimano circa 14.000 persone affette da Alzheimer o altre forme di demenza (ogni anno si registrano circa 3.000 nuove diagnosi di decadimento cognitivo) e oltre 21.000 persone con disabilità o limitazioni funzionali di cui più della metà oltre gli 80 anni. Si stimano 2.600 Amministrazioni di Sostegno attive. Sebbene i dati puntuali sul numero totale di pratiche in essere nel solo Tribunale di Bologna siano di difficile reperimento immediato, è noto che la stragrande maggioranza delle nomine riguarda persone ultraottantenni non autosufficienti e, in misura minore, persone con disabilità psichica o intellettiva. Le proiezioni per il 2045 stimano una popolazione di over 65 superiore alle 109.000 unità: una vera e propria città nella città.
Non si tratta qui di abbattere barriere architettoniche, addirittura quelle digitali, ma dell’esigenza di studiare e realizzare nuove condizioni e strumenti di arginare l’“ageismo”, l’abilismo, ogni discriminazione per età o difficoltà psicofisica. Si tratta di informazione, formazione, prevenzione, cura e mantenimento: anziani, malati, persone con disabilità, fragili, disorientate non sono e non devono essere cittadini di serie b: in una società più giusta ci sono altre strade, e anche le strade in città possono essere diverse.
Si ringraziano per il loro lavoro e preziosa consulenza:
Il dottor Ferdinando Schiavo è medico neurologo italiano, specializzato nella cura delle fragilità, delle demenze e delle problematiche neurogeriatriche legate all’invecchiamento. Dopo aver lavorato per oltre trent’anni come specialista ospedaliero a Udine, si definisce oggi un “neurologo di strada”. Si dedica alla libera professione e alla divulgazione scientifica, promuovendo un approccio umano e olistico alla medicina. È stato responsabile degli ambulatori per l’Unità Valutativa Alzheimer (UVA) e per i disturbi del movimento (Parkinson). È autore di Malati per forza edito da Maggioli Editore, dove analizza con passione gli eventi avversi neurologici e i circoli viziosi causati dall’uso improprio o eccessivo di farmaci negli anziani.
Almeno nell’area dove lavoro, ho notato che molti colleghi “di muro” – ma non sono i soli – non indagano o non prescrivono in maniera prioritaria le strategie non farmacologiche per i problemi comportamentali “distruttivi” di una persona con demenza, ma vanno al sodo velocemente con gli psicofarmaci. Per carità, servono spesso, ma successivamente: le priorità dell’iter corretto e umano si rispettano! Prima è necessario capire cosa può provocare un comportamento aggressivo, per esempio. Poi bisogna provare con strategie non farmacologiche adatte alla storia personale di QUEL paziente, infine, se non danno risultati, si passa allo psicofarmaco, provandone uno alla volta e iniziando con la dose minima, valutando la risposta: se è disastrosa, meglio cambiare farmaco e non aumentarne la dose (come ho visto fare a volte).
Essere uomo o donna, inoltre, fa molta differenza anche quando si parla di salute. Il genere, cioè quell’insieme di differenze sessuali, ma anche genetiche, comportamentali, culturali e sociali che strutturano l’identità di ciascun individuo, influisce biologicamente sul modo in cui una malattia si sviluppa, viene diagnosticata e curata. La Medicina di Genere da tre decenni tenta di combattere l’errata convinzione che vi sia una perfetta equivalenza uomo-donna. La medicina è stata scritta da maschi per i maschi, i nuovi farmaci vengono testati su “giovani adulti maschi bianchi” perché meno problematici e costosi, e persino più su animali di sesso maschile!
Questa diversità ignorata ha comportato e comporta tuttora errori diagnostici e terapeutici. E le conseguenze, appunto, non sempre immaginabili, ma in parte evitabili. Tra tutte le patologie segnate da forti differenze di sesso, appaiono inquietanti quelle relative alle ischemie cardiache (l’angina pectoris e l’infarto conclamato) a livello clinico-diagnostico e terapeutico.
Le terapie farmacologiche, inoltre, sono state e sono ancora testate prevalentemente nei soggetti di sesso maschile giovani e “applicate” alle donne di un’età diversa, le anziane. Questo sistema vige persino a livello di sperimentazione animale. I dati estrapolabili dagli studi sui maschi non sempre sono validi per le femmine! Infine, le donne sono più suscettibili agli eventi avversi da farmaci.
Credo vi sia una platea molto più ampia di cosiddetti caregiver che non sono ufficialmente Amministratori di Sostegno o Tutori, che con più o meno aiuti, a seconda delle possibilità, hanno un quotidiano fatto di cura molto faticoso. Personalmente ho amici che gestiscono quasi interamente con le loro risorse fisiche ed economiche familiari molto anziani e con patologie croniche, in alcuni casi con rinunce personali invasive. A parte assegno accompagnamento e poco altro, si fanno carico di tutto. L’errore comune è spesso considerare le condizioni di fragilità con denominatori comuni e di conseguenza con soluzioni comuni: le necessità di un anziano non autosufficiente sono sostanzialmente diverse da un malato pschiatrico ed ancora più diverse da uno con disabilità, posto che nella parola “disabilità” andrebbero comprese diverse forme, psichica, fisica, o entrambe con necessità sostanzialmente diverse. Nel caso specifico di mia sorella oggi 61enne francamente allo stato attuale non credo che una città più a misura umana le cambierebbe molto, la sua è una disabilità intellettiva – pschica, la sua percezione dell’ambiente esterno incide molto meno di quanto incidano le persone che la circondano e le attività cui può accedere.
Andrea Mati è paesaggista e musicista. Dal 1987, lavora al fianco di comunità di recupero e di centri che si occupano di disturbi cognitivi o malattie degenerative. Con la sua cooperativa, ha creato gli “Spazi verdi terapeutici”. Da 2023 è anche docente di Orticoltura Terapeutica presso l’Università di Bologna e dal 2026 nel Master per la formazione di ortoterapeuti, figure nuove e oggi sempre più necessarie, e presso l’Università di Firenze per la progettazione di spazi verdi terapeutici . È autore del libro “Salvarsi con il verde: la rivoluzione del metro quadrato vegetale“, Giunti, 2022.