Il protocollo del silenzio
Censura, silenzi selettivi e governo invisibile della parola
Questo focus di Antigene esplora le forme contemporanee della censura, istituzionale e informale, digitale e simbolica, mostrando come l’esclusione della parola sia oggi uno strumento ordinario di governo. Nei nuovi media la censura raramente assume la forma del divieto diretto. Opera piuttosto attraverso interfacce, algoritmi e procedure di “moderazione” che selezionano, ordinano e gerarchizzano i contenuti, determinando ciò che emerge e ciò che sprofonda nel rumore di fondo. È una censura che non tace, ma disperde; non proibisce, ma isola; non reprime, ma normalizza. Nei feed personalizzati, nei sistemi di segnalazione, nei blocchi selettivi e negli shadowban, il conflitto viene depotenziato senza lasciare traccia. La parola non viene negata, ma resa inefficace. Il dissenso resta formalmente possibile, ma perde visibilità, legittimità e capacità di produrre relazione. In questo scenario, la censura si presenta come una funzione tecnica, neutra e inevitabile, mentre ridefinisce in profondità i confini del dicibile. Analizzare queste nuove forme di controllo significa interrogare il potere dei media digitali come dispositivi politici a tutti gli effetti, capaci di modellare il dibattito pubblico senza assumersene la responsabilità. Là dove il silenzio è prodotto da un algoritmo, la censura non scompare: cambia linguaggio, cambia volto, ma continua a governare
Davide Celli (Bologna, 18 gennaio 1967), è un attore, fumettista e politico italiano. Scoperto da Roberto Faenza, esordisce giovanissimo al cinema e diventa noto con film come Una gita scolastica (1983) e Festa di laurea (1985) diretti dai fratelli Avati,è impegnato da anni nei movimenti ecologisti, ha aderito ai Verdi, è stato consigliere comunale a Bologna (2004-2009) e nel 2021 si è candidato alle elezioni comunali nella lista Europa Verde.
Rimandano gli ordini del giorno oppure te li copiano e se li votano facendo finta di aver avuto loro l’idea. Ti tolgono le sale dove avevi programmato una mostra. Ti negano l’uso di fondi che ti spettano di diritto sostenendo che pubblicare i tuoi interventi in Consiglio non sia attività istituzionale.
Per due anni noi Verdi non avevamo nemmeno il campanello sulla porta: chi veniva a trovarci doveva telefonare per farsi aprire. Ultimamente mi è stata anche tolta la parola con la motivazione che ero andato fuori tema. Se questa non è censura politica, davvero non so cos’altro lo sia.
Invece oggi il dissenso viene letto come un assist alla destra. “Se non la pensi come noi, sei un fascista”: quante volte me lo sono sentito dire.
Eppure i fatti smentiscono questa narrazione. Il centrosinistra non vince democraticamente le elezioni da vent’anni e l’astensionismo ha raggiunto livelli record. Forse l’omologazione del pensiero fa più danni del pensiero critico.
L’ordine del giorno finisce in quello che alcuni chiamano il “marcitoio”. Se va bene, viene discusso quando il casus belli si è ormai sgonfiato. In altri casi non arriva mai in Consiglio e decade per sempre.
Oggi ti senti rispondere che non si può fare. E tanti saluti alla Costituzione, che stabilisce chiaramente che i consiglieri comunali devono esercitare funzioni di indirizzo e controllo.
Questi sono i piccoli prodromi del futuro distopico che ci attende. In un Paese dove nessuno vuole la guerra e l’ordine costituito invece la vuole, per forza di cose il dissenso va silenziato a tutti i livelli, partendo da quelli più bassi.
Non so come e quando siano state introdotte norme che riducono il ruolo del consigliere a una rappresentanza puramente estetica, ma c’è ancora tempo per tornare indietro, riaffermando i principi dei padri costituenti.
Si tentò di svegliarlo, inutilmente. Alla fine si decise che il tempo non poteva essergli tolto. Così i consiglieri uscirono dall’aula a prendere un caffè, aspettando che il suo tempo scorresse mentre lui dormiva.
All’epoca le regole non si forzavano: se avevi diritto a uno spazio, lo mantenevi anche in silenzio. Oggi invece ti tolgono la parola perché stai andando “fuori tema”.
Colpisce che quasi nessuno si sia accorto di questo cambio di passo.
E’ è un attivista e politico bolognese, ex-consigliere regionale in Emilia-Romagna, tra le voci critiche emerse all’interno del Movimento 5 Stelle nei suoi primi anni. Da tempo si occupa di partecipazione democratica, diritti civili e critica ai modelli di potere opachi, mantenendo uno sguardo indipendente sul rapporto tra istituzioni e cittadini.
Attivista da sempre impegnata nel sostegno attivo alle realtà ecologiste bolognesi, è portavoce del gruppo cittadino ‘Abitare il Savena-Paleotto’ e membro della Consulta del Verde di Bologna
Se potessi incontrarlo, gli direi che un buon Sindaco di una città democratica non può scegliere chi sono i suoi follower, che i follower non sono elettori ma cittadine e cittadini che si informano dalla fonte principale della comunicazione e per questo possono esprimere critiche, dissenso e domande sgradite. Credo sia questa la differenza tra i social di un’azienda privata e quelli di un istituzione pubblica.
Attivista e presidente dell’Associazione Centro Culturale Villa Paradiso APS
Il denominatore comune delle dinamiche censorie è la stigmatizzazione e demonizzazione di un personaggio, un concetto, una iniziativa, al fine di condizionare psicologicamente la popolazione per farle accettare come plausibile, ovvia e di buon senso qualsiasi decisione o analisi dei fatti. Si pensi agli interventi legislativi atti a definire come reato una opinione contraria alle azioni di uno stato o etnia (DDL Gasparri sull’antisemitismo). Oppure la negazione del diritto ad esprimere la propria opinione con l’allocazione in categorie ad hoc utilizzate per identificare presunti nemici (“filo putiniani” o “ProPal”).
L’autoreferenzialità è purtroppo una caratteristica negativa di molte realtà antagoniste che, nel momento di confronti politici atti ad unificare le forze in campo, rivendicano quanto da loro fatto senza lasciare spazio alla definizione di quello che si potrebbe fare. La strategia di apertura alla città dovrebbe dunque partire dal ritrovamento del senso di comunità, di solidarietà, di partecipazione e condivisione dei bisogni ai quali le varie associazioni e reti civiche potrebbero rispondere ciascuna secondo le sue specifiche capacità di intervento radicandosi sempre di più nelle realtà periferiche. Per questo l’associazione Partita Aperta propone e sollecita i gruppi con cui ha collaborato e anche altri con cui ci può essere un minimo terreno comune, ad unire gli sforzi e realizzare un “consiglio cittadino” in grado di raccogliere le istanze di base dei cittadini provenienti da vari ambiti, facendole proprie per rappresentarle.