Milano Cortina 2026: tutto quello che avreste voluto sapere ma non avete mai osato chiedere.

Trasparenza, portali fermi, infiltrazione mafiosa e fondi sottratti alle vittime. Gentrificazione, espulsione, lavoro, diritti e sicurezza: dietro la retorica dei Giochi, una questione di democrazia.

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Stefano Ruberto

Stefano Ruberto è responsabile della salute e sicurezza della Camera del Lavoro di Milano. Sta seguendo con attenzione i cantieri di Milano Cortina 2026. Collabora con Radio Popolare per la quale cura la rubrica settimanale Uscita di Sicurezza, sulle condizioni e gli infortuni dei lavoratori della Lombardia.

Quali e quanti sono i cantieri olimpici per Milano Cortina 2026, quanti sono finiti, quanti ancora in corso e quanti il cui temine è previsto per il periodo post-olimpico?
Le opere in capo alla SIMICO, Società Infrastrutture Milano Cortina 2026, dal 2020 alla fine del 2025 sono in totale 98. Di queste 31 sono destinate all’evento olimpico vero e proprio, le altre 67 andrebbero a costituire la legacy, il lascito dell’evento alle località ospitanti. Ben 56 avrebbero infatti una data di fine lavori prevista successiva all’inaugurazione dei giochi, il 6 febbraio 2026. A fine Novembre 2025, sulla base dei dati elaborati dal portale di Simico Spa, solo 9 cantieri risultano conclusi, mentre 57 ancora in esecuzione, 29 in progettazione e 3 addirittura ancora in gara. Per alcuni di questi la data di fine lavori è prevista per il 2032.
Come responsabile della salute e sicurezza della Camera del Lavoro di Milano e di sito produttivo nell’ambito dei Giochi Olimpici, quando ha avuto finalmente la possibilità di entrare nei cantieri in corso? E quale sono stati i protocolli firmati e la procedura di contrattazione seguita tra Sindacati e Cantieri?
Ho potuto iniziare il giro di controllo relativamente tardi, solo verso ottobre e novembre del 2025.
La morte di Pietro Zantonini nella notte tra il 7 e l’8 gennaio in un cantiere olimpico di Cortina, ha acceso il riflettore sulle condizioni di lavoro e sulla sicurezza degli operai e dei lavoratori assunti per Milano Cortina 2026. Che cosa è successo?
Pietro Zantonini aveva 55 anni, era assunto come vigilante notturno nel cantiere olimpico dello stadio del ghiaccio di Cortina, doveva controllarne il perimetro ogni due ore durante la notte quando le temperature possono scendere anche sotto gli 11 gradi. È stato colto da un malore probabilmente a causa del freddo. Si tratta di condizioni di lavoro particolarmente dure: orari massacranti, turni notturni prolungati e consecutivi senza nessuna difesa dal gelo, un aspetto non sufficientemente considerato dai responsabili dei cantieri olimpici. Aveva un contratto precario, a tempo determinato con la SS Security and Bodyguard, una ditta privata lombarda che sta operando per conto di Fondazione Milano Cortina 2026, il comitato organizzatore dei Giochi, che sarebbe scaduto il 31 gennaio, a meno di una settimana dall’inaugurazione dei Giochi olimpici. Il tema è stato velocemente derubricato dai media, anche perché i riflettori si sono accesi sulla presenza dell’ICE statunitense alle Olimpiadi e sullo sfarzo delle inaugurazioni.
Le cause del decesso sono state accertate? Possono esserci responsabilità in capo alla ditta appaltatrice del cantiere o all’agenzia di security?
Sono in contatto con l’avvocato della famiglia, a tutt’oggi (il 28 gennaio 2026 n.d.r) afferma di non aver ancora ricevuto notizia certa sull’esito della morte, come certificata dal coroner. L’agenzia di security nei cantieri per la quale lavorava Zantonini è dipendente di una società milanese con solo mille euro di capitale sociale, con visura camerale dichiarante al settembre 2025 solo 8 dipendenti a tempo determinato e part time. Come ha potuto un’agenzia del genere vincere l’appalto della SIMICO e coprire la sicurezza e il controllo anche di altre strutture olimpiche? I cantieri di Rho Fiera e del Main Media Center per esempio sono affidati società diverse, che seppure non perfettamente regolari, risultano più affidabili. Solo a giochi finiti sarà possibile valutare quali siano state le vere condizioni di lavoro nelle due settimane di gare olimpiche.
Ha riscontrato anche altrove condizioni di lavoro non sufficientemente tutelate?
Quella di Pietro Zantonini è la condizione esemplare di una tipologia di lavoratori essenziale durante i grandi eventi, quella appunto della sorveglianza del perimetro di un cantiere o di una struttura ospitante e del controllo agli accessi, anche durante lo stesso svolgimento delle gare olimpiche, ma è una situazione generalizzata di lavoro precario e di sfruttamento. Stiamo parlando di giovani e meno giovani, migranti, cittadini italiani ai quali è stata data un’opportunità lavorativa e una speranza di avere un reddito, seppur temporaneo, visto che è un evento a termine, e che avevano delle aspettative. Le persone sono impiegate con un contratto part-time per alcune mansioni, come ad esempio il controllo degli accessi agli eventi, e poi si trova a svolgerne altre e i turni giornalieri sono di 12 ore, dalle 8 del mattino alle 20 di sera e viceversa, senza adeguati strumenti per la salute e la sicurezza. Ci sono lavoratori assunti e contrattualizzati con mansioni da hostess e stewart, ma che lavorano all’esterno e fanno controllo accessi, guardiania, vigilanza non armata senza dispositivi di protezione individuale rispetto allo stress termico o eventi atmosferici ai quali addirittura viene chiesto di portarsi i vestiti da casa, perché sarà fornita loro solamente una pettorina
I turni di lavoro di 12 ore sono accettabili visto il tipo di contratto part-time o si possono derubricare come sfruttamento?
12 ore è il nuovo record olimpico, perché 12 ore di lavoro è lo standard che abbiamo riscontrato e questo vale anche per tecnici informatici, per chi lavora nei cantieri edili. Le parti datoriali hanno fatto promesse alle confederazioni che però non hanno mantenuto. Mi chiedo quale valutazione del rischio abbiano fatto per i propri lavoratori. Ammesso che abbiano consegnato i dispositivi di protezione individuale ai lavoratori, dove sono la formazione, l’idoneità, la sorveglianza sanitaria su chi svolge il turno notturno? E in tutto ciò noi non abbiamo avuto la possibilità di visionare questi aspetti.
Parliamo di Milano, quale è la situazione dei cantieri in città?
A Milano i cantieri principali sono quelli di Rho Fiera, Arena Santa Giulia, Villaggio Olimpico, il Main Media Centre di viale Scarampo. A Rho Fiera i lavori non hanno presentato troppe criticità: sono stati unificati due padiglioni, create due piste di ghiaccio, una per l’hockey femminile e una per il pattinaggio di velocità, modifiche strutturali anche se con futura destinazione ancora non chiara. A Santa Giulia, i lavori nell’Arena destinata alle gare di hockey erano molto in ritardo, soprattutto nella parte interna del palazzetto. A una settimana dall’inizio dei giochi era pronta solo la pista e l’accesso al pubblico nel primo anello e in corso i cantieri al terzo e quarto anello, quelli esterni ma di accesso a quelli interni. Ho visto operai lavorare “a catena” anche nelle parti esterne: uno montare le pareti di cartongesso mentre l’altro le dipinge, uno che le fora e tutte le fasi a seguire. Anche la viabilità è compromessa dall’ingombro dei mezzi e dei materiali. La consegna era prevista per domenica 25 Gennaio, data a partire dalla quale si sarebbe per altro potuto accedere al cantiere solo con accredito rilasciato dalla Questura, mentre io non ho riscontrato nessun controllo in merito.
Quali sono i principali ostacoli riscontrati nel vostro lavoro di sopralluogo e accertamento del rispetto delle condizioni dei lavoratori nei cantieri olimpici?
La mancanza di trasparenza sulla sicurezza dei lavoratori, l’accesso alle informazioni sulle condizioni del lavoro precedenti all’assunzione, se le condizioni contrattuali previste per un certo tipo di mansione siano state applicate, se è stato sottoposto a visita medica per esempio e ritenuto idoneo, se è stato formato per quel tipo di lavoro, soprattutto se il lavoratore sia in regime di appalto, subappalto, affidamento diretto. Per i lavoratori le condizioni previdenziali cambiano secondo chi è il proprietario del terreno su cui andrà a lavorare e dove si trova. Nel momento in cui abbiamo chiesto alla Fondazione Milano Cortina 2026, abbiamo ricevuto solo risposte ambigue, addirittura la richiesta di sottoscrivere una lettera di impegno di riservatezza sulle informazioni ricevute, un processo non compatibile con qualsiasi attività sindacale. Come per dire: se vuoi avere informazioni sulla sicurezza, sui ritardi dei lavori, sugli extra costi, te li concedo ma a certe condizioni e non te li do tutti. Vogliamo che le informazioni siano chiare, trasparenti e condivisibili, sapere per esempio se dall’altra parte ci sia una società che a dicembre 2025 il Procuratore di Milano ha messo in amministrazione straordinaria. Quanto c’è di legale in questo momento? Abbiamo fatto degli esposti al nucleo dell’ispettorato del lavoro dei Carabinieri, che poi passeranno in procura, quindi non siamo stati con le mani in mano, ma nel mentre dobbiamo tutelare i lavoratori e anche dei volontari.
Quali sono i perimetri di accesso possibili alle informazioni, quale il livello di trasparenza garantito dalla Fondazione Milano Cortina 2026 e da SIMICO?
Le informazioni non sono accessibili. La procedura di accesso civico è ostacolata. Il livello più approfondito di conoscenza su quello che è accaduto e sta accadendo attorno alle Olimpiadi, nell’Olimpiade e oltre l’Olimpiade, presenta dei quadri parziali. E questa è la cosa drammatica. L’ esigenza di trasparenza non è solo controllo, un sistema democratico prevede come tutela l’intervento di un corpo intermedio, sia un sindacato, una testata giornalistica o un’associazione. Il monitoraggio ha un senso: verificare gli ingranaggi del processo di costruzione di un evento che vede ingenti investimenti di risorse pubbliche e prevede una legacy di pubblico interesse, qualora dovessero intraprendere direzioni difformi, potrebbero così essere corretti. Il danno della mancanza di trasparenza è terribile: non solo il decisore prende iniziative e avvia un processo non congruo all’interesse pubblico, ma non si lascia neanche instradare nella direzione giusta. Noi chiediamo i dati non per disturbare il manovratore, ma per evitare contestazione plurime da parte della magistratura per esempio, che potrebbe intromettersi in un intrigo societario, come quello tra SIMICO, che è un soggetto pubblico e la Fondazione Milano Cortina 2026 che è un ente privato ma prosegue un interesse pubblico, non ha mercato, ma se matura un debito questo sarà coperto dalle casse pubbliche. Si sono investiti milioni di euro pubblici per garantire la sicurezza di questo importante evento, ma la sicurezza è garantita proprio dalla prevenzione, dalla stipula di contratti accurati e dal loro rispetto.

Da quanto tempo per l’assistenza notturna ai senza tetto nelle strade di Milano?
Ho iniziato soltanto otto anni fa. Volevo continuare ciò che i miei genitori hanno sempre fatto, finché l’Alzheimer non ha imprigionato mia madre. Da quando lo faccio, per lavoro ho cambiato tre aziende, ma il quella in strada è la mia occupazione “stabile”.
Perché hai scelto proprio l’attività dell’Unità di Strada?
A distanza di tanti anni, ho trovato la risposta trovata in un libro: “Nel nido dei Serpenti” di Zerocalcare. Nel libro si parla di chi, invece di indignarsi da casa, era sceso in piazza a Budapest contro l’estrema destra ungherese ma – mutatis mutandis – lo stesso vale anche per chi svolge volontariato. La parola chiave secondo Zerocalcare è “responsabilità”. Chi, a proposito dei senzatetto, blatera di degrado, oppure si indigna sui social o invoca le istituzioni, a parte parlare cosa fa nel concreto?! Responsabilità vuol dire appunto fare qualcosa di concreto. Vuol dire anche non cambiare strada quando si incontra un senzatetto. Guardare negli occhi la persona alla quale si lascia una moneta. Responsabilità vuol dire comprare mezzo pollo per il mendicante che chiede l’elemosina a chi è in fila da Giannasi (nota rosticceria di Milano). Responsabilità vuol dire chiedere il nome alla signora che trascorre la sua giornata su una sedia sgangherata nel mezzanino della metropolitana e salutarla chiamandola per nome ogni giorno.
Hai sempre prestato servizio con la stessa Associazione?
Sì, non ho mai cambiato. Mi trovo bene con le compagne e i compagni dell’Unità di Strada. Conosco anche diverse persone che lavorano per l’Associazione e anche con loro ho un buon rapporto. Per scelta preferisco non farmi troppo coinvolgere con l’Associazione (eventi, riunioni, etc) al di là della mera operatività in strada, perché ho il timore che conoscendo meglio un ente, potrei scoprire cose che non mi piacciono. È lo stesso motivo per cui non ho mai preso una tessera di partito, anche se da giovane sono stato tentato: non voglio sentirmi legato a qualcosa di cui potrei non condividere alcune posizioni. Con questa associazione e con chi esco in strada condivido l’impegno a sostegno di chi in strada ci vive e questo mi basta.
In cosa consiste la vostra assistenza? Con quali modalità prestate soccorso?

L’attività si riassume nell’idea del “primo aiuto”, che nel nostro caso vuol dire: un pasto caldo, un sacchetto di cibo confezionato (biscotti, cracker, tonno, succo di frutta, acqua), biancheria intima, articoli per l’igiene personale, sacchi a pelo (l’offerta è purtroppo sempre inferiore alla domanda). Nelle zone periferiche si gira per lo più con furgoni o auto e ci si ferma ai giacigli conosciuti o che vediamo. In centro invece il giro avviene a piedi e carichiamo tutta la merce dentro dei carrelli. In molti casi ci si ferma anche a scambiare due chiacchiere: anche la socialità è un aiuto, se è gradita alle persone. Nel caso di persone nuove, offriamo anche informazioni su come attivare procedure di assistenza con il Comune, per esempio per presentare domanda per i dormitori. Nei casi più gravi, se le persone non stanno visibilmente bene, richiediamo l’intervento dei sanitari.
In quali zone prestate soccorso? In quali vedete i casi più difficili?

L’associazione copre tutta l’area di Milano ed è attiva anche in altre città. Io ho sempre lavorato nel turno che copre il centro di Milano. Secondo me le situazioni più difficili sono in periferia, dove c’è meno aggregazione tra i senzatetto e più situazioni solitarie e disperate. Anche il territorio può essere meno ospitale, con spazi più aperti, meno illuminazione e più rischio di essere vittime di balordi. Il senzatetto del centro è, invece, una persona che si reca in centro solo per dormire. Il centro è più ospitale per la presenza delle gallerie, è più illuminato e quindi più sicuro e vi gravitano più persone, quindi più aiuto e più offerte. Per quello che vedo, non tutti i senzatetto possono stare in centro. In centro ci sono soprattutto senzatetto che riescono a spostarsi, che si sono in qualche modo organizzati con il bagaglio e, soprattutto, che riescono a mimetizzarsi facilmente. In genere di giorno sono in giro per la città e la sera arrivano in centro quando i negozi e gli uffici chiudono. Sono persone che possono anche essere apparentemente “normali”, magari un po’ male in arnese o malvestiti ma, guardandoli mentre si aggirano in piazza San Babila o in Corso Vittorio Emanuele aspettando che gli esercizi chiudano e che si possano “accomodare” sui marciapiedi, non si capirebbe subito che vivano in strada. In centro sono rari i senzatetto più derelitti, i “barboni” vestiti di stracci. Ce ne sono , certo, ma sono percentualmente pochi. A differenza delle periferie. L’associazione copre tutta la città di Milano ed è attiva anche in altre città. Io ho sempre lavorato nel turno che copre il centro di Milano. Secondo me le situazioni più difficili sono in periferia, dove c’è meno aggregazione tra i senzatetto e più situazioni solitarie e disperate. Anche il territorio può essere meno ospitale, con spazi più aperti, meno illuminazione e più rischio di essere vittime di balordi. Il senzatetto del centro è, invece, una persona che si reca in centro solo per dormire. Il centro è più ospitale per la presenza delle gallerie, è più illuminato e quindi più sicuro e vi gravitano più persone, quindi più aiuto e più offerte. Per quello che vedo, non tutti i senzatetto possono stare in centro. In centro ci sono soprattutto senzatetto che riescono a spostarsi, che sono in qualche modo organizzati come bagaglio e, soprattutto, che riescono a mimetizzarsi facilmente. In genere di giorno sono in giro per la città e la sera arrivano in centro quando i negozi e gli uffici chiudono. Sono persone che possono anche essere apparentemente “normali”, magari un po’ male in arnese o malvestiti ma, guardandoli mentre si aggirano in piazza San Babila o in Corso Vittorio Emanuele aspettando che gli esercizi chiudano e che si possano “accomodare” sui marciapiedi, non si capirebbe subito che vivano in strada. In centro sono rari i senzatetto più derelitti, i “barboni” vestiti di stracci. Ce ne sono ma sono percentualmente pochi. A differenza delle periferie.
Che tipologia di persone vive per strada? Come si preparano i senzatetto per la notte?
I senzatetto del centro preparano i giacigli raccogliendo i cartoni che le boutique lasciano in strada alla chiusura e stendono i sacchi a pelo o le coperte che hanno con sé. Molti hanno anche le tende monoposto economiche dei grandi magazzini. Ci sono sia italiani, sia stranieri. Giovani e vecchi. Uomini e donne. In strada la maggior parte delle persone ci finisce perché senza lavoro (causa prevalente sia per gli italiani sia per gli stranieri) o per problemi familiari (adulti che si separano o giovani che vanno via da famiglie problematiche). C’è poi una forte incidenza di problemi psichici e di dipendenza da alcol o droga ma in entrambi i casi, non saprei dire quanto siano causa o effetto della vita in strada. La cosa che molti ignorano è che in strada ci sono tante persone che hanno comunque un lavoro ma che non ce la fanno a permettersi una casa e vivono in strada per riuscire ad accumulare un anticipo per una stanza in affitto.
Quali alternative il Comune di Milano offre ai senzatetto per proteggersi dal freddo durante la notte? Apertura delle stazioni metro, dormitori pubblici? Alloggi temporanei?
Il Comune attua ogni anno il “Piano Freddo” che coinvolge molte associazioni di volontariato. Il punto di accesso per beneficiare dei servizi del “Piano Freddo” è il Centro Comunale di Via Sammartini dove gli utenti possono fare un colloquio e chiedere un posto letto nei dormitori. Si fa fatica a crederlo, ma molti rifiutano la prospettiva del dormitorio. Come dicevo, l’incidenza dei disturbi psichici e delle dipendente è comunque molto elevata e questo può rendere la convivenza nei dormitori difficile per chi è già dentro e vorrebbe rimanerci ma i disturbi e le dipendenze sono anche un ostacolo per l’ingresso. C’è poi il problema dei cani che non possono entrare nei dormitori e questa circostanza lascia fuori tutti coloro che hanno animali da cui non si separerebbero per nulla al mondo.
Cosa avete notato di diverso in questo ultimo periodo precedente e durante i Giochi Olimpici a Milano?
Il centro città con le Olimpiadi è diventata una cosiddetta zona rossa e ciò prevede il divieto di stazionamento per persone ritenute pericolose o moleste. Un grande evento comporta un maggior afflusso nelle zone maggiormente turistiche, che vuol dire un aumento della criminalità predatoria (furti, borseggi, aggressioni, etc). Piaccia o meno, è questa la ratio della creazione delle zone rosse. Il senzatetto però non è un criminale, è un povero. Vivere in strada non può essere una condanna, non dovrebbe essere sinonimo di delinquenza ma la realtà è quella che hai descritto all’inizio dell’articolo. È il cinismo di pensare e agire come quando arrivano ospiti a casa e si nasconde la sporcizia sotto il tappeto.
Dove vengono mandati i senzatetto allontanati dalle strade? Che fine fanno i loro giacigli, le loro cose, i loro cani?
Ovunque e da nessuna parte. Gli inglesi parlano di “displacement effect”, l’effetto spostamento. L’importante è che i senzatetto vadano via dalle zone vetrina. Non importa in quale altra parte della città, conta che non siano in centro. Chiaramente lo si fa perché si persegue un obiettivo di decoro. Le zone rosse come il centro sono relativamente piccole rispetto al resto della città. Ovvio che se dalla sera alla mattina in una zona così piccola si concentrano tanti senzatetto, nell’ottica di chi persegue l’obiettivo di fare di Milano una vetrina, si crea un problema. Invece “diluendo” i senzatetto nel resto della città il rischio di trasmettere una immagine di degrado è inferiore.
L’effetto spostamento ha alla sua base due problemi umanitari di fondo: il primo è considerare la povertà e la vita di stenti al pari di una condizione di degrado urbano. Il secondo problema è la sicurezza delle persone, perché allontanarle dalle gallerie e dalle luci del centro le espone a maggiori rischi. Non ne parliamo poi del fatto di buttare i giacigli e le coperte. Da inizio anno sono morti ben cinque senzatetto per il freddo o per gli stenti in generale. Negli ultimi tempi, le persone che vivono per strada ci raccontano di casi sempre più frequenti in cui i loro giacigli vengono gettati via durante le normali attività di pulizia delle strade e dei marciapiedi. La città è piena di nascondigli, di pertugi, dove i senzatetto nascondono le loro coperte e i loro sacchi a pelo. Non dico quali sono perché da quei nascondigli dipende la loro capacità di resistere al freddo notturno.
Hai qualche episodio particolare che vorresti raccontare?
La settimana scorsa mentre ero di turno, alcuni agenti in borghese hanno fatto smontare la tenda a S. un senzatetto che ogni sera si piazza nell’angolo di una galleria del centro. S. è una persona gentilissima, alla continua ricerca di un lavoro. Fuori dalla tenda mette sempre un portacenere perché non vuole sporcare e ha una scopa con cui pulisce il pavimento quando arriva e quando va via. S. non è giovane e sapere che non dorme nella sua tenda è triste. E fa alquanto incazzare.

Che alternative proporresti per i senzatetto quanto una città si prepara a un grande evento come le Olimpiadi?
Posso solo dire che nutro in generale dei dubbi sull’opportunità dei grandi eventi. In ogni caso i grandi eventi e tutte le grandi operazioni private che vengono fatte nelle città (non vale solo per Milano) dovrebbero portare una restituzione vera alla cittadinanza, partendo da chi ha più bisogno. Ma deve essere una restituzione di lungo periodo, che vada ad arricchire il patrimonio del Comune al servizio dei cittadini. L’impressione è invece che si punti a restituzioni simboliche come gli eventi pop-up delle varie “whatever week”. È la logica della città vetrina: tutto va e viene velocemente e non resta niente. Tantomeno agli ultimi e agli invisibili.