Sostanze e riduzione del danno: istruzioni per il disuso

Tra stigma, controllo e cura: le sostanze come lente critica sulla città e sul welfare

Questo focus di Antìgene affronta il tema delle sostanze psicoattive sottraendolo alla doppia trappola della demonizzazione morale e della semplificazione sanitaria. L’abuso di sostanze non viene trattato come devianza individuale né come mera patologia, ma come fenomeno sociale, storico e urbano, profondamente intrecciato alle condizioni materiali di vita, alle trasformazioni del welfare, alle politiche di controllo e alla produzione di marginalità. Attraverso testimonianze, analisi critiche, immagini e genealogie dei servizi, il focus interroga le parole che usiamo per nominare le sostanze e chi le usa, il ruolo dello stigma, la rimozione del conflitto sociale e la progressiva medicalizzazione dei comportamenti. Al centro non c’è la sostanza in sé, ma ciò che essa rivela: solitudini, desideri, diseguaglianze, forme di resistenza e di sopravvivenza. Un invito a guardare il consumo non come eccezione, ma come lente per leggere la città, le sue ferite e le sue possibilità di cura collettiva.

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Raimondo Pavarin

Sociologo ed epidemiologo, da anni impegnato nello studio dei consumi di sostanze psicoattive e delle loro implicazioni sociali e sanitarie. Ha diretto per oltre 30 annil’Osservatorio Epidemiologico delle Dipendenze dell’Azienda USL di Bologna, contribuendo allo sviluppo di sistemi di monitoraggio e analisi sui fenomeni legati alle dipendenze. Autore di numerosi articoli scientifici e saggi, unisce approccio quantitativo, ricerca qualitativa e attenzione alle condizioni di vita delle persone coinvolte. Il suo ultimo libro, Il consumo di crack. Teoria, ricerca e modelli d’intervento (Clueb, 2025), offre una delle prime ricostruzioni organiche del fenomeno in Italia, tra dati, storia sociale e prospettive di riduzione del danno.

Quali sono gli indicatori più affidabili per misurare la presenza del crack in una città?
«Se vogliamo capire se il fenomeno sta aumentando, la prima cosa è guardare ai nuovi casi, non alle impressioni. Bisogna concentrarsi sui casi incidenti, vale a dire le persone che ricevono per la prima volta una diagnosi di abuso primario di crack. Il crack è molto legato all’eroina: spesso chi lo usa ha un consumo concomitante o alternato di entrambe le sostanze, oppure sostituisce l’eroina col crack.
Per un’indagine corretta serve una definizione chiara e non ambigua di che cosa consideriamo “abuso primario di crack”, distinguendo non solo l’uso concomitante di eroina, ma anche l’uso di crack dalla cocaina fumata, il “ciccotto”. E poi, naturalmente, per valutare il trend, bisogna avere una serie storica di casi incidenti per un periodo di tempo prolungato. Tutto il resto è rumore di fondo». Secondo Pavarin in Italia, negli ultimi mesi, si è parlato molto di crack ma senza basi scientifiche solide e creando un clima di “panico morale”.
Qual è stata la motivazione principale dietro il tuo libro?
«Il libro l’ho consegnato a giugno, quindi non ha nulla a che vedere con il recente clima d’allarme. Il crack è sempre stato trattato come una sostanza pericolosa, sporca, violenta. Ma quella è solo una parte della storia.
Negli Stati Uniti, ad esempio, è stato usato per discriminare: il 60–70% dei consumatori erano bianchi, ma l’80% degli arrestati erano afroamericani. Il possesso di crack era considerato molto più pericoloso di quello della cocaina in polvere, con un rapporto di 1 a 100. Vale a dire che 5 grammi di crack equivalevano a 500 grammi di cocaina.
Insomma, il crack è sempre stato un dispositivo sociale prima ancora che una sostanza, situazione che sembra ripetersi anche in Italia.
Nel libro ho cercato di tenere insieme quattro piani: la storia sociale del crack, i dati epidemiologici, i trattamenti/riduzione del danno e la voce delle persone che consumano. Quest’ultima parte è quasi sempre assente dal dibattito pubblico. Tutti parlano del crack, nessuno parla con chi lo usa».
Perché in Italia sembra esplodere solo ora?
«In realtà non sappiamo se stia davvero esplodendo. Negli Stati Uniti, negli anni ’80, il crack fu la conseguenza di una grande disponibilità di cocaina a basso prezzo, un mercato in contrazione e un contesto di forte crisi economica, il tutto accompagnato dalle prime politiche liberiste di smantellamento del sistema di welfare.
In Italia il crack esiste almeno dagli anni ’90: la prima presa in carico nei SerD risale al 1990, un ragazzo di 20 anni che fumava crack e sniffava eroina. Però non si è mai parlato del fenomeno, non faceva notizia. Non c’è quasi nessuna traccia nei sistemi informativi: nella classificazione internazionale delle malattie e delle cause di morte (ICD 11) c’è la cocaina, ma non nella forma crack; nel DSM-5 c’è la voce “stimolanti”, senza distinguere le varie sostanze.
Il fatto che oggi se ne parli all’improvviso ha a che fare più con la narrazione giornalistica che con la realtà epidemiologica. Il crack funziona per creare il panico morale: permette di tracciare una linea tra “noi” e “loro”, di etichettare i diversi, di costruire devianza. E intanto nessuno discute dell’enorme diffusione del consumo di cocaina tra le persone socialmente integrate».
Alcuni sostengono che oggi il crack venga venduto soprattutto già “cucinato”. È una novità?
«Ho visto circolare questa idea, ma per sostenerla servirebbero dei dati oggettivi. Negli anni ’90 c’erano già consumatori che se lo preparavano da soli e altri che lo acquistavano pronto. Questo avviene anche oggi. La tecnologia di produzione è semplice, le sostanze per basare la cocaina sono di uso comune, vendere il crack è un’occasione di guadagno facile. Si tratta in larga parte di “mercati chiusi”, basati su reti di conoscenze. Non mi sembra ci siano evidenze di un cambiamento strutturale. Per affermare che è in corso un cambiamento servono studi basati su dati oggettivi, non certo tre episodi riportati sui giornali».
Il prezzo basso è davvero un fattore determinante nella diffusione?
«Da un grammo di cocaina di ricava il 90% di crack, per cui in termini generali il crack è più costoso. Il crack è più accessibile perché le singole dosi costano meno. Ad esempio, i consumatori dicono che puoi acquistare una pipata con pochi euro. Non devi investire 70–80 euro come accade con la cocaina in polvere.
Questo vale da sempre, non è certo un fenomeno nuovo».
Vedi un legame tra caratteristiche urbane e consumo di crack?
«Negli ultimi anni alcuni gruppi di consumatori si sono spostati da zone del centro dove erano storicamente presenti verso quartieri della città dove quel tipo di consumo non era mai stato visibile. Questo genera la percezione di un aumento improvviso cui segue l’allarme sociale.
Dalla letteratura internazionale, ad esempio francese, emerge un fenomeno complesso, che ha a che fare con trasformazioni urbane, conflitti territoriali, pressione immobiliare, ma su questo per ora in Italia abbiamo solo impressioni, su cui magari impostare studi specifici nell’immediato futuro».
Qual è la principale distorsione nel racconto pubblico sul crack?
«Prevale il sensazionalismo. Si parla del consumatore come di una minaccia, non come di una persona con bisogni. I numeri vengono usati senza metodo, cambiano da un giorno all’altro. Il crack viene raccontato come qualcosa da cui difendersi, non come un fenomeno da comprendere. Senza definizioni chiare dei casi, senza serie storiche e senza analisi dei percorsi di trattamento, non esiste informazione seria».
Cosa manca all’Italia rispetto ad altri Paesi?
«Molti interventi esistono da anni fuori dall’Italia: spazi “liberi per fumare”, protocolli specifici, politiche mirate ai consumatori di crack. Ad esempio, in Francia col “crack plan” assegnavano alloggi popolari ai consumatori.
Da noi manca un approccio strutturato. A pesare è lo stigma: molte persone evitano i servizi perché temono giudizio e sanzioni sociali. In Canada alcuni studi mostrano addirittura che la pipetta distribuita dai servizi è percepita come un processo di medicalizzazione: il punto non è l’oggetto, ma il fatto che le persone devono nascondersi per fumare».