Vignette che mordono

Il fumetto come infrastruttura della dissidenza

Il fumetto, qui, non è intrattenimento ma un’infrastruttura critica che registra, distorce e rilancia il conflitto urbano. Attraverso tre esperienze diverse — il racconto corale di Quel che resta del parco, la zine frammentaria C.R.E.P.E. e l’estetica urbana di Ivan Hurricane — emerge una stessa grammatica: dare forma a ciò che la narrazione ufficiale rimuove. Tra cronaca, frammento e visione, il disegno diventa uno strumento di attrito contro la città patinata e le sue versioni addomesticate della realtà, restituendo complessità, tensione e punti di vista non pacificati. C’è una città che si racconta con rendering patinati e slogan gentili, e poi c’è quella che si disegna da sola, con tratti nervosi, inchiostro che sbava e parole che non chiedono permesso.
Il fumetto, in questo secondo universo, non è evasione: è una lente sporca che mette a fuoco meglio. Questo focus nasce da tre traiettorie che si incrociano come linee di fuga su un muro occupato: il lavoro corale “Quel che resta del parco” curato da Francesco Matteuzzi, la produzione di Ivan Hurricane a Milano e la zine C.R.E.P.E. Sul Comitato Mubasta. Tre forme diverse, un’unica grammatica: raccontare ciò che viene sistematicamente rimosso.




Pilastro: quando un prato diventa un dispositivo di conflitto
di Antìgene
C.R.E.P.E. per muBASTA
di Antìgene
Guida ai Succhiasuolo Milanesi (e non): Hurricane Ivan e la sua realtà potenziata
di Miriam Cipriani
Francesco Matteuzzi

Francesco Matteuzzi è giornalista e sceneggiatore di fumetti. Ha scritto per L’Insonne, Dampyr, Zagor, Martin Mystère, Dylan Dog e ha creato “Graham McCormack” per Skorpio. Ha inoltre scritto Funny Things (con Luca Debus, pubblicato da Top Shelf e uscito in Italia per BeccoGiallo), Mangiami (con Gregorio di Angilla, pubblicato da Tunué) e diversi altri libri a fumetti. Sceneggia inoltre il manga tratto dalla serie Disney/Lucasfilm The Mandalorian.

Come nasce l’idea di raccontare la vicenda del rione Pilastro attraverso il fumetto? Perché questo linguaggio, e perché ora?
Questa storia mi ossessiona da mesi. In particolare dallo scorso novembre, ovvero da quando nel parco davanti a casa mia sono spuntate le transenne del cantiere. Sono stato tra i primi a volantinare per il rione per capire che cosa ne pensassero gli altri abitanti, e ho vissuto direttamente tutta la parte successiva, in cui il Comune ha prima ignorato del tutto le proteste e poi le ha represse con la forza.
Mi sono chiesto cosa potessi fare, oltre ai presidi e ai volantinaggi, e visto che i fumetti sono il mio lavoro ho pensato che potessero essere uno strumento adatto per raccontare, in modo narrativo, questa vicenda vergognosa. Il motivo per cui la serie inizia a uscire adesso è, banalmente, produttivo. Mi sarebbe piaciuto iniziare le pubblicazioni prima, ma purtroppo pianificare e realizzare una serie di questo tipo richiede parecchio tempo.
Nel progetto convivono più autori e stili. È una scelta estetica o anche politica, per restituire la pluralità di voci del rione?
Ti confesso che il motivo principale, anche in questo caso, è produttivo: nessun autore, da solo, sarebbe stato in grado di reggere una produzione simile in tempi così rapidi. Questo, però, si è rivelato una splendida opportunità: avere così tante voci significa avere tanti punti vista, e anche se sono io quello che ha scritto e scriverà la maggior parte dei capitoli (non per presenzialismo, ma solo perché, a differenza degli altri autori coinvolti, questa vicenda si sta svolgendo letteralmente sotto le mie finestre), ampliare la visione attraverso gli occhi di altre persone consente di dare uno spaccato più completo e lucido dell’intera faccenda. Ho tenuto molto al fatto che ognuno mantenesse il proprio stile e la propria voce, anche lavorando sui miei script, e come sarà presto evidente presto, i capitoli sono molto diversi l’uno dall’altro anche a livello formale, oltre che di contenuti.
Il racconto parte da un caso specifico ma ambisce a una dimensione nazionale. Dove finisce la cronaca e dove inizia la costruzione simbolica?
Il fumetto offre la capacità straordinaria di sradicare le convenzioni della narrazione del reale continuando però a dire la verità. Per esempio, il terzo capitolo è tutto narrato dal punto di vista di un albero, ed è quindi affrontato da un punto di vista “impossibile”, ma per il resto mette in fila fatti reali e documentati, trasformando un noioso elenco di eventi puramente informativo in un racconto che intrattiene il lettore.
Quello che mi interessava era proprio uscire dalla dimensione locale, anche perché questa dinamica di distruggere gli spazi verdi edificando (e a volte edificando scatole vuote, come nel caso di cui stiamo parlando) va avanti ormai da parecchio tempo sia a Bologna che in molte altre città. Ed è necessario parlarne.
Nel testo emerge una forte tensione tra cittadini e istituzioni. Il fumetto può essere uno strumento di riequilibrio narrativo rispetto alle versioni ufficiali?
Lo spero. La cronaca quotidiana, purtroppo, tende ad appiattire tutto, dando a ogni cosa la stessa importanza. Non è una critica ai giornalisti (che anzi, nella maggior parte dei casi hanno capito perfettamente che tipo di conflitto fosse in atto e da che parte stesse la ragione), è proprio una caratteristica della cronaca, che si attiene al racconto della stretta attualità.
Io ho avvertito il bisogno di fermarmi a riflettere per mettere in fila le cose. Non limitarsi a raccontare il singolo evento, quindi, ma raccontarlo in relazione a quello che è già successo, cercando dei fili conduttori e mettendo ordine nel caos del flusso di notizie.
Faccio un esempio: quando il sindaco Matteo Lepore dichiara che sono stati i bambini a chiedere che la costruzione venisse fatta proprio sull’erba, cosa ci sta rivelando? Noi sappiamo che il bando di concorso per la progettazione dell’edificio indicava di usare un’area ben precisa e già pavimentata, diversa da quella poi impiegata e che, nelle parole del sindaco, sarebbe stata indicata dai bambini. Però il progetto che ha vinto, andando contro le indicazioni del bando, ha messo la struttura esattamente in quel punto. Quindi, cosa ci sta dicendo il Sindaco? Che i bambini hanno fatto questa richiesta e la cosa è stata comunicata allo studio che poi ha vinto il concorso perché la inserisse nel proprio progetto? E perché agli altri studi invece non è stato detto nulla? A questo punto, per quanto sappiamo, ci sono due possibilità: o il concorso è stato truccato, dando a chi ha poi vinto informazioni che sono state negate agli altri, o il Sindaco ha mentito e non sono stati i bambini a fare quella richiesta. Questo, almeno, in base ai dati che abbiamo. Ma c’è di certo un’altra, ottima, legittima spiegazione per la strana scelta di posizionare l’edificio proprio lì, una spiegazione in grado di dimostrare la specchiata onestà e sincerità di questa amministrazione comunale e di fugare i dubbi relativi a questa contraddizione. Però sarebbe carino che il sindaco ce la rivelasse.
Bologna viene descritta quasi come uno scenario distopico. È una forzatura narrativa o una chiave realistica per leggere le trasformazioni urbane in corso?
Purtroppo, quella che chiamiamo distopia, qui al Pilastro l’abbiamo vissuta sulla nostra pelle. Io mai avrei immaginato di poter uscire nel parco a fare delle foto ed essere identificato dalla Digos, che potessero arrivare duecento agenti in tenuta antisommossa a proteggere un cantiere o di vedere una betoniera con una scorta armata molto superiore a quella che potrebbe difendere un furgone portavalori.
Abbiamo avuto giornate in cui la Polizia ti fermava per strada per il semplice fatto che tu fossi lì. I bambini che andavano a scuola dovevano chiedere il permesso di passare alle forze dell’ordine. La gente era terrorizzata: ci sono state giornate in cui le persone evitavano di uscire di casa per paura. Io stesso a volte ho preferito uscire dal retro e passare dai garage per evitare scocciature.
Insomma, la chiamiamo distopia per rendere l’idea della gravità della situazione, ma è stato tutto estremamente reale.

Che rapporto c’è stato tra il lavoro degli autori e gli abitanti del Pilastro? Possiamo parlare di un processo partecipato o di una restituzione artistica esterna?
Il collegamento tra autori e abitanti sono principalmente io, che faccio parte di entrambe le categorie e che chiaramente mi confronto su base pressoché quotidiana con un certo numero di altri residenti. Quindi, per rispondere, direi né l’una né l’altra cosa. Non c’è stato un vero “percorso partecipato”, anche se ho coinvolto diverse persone della zona come consulenti. Ma tanto meno è una restituzione artistica esterna. Anzi, tutt’altro, visto che nasce proprio dalla mia esigenza personale di raccontare quello che sta succedendo nella strada in cui vivo.

La presenza delle forze dell’ordine è un elemento centrale. Come avete scelto di rappresentarla visivamente senza cadere nella retorica o nella semplificazione?

Questa domanda mi fa un po’ sorridere, perché c’è un capitolo in cui si parla delle forze dell’ordine e che potrebbe davvero sembrare retorico. Però la questione è che io ero lì, mentre succedevano le cose. Non ho preso manganellate solo perché mi sono spostato in tempo, ma i lacrimogeni sì, e i sorrisi sui volti dei poliziotti un attimo prima di caricare li ho visti in prima persona.
Il progetto ha un’uscita seriale, con un “finale ancora da scrivere”. Questo implica un adattamento continuo agli eventi reali? Quanto la realtà sta ancora modificando la narrazione?
La storia è ancora in corso, quindi ancora da scrivere non c’è solo il finale, ma anche una buona parte dello sviluppo. Al momento non posso sapere dove ci porterà il racconto e nemmeno quanto sarà lungo: saranno i fatti a dircelo. La mia speranza, ovviamente, è che l’Amministrazione Comunale restituisca il parco ai cittadini riparando ai danni che ha fatto nel frattempo e che quindi la serie si possa concludere presto. Ho però l’impressione che non sarà così semplice, quindi racconteremo tutto quello che ci sarà da raccontare, fino a quando ce ne sarà bisogno.
Che tipo di impatto sperate di generare? Consapevolezza, mobilitazione, pressione politica?
L’obiettivo è semplicemente far conoscere i fatti, perché è solo con la conoscenza che ci si può fare un’opinione lucida delle cose. Poi ognuno reagirà a proprio modo e deciderà da sé come usare queste informazioni. Qualcuno si indignerà, qualcuno si arrabbierà, qualcun altro semplicemente, riuscirà a capire meglio certe dinamiche che sono all’opera oggi nelle nostre città.
Quello che voglio, e con me tutti gli autori e le autrici che stanno partecipando alla realizzazione, è che questa storia sia conosciuta, perché è l’emblema di scelte politiche che nulla hanno a che fare con il benessere dei cittadini e che sono, purtroppo, sempre più diffuse.
Infine: questa storia racconta un conflitto. Ma intravede anche una via d’uscita o il fumetto si limita a mostrarne le contraddizioni?
Sarebbe bello, vedere una via d’uscita. Purtroppo, però, questo è un conflitto che è stato voluto dall’attuale Amministrazione, che, perdonami l’iperbole, ha dichiarato guerra ai suoi stessi cittadini. È arrivata con arroganza al Pilastro, un rione del quale non si è mai occupata e che non conosce, e ha deciso di fare i propri comodi senza alcun confronto con gli abitanti. Abitanti che il confronto dialettico l’hanno cercato, ma che alle richieste di dialogo si sono visti rispondere con la violenza e la repressione.
All’orizzonte vedo tre possibili esiti per questa situazione: che i cittadini decidano di chinare il capo lasciando il Comune libero di fare quello che vuole; che il Comune capisca l’enormità di quello che sta facendo e decida di fermarsi; che il Comune vada avanti come ha fatto finora, senza togliersi i paraocchi e schiacciando con la forza i propri cittadini.
Posso dire che la prima cosa non accadrà, quindi la scelta è tutta nelle mani dell’Amministrazione, che prenderà le proprie decisioni. E noi lo racconteremo.
Antonella Selva




E’ un’attivista, autrice e progettista culturale bolognese, con una lunga traiettoria tra politica locale, cooperazione internazionale e narrazione sociale. È stata consigliera comunale a Bologna negli anni Novanta, esperienza da cui ha sviluppato uno sguardo critico sulle trasformazioni urbane e sui processi di esclusione sociale. Da anni lavora tra Italia e Marocco su progetti di sviluppo e integrazione interculturale, collaborando con realtà come l’associazione italo-marocchina Sopra i Ponti. Parallelamente, utilizza il fumetto come strumento politico e narrativo: ha partecipato a progetti editoriali collettivi e laboratori, raccontando migrazioni, conflitti sociali e storie di resistenza attraverso linguaggi accessibili e partecipativi. Autrice di opere come Donne terra dignità e Femministe. Una storia di oggi, intreccia pratiche artistiche e attivismo, con attenzione all’empowerment delle donne, alle lotte per la difesa dei territori ai processi di autodeterminazione. Attiva nei movimenti cittadini, interviene nel dibattito pubblico su ambiente, gentrificazione e diritti, contribuendo a costruire reti tra comitati e realtà sociali del territorio bolognese.

Com’è nato il laboratorio C.R.E.P.E?
Nasce nel 2023-24 con un progetto promosso da Radio Città Fujiko, C.R.A.P. (Comitato ricerche Associazione Pionieri) e ass. Sopra i ponti con l’idea di svolgere un’ inchiesta a fumetti sul quartiere Pescarola. L’intento era di portare studenti e giovani artisti in periferia a misurarsi con il mondo reale nei suoi aspetti meno “glamour”. La proposta ebbe successo: numeros3 giovani parteciparono e autoproducemmo il graphic novel collettivo Volando basso – Che vita in Pescarola. L’esperienza di fare fumetti e ricerca in collettivo fu molto interessante e anche divertente e decidemmo di ripeterla l’anno successivo con l’autoproduzione del fumetto Come alla radio, pubblicato in ottobre 2025, per celebrare i 50 anni di radio Città Fujiko. A quel punto il gruppo di giovani e meno giovani si era consolidato e da settembre 2025, si è dato il nome di C.R.E.P.E.: Collettiva Ricerche Esperienze Periferiche Eversive e ha scelto come tappa successiva di ricerca il Pilastro.
Che cosa significa, concretamente, lavorare con ragazzi e residenti in un contesto come il Pilastro ?
È molto stimolante! Il Pilastro è un microcosmo estremamente interessante: un luogo dall’identità fortemente caratterizzata in senso popolare e proletario, ricco di storia, di memorie, anche di contraddizioni e soprattutto di sorprese. Parlando coi residenti, nuovi o “storici”, la prima impressione è sempre quella del ribaltamento degli stereotipi: nessuno cerca di nascondere i problemi, ma l’immagine che emerge è di un posto in cui tutto sommato si vive bene grazie soprattutto all’ampia dotazione di verde e al forte senso di appartenenza e di comunità, cioè proprio quegli elementi che in genere mancano all’abitare urbano
Quando il fumetto entra in un quartiere ad alto conflitto sociale, cosa cambia nel linguaggio delle storie?
Precisiamo che il conflitto in questo momento è di tipo “verticale”, cioè rivolto dalla popolazione verso i decisori politici, l’Amministrazione Comunale, per cui non lo definirei “conflitto sociale”, che farebbe pensare a scontro tra gruppi di popolazione, ma piuttosto uno scontro politico tra visioni diverse di città: la città “dei capitali”, voluta dall’Amministrazione, e la città “degli abitanti” difesa dalla popolazione. Il linguaggio del fumetto non ha nessuna difficoltà a interpretare diverse atmosfere anzi si presta ad esaltare ogni sfumatura. Penso di poter dire che, nel seguire le vicende del Pilastro, il collettivo, formato rigorosamente da non professionisti alcuni alle prime esperienze, ha fatto un’enorme crescita. Collateralmente al progetto principale di uscire in autunno con un volume sul Pilastro, abbiamo iniziato a sperimentare il linguaggio della satira con diverse vignette, strip, poster e fanzine a più mani.
Il disegno aiuta a dire cose che a parole sarebbero difficili o crea nuove tensioni?
Direi né l’uno né l’altro, è un linguaggio diverso da quello letterario / giornalistico (noi ci collochiamo dalle parti del graphic journalism), più simile al linguaggio cinematografico. C’è la scrittura e c’è il disegno, la particolarità del fumetto sta nel far interagire questi due codici in modo che ciascuno esalti le potenzialità dell’altro. Una grande potenzialità espressiva è data dalla possibilità di muoversi senza contraddizioni tra il registro realistico e quello surreale o fantastico.
Chi decide le storie? I ragazzi portano temi o il laboratorio li guida verso certi nuclei narrativi?
Funziona così: cominciamo con intervistare persone del luogo, i cosiddetti “testimoni privilegiati” (esponenti di associazioni, operatori, protagonisti di situazioni particolari), questi incontri in genere aprono finestre sulla storia del rione o su aspetti specifici (gli orti con la loro comunità variegata, la storia de pionieri del rione che fondarono l’associazione inquilini per esempio), finestre che si possono allargare studiando documenti scritti o parlando con altre persone, fino a costruire un quadro molto approfondito e dettagliato, anche se non sarà mai completo. Poi è scoppiata la protesta contro il MUBA che ha illuminato tutto in modo diverso.
Come si gestisce il confine tra racconto personale e racconto collettivo?
Richiede un po’ di studio. Vero e proprio studio: ricerche in biblioteca e in internet, sia per trovare referenze fotografiche del passato (il rione è nato nel 1966), sia per trovare riscontro alle testimonianze. Poi ricerche sul campo: allargare la cerchia delle testimonianze, osservare il territorio, diventare a nostra volta partecipanti e testimoni degli eventi. Come ho detto, di base si tratta di un’ inchiesta, anche se poi il risultato finale assomiglierà più a una fiction con molti elementi fantastici.
C’è mai stato un momento in cui una storia ha “sfidato” il laboratorio stesso?
Direi l’esplosione della protesta contro il MUBA: il nostro progetto era partito prima, in settembre, e prevedeva uno sviluppo più tranquillo. La protesta ci ha preso in contropiede e c’è stato dibattito al nostro interno tra chi riteneva che fosse un evento di primaria importanza e chi privilegiava una visione “storica” in cui gli elementi di resilienza del Pilastro fossero preminenti.
La zine sulle lotte del comitato MuBASTA nasce da dentro o da fuori il laboratorio?
Dentro. Diversi partecipanti al laboratorio si sono spontaneamente integrati nella lotta e hanno iniziato a supportarla con le loro vignette.
Che tipo di lavoro avete fatto per trasformare una lotta sociale in linguaggio fumettistico?
Il metodo è il brain storming. Dopo ogni intervista, come dopo ogni evento significativo ne parliamo in collettivo e cerchiamo di capirne il senso, individuarne gli elementi sotto traccia. Analizziamo i personaggi. È in questa fase che prendono corpo gli elementi narrativi fantastici: ad esempio si può affidare a un personaggio o a una situazione surreale il significato che altrimenti prenderebbe troppe parole per essere esplicitato o risulterebbe troppo didascalico. Questa possibilità di transitare da un registro all’altro è uno dei punti di forza del fumetto, a mio parere. È un metodo che abbiamo messo a punto nel corso della prima esperienza, quella in Pescarola.
Avete avuto reazioni dal comitato o dal quartiere? Si sono riconosciuti, oppure hanno visto qualcosa di inaspettato?
Sì, la fanzine sul MuBASTA è andata a ruba e abbiamo devoluto l’incasso per le spese del comitato, un piccolo omaggio del nostro collettivo.
Vi siete dati delle regole interne su cosa si può o non si può raccontare?
No, valutiamo caso per caso. Ovviamente cerchiamo di rispettare i testimoni e le loro parole, anche se è un tema super complesso!
Esiste il rischio che il fumetto “semplifichi” la complessità del conflitto urbano?
Al contrario, direi che il fumetto, in particolare il graphic journalism, è estremamente adatto a cogliere tutte le sfumature e le complessità di una situazione grazie a due fattori: 1) la possibilità di utilizzare diversi registri narrativi, come ho già detto, che permette di dire più cose in una volta sola e 2) il fattore tempo: il fumetto è lento da realizzare. Non può stare sulla cronaca, ma si presta benissimo all’approfondimento.
Il Pilastro entra nei fumetti come sfondo o come personaggio?
È un personaggio a tutto tondo!
Ci sono luoghi del quartiere che ritornano nelle storie come se avessero una memoria propria?
Mi pare che il parco Mitilini Moneta Stefanini vinca il primo premio! Ma anche gli Orti Salgari non sono da meno. Poi abbiamo voluto animare le statue di cemento del parco Pasolini, che ci intrigavano per il loro aspetto inquietante ed enigmatico.
C.R.E.P.E può diventare qualcosa che esce dal laboratorio e influenza altre pratiche urbane o artistiche?
Ah, questo non possiamo dirlo noi! A mio avviso – qui esprimo un parere personale – il fumetto, soprattutto in Italia, soffre di un eccesso di intimismo, all’origine del nostro primo laboratorio c’era proprio la volontà di provare a portare l’attenzione alle periferie, alla realtà sociale. Devo dire che l3 giovani che hanno partecipato hanno risposto proprio a questa sollecitazione: trovavano interessante potersi sperimentare sulla “vita vera”.
Ci racconti il percorso con cui avete realizzato la nuova zine sul Comitato MuBASTA?
È una zine in 8 pagine che raccoglie 5 autor3: 3 storiette e 2 poster, uno in copertina e uno in contro copertina. Sono lavori realizzati da ciascun autore negli ultimi mesi che tutti insieme avevano una coerenza interna per cui abbiamo pensato di assemblarli e “regalare” una fanzine al MuBASTA. In parte confluiranno nel volume finale.
Ivan Hurricane

Hurricane (Ivan Manuppelli) è un fumettista e illustratore italiano, creatore delle serie “I Sopravvissuti” e “Milano Horror Stories”,e direttore e fondatore delle riviste “Puck!” e “Čapek”. E’ autore di numerose storie a fumetti, ha scritto e disegnato per la rivista americana MAD Magazine e le testate linus, Frigidaire, il manifesto, Splatter, La Revue, Erbacce, Mineshaft e per Il Male nell’edizione diretta dai vignettisti Vauro e Vincino. 

“Agenzia Immobiliare Succhiasuolo” sembra già un titolo che mastica e risputa il linguaggio del real estate: qual è stata la scintilla iniziale dell’idea? 
Galileo Sironi e Giacomo Silva, del collettivo Manori Editions (assieme ad Alex Piacentini) mi hanno proposto di realizzare la prima mostra milanese di Milano Horror Stories nello spazio OnOff, in Viale Padova. Quando l’ho visto, con le sue dimensioni claustrofobiche e quella vetrina in vista, ho subito pensato che sarebbe stata un’agenzia immobiliare perfetta per dei vampiri. 
Le persone che invece mi hanno più ispirato e incentivato a produrre la serie sono la studiosa di politiche urbane Lucia Tozzi e la vignettista Pat Carra, fondatrice della rivista Erbacce e del collettivo BUM (Brigata Umorismo Milano).
Quanto c’è di documento e quanto di deformazione satirica nel mondo che hai costruito nella mostra? 
Ci sono entrambe le cose in pari quantità. Le biografie dei 53 Succhiasuolo mappati, ad esempio, partono tutte da veri fatti di speculazione edilizia sparsi nella città. Così come la storia su Spazio Wow, il Museo del Fumetto sfrattato dalla giunta Sala nel completo disinteresse di un inesistente (ma presenzialista) Assessore alla Cultura. Anche i tre vampirologi coinvolti sono tutti reali: uno è Fabio Giovannini, che ha scritto il testo critico della mostra. Il secondo è lo scrittore Emilio de Rossignoli (l’autore del saggio “Io credo nei vampiri”), che negli anni ’60 fu il vampirologo del quartiere Lambrate. E il terzo, il Professor Almont, è un caro amico poeta di strada che ha appena perso la casa. 
L’agenzia del titolo vende case o vende narrazioni? O sono ormai la stessa cosa? 
Bella domanda. Immobiliare Succhiasuolo, pur gestita da vampiri dichiarati, non è niente rispetto alla vera narrazione della Rigenerazione Urbana milanese. Una narrazione fatta di frasi fatte e parole plasticose che nascondono una completa privatizzazione della città a vantaggio di pochi interessati. Ora, ad esempio, dopo aver contribuito alla cancellazione di Spazio Wow, del Leoncavallo, del centro sociale Casa Loca e di quasi tutte le piscine pubbliche all’aperto vogliono eliminare la Biblioteca Sormani, la biblioteca più antica e rappresentativa di Milano, uno spazio pubblico amato da tutti. Ma l’eliminazione è narrata come una rinascita che la trasformerà in un “polo culturale”. Ecco, lo spazio è stato ufficialmente condannato a morte ma cosa voglia dire in questo caso l’espressione “polo culturale”, visto che non abbiamo ancora nessun dettaglio in merito, rimane un mistero nella testa dell’Assessore. Sempre che lo abbia capito almeno lui. 
Hai immaginato un pubblico che ride, che si riconosce, o che si sente leggermente colpevole mentre guarda le opere? 
Tutte e tre le cose, se possibile. Perché il processo di Rigenerazione Urbana è un sistema piramidale che coinvolge tutti quanti: il fondo finanziario che fa affari con le guerre, l’immobiliarista cinico, il politico servile, il piccolo proprietario che si gongola se i suoi immobili possono essere venduti o affittati al triplo, l’agente immobiliare al servizio di tutto questo, ma anche coloro che non possiedono niente di tutto ciò ma si illudono di poter usufruire di questo benessere.
C’è un oggetto, una vignetta o un dettaglio della mostra che per te funziona come “chiave d’ingresso” al progetto? 
Gli annunci immobiliari sulla vetrina. Il mio preferito rappresenta un signore anziano accompagnato dalla scritta: “OCCASIONE. Proponiamo in vendita nuda proprietà di 73mq con inquilino di 96 anni compostabile, privo di cappotto termico e provvisto di alto tasso di trigliceridi, disimpegno cardiovascolare e femore friabile”.
Il linguaggio immobiliare è pieno di eufemismi (“riqualificazione”, “valorizzazione”, “nuovo lifestyle”): nella tua mostra qual è la parola che hai voluto smontare più violentemente? 
“Compartecipazione” è un termine che mi da spesso i nervi, come “spazio polifunzionale”. Di fatto, vuol dire che arrivano attività commerciali o capitali privati che si impossessano dello spirito di un luogo. Ma il termine che più mi lascia dei dubbi è proprio “Rigenerazione Urbana”, che mi ricorda la rigenerazione degli umani dopo la contaminazione extraterrestre de “L’Invasione degli ultracorpi”. 
Nei tuoi fumetti la rigenerazione urbana è più una trasformazione o una riscrittura della città a colpi di marketing? 
Una trasformazione violenta e rapida, dettata solo dal marketing. Non a caso il nostro sindaco è un manager.
Milano viene spesso raccontata come laboratorio del futuro: nei tuoi lavori è un laboratorio o un cantiere permanente di contraddizioni? 
Mi sembra che ci siano entrambi gli aspetti. Le contraddizioni sono evidenti, c’è chi è costretto a cambiare città perché non può più permettersi una casa e chi invece si arricchisce costruendo case vuote. Ma Milano è anche un laboratorio degli orrori. Infatti ogni scempio della storia ha coltivato i suoi germi qui, dal fascismo alla pizza gourmet.
Quanto spazio dai alle persone reali dentro processi che spesso sembrano guidati da rendite, rendering e brochure? 
Alcune persone hanno tanta responsabilità in questi processi. Soprattutto se sono nelle istituzioni, siedono a sinistra, e in teoria sono state votate apposta per contrastare gli interessi privati. Non voglio ripetermi, ma se si sceglie come sindaco un manager e nulla di più non ci si può certo aspettare empatia e umanità.
C’è un momento in cui la satira rischia di sembrare quasi cronaca, perché la realtà supera il disegno? 
Ho appena saputo che tra i candidati a sostituire lo sfrattato Museo del Fumetto si è fatto avanti un fantomatico “Museo del Business”. Mentre Le Trottoir, il locale storico che era il laboratorio artistico dello scrittore Andrea G. Pinketts, ospitato in uno spazio comunale, è stato sostituito da una trattoria del lusso. A volte per un autore satirico diventa difficile raccontare il grottesco, se il grottesco è già parte integrante delle dinamiche che ci governano. 
Nei tuoi fumetti prevale più l’assurdo o l’iper-realismo travestito da assurdo? 
Bisognerebbe chiederlo ai miei personaggini disegnati. Loro sono convinti di essere realisticissimi!
Il fumetto ti permette di esagerare o di rivelare ciò che nel linguaggio istituzionale resta nascosto? 
Mi piace molto il paradosso, come strumento satirico. Come in “Una modesta proposta” di Swift. I miei modelli, per quanto irraggiungibili, sono quelli.
Che ruolo ha l’ironia nel tuo lavoro: è una lama, una lente o un modo per sopravvivere al tema?
La vedo più come una forma di sopravvivenza, quando mi riesce.
Come scegli cosa deformare e cosa invece lasciare “realistico” per aumentare l’effetto di verità? 
Come disegnatore ho diversi limiti di prospettiva e anatomie, sono per forza di cose costretto a deformare tutto perché sennò farei disegni molto più impacciati. La cosa che mi affascina, però, è che più deformo e più mi sembra di avvicinarmi alla realtà. 
Ti interessa più denunciare o creare un cortocircuito percettivo nello spettatore?
Mi interessa soprattutto raccontare storie che divertano me e chi legge. E per farlo mi piace inserire un poco di satira sociale, per scatenare tutto il fascino e l’orrore delle contraddizioni.