La svolta del fine mandato rivoluzionario
Promesse, fatti e calendario elettorale
C’è una parola che ricorre negli ultimi interventi pubblici di Matteo Lepore: svolta. Il 17 settembre, su Cantiere Bologna, il sindaco ha risposto alle critiche dell’articolo della geografa Paola Bonora elencando le “sei svolte” della sua amministrazione: consumo di suolo e data center, urbanistica, aree dismesse, casa, verde, mobilità. Il 23 settembre Radio Città Fujiko lo ha intervistato di nuovo su aree dismesse, partecipazione e turismo.
Colpisce il momento in cui questo linguaggio compare. Per i primi tre anni di mandato, Lepore ha amministrato senza rivendicare sistematicamente una “svolta” su questi dossier: erano temi gestiti, negoziati o rinviati, dove il margine di ricettività era nullo e molte delle argomentazioni prese oggi in esame erano considerate “fake-news”.
Ora, a meno di un anno dalle amministrative della primavera 2027, la stessa materia viene riorganizzata in una narrazione compatta e memorizzabile — sei punti, sei parole d’ordine. Non è un dettaglio stilistico: è un cambio di registro comunicativo che merita di essere osservato quanto i contenuti stessi.
Il problema, quindi, non è stabilire se ogni misura sia giusta o sbagliata, ma capire quanto di questa svolta sia già politica realizzata, quanto una decisione presa e quanto resti un’intenzione. Nelle tesi di Lepore le tre cose tendono a stare sullo stesso piano.
Ravone è un fatto, ma i numeri vanno ricostruiti. L’ex Scalo Ravone è davvero entrato nel perimetro dell’intervento pubblico e i lavori sono in corso: quasi 80 milioni di euro (57,89 per l’ex Scalo, 21,11 per il Polo della Memoria Democratica), desigillazione di quasi 100mila metri quadrati, mille alberi piantumati. Lepore però parla di 100 milioni per gli undici ettari dell’ex Ravone, cifra ripresa anche da ANSA. La differenza non è trascurabile: se i 100 milioni comprendono altri interventi, andrebbe specificato quali.
Prati di Caprara: la “tutela integrale” è ancora un obiettivo. Lepore parla oggi di una trasformazione radicale, dall’edificazione alla tutela integrale del bosco urbano. Ma al 21 settembre 2026 INVIMIT, proprietaria dell’area, ha dichiarato di essere solo in fase avanzata di lavoro per un protocollo con il Comune — non ancora firmato. E l’obiettivo di circa 20 ettari di verde pubblico era già contenuto nella pianificazione precedente: la domanda vera non è “finalmente il parco?”, ma quale parte delle previsioni già esistenti viene ora ripresentata come conquista nuova.
Caserma Sani: nuova direzione o riscrittura di una vecchia? Lepore parla di aver deciso di rinegoziare gli accordi con Cassa Depositi e Prestiti. Ma già nel 2021 il Comune aveva avviato la procedura per l’accordo di programma sulle ex caserme Sani, Mazzoni e Masini. Il progetto è arrivato a scadenza senza attuatore nel giugno 2026. Più che una svolta, è una rinegoziazione di una pianificazione precedente non arrivata a compimento nei tre anni intercorsi — “correzione di rotta” descriverebbe meglio la sequenza degli atti.
Bertalia-Lazzaretto: la città “leggera” che prevede ancora migliaia di metri quadrati. È forse il caso più interessante per la coerenza della narrazione sul consumo di suolo. L’area conserva una capacità edificatoria tutt’altro che marginale: 158.796 mq di superficie residenziale (64.673 per abitazioni sociali), più 25.720 mq per l’Università, 18.546 per terziario e commercio, 10.251 per usi pubblici — previsioni che non nascono ora, ma che la nuova comunicazione ricolloca dentro il linguaggio della sostenibilità. Nel 2024 il comitato di zona contestava proprio gli effetti ambientali di queste stesse costruzioni: il piano non è cambiato, è cambiato il modo di raccontarlo.
Data center: la contraddizione è più sottile. Lepore propone ora di vincolare le nuove localizzazioni ad aree già compromesse, usare fonti rinnovabili, tutelare le falde. Non c’è contraddizione formale con il sostegno al Tecnopolo esistente, ma resta un cambio di paradigma rispetto alla narrazione dei tre anni precedenti, quando il distretto della ricerca era presentato quasi senza riserve come motore di rigenerazione urbana.
Partecipazione: ascoltare non significa decidere. Lepore rivendica oggi oltre 400 osservazioni sulle varianti urbanistiche e la centralità dei Laboratori di Quartiere. Sono dati reali — 180 proposte raccolte nel 2026, 49 approvate dalla Giunta — ma il vero discrimine resta il potere: partecipare a una proposta di arredo urbano non equivale a decidere il destino di una caserma o di uno stadio.
Affitti brevi: percorso non lineare. La regolamentazione esiste, ma nel dicembre 2025 il Consiglio di Stato ha imposto la riapertura dell’iter su un aspetto procedurale. La misura, presentata ora come un risultato acquisito, ha in realtà attraversato un contenzioso non ancora del tutto chiuso.
Il passato del city branding. Lepore critica oggi rendita, finanziarizzazione e turismo — ma nel 2014, da assessore, presentò personalmente a New York “City of Food is Bologna”, strategia esplicita di promozione internazionale del city brand. Il punto non è un’accusa di incoerenza ideologica, ma la domanda su quali effetti non previsti allora l’amministrazione voglia oggi, in vista del voto, correggere.
FICO e la tentazione di riscrivere il passato. Attribuire il fallimento del progetto soprattutto al “successo della città” è un’interpretazione politica: già nel 2019, prima della pandemia, Eatalyworld chiuse con 3,14 milioni di perdite e circa 1,6 milioni di visitatori paganti. Anche qui, la lettura che oggi viene proposta riscrive una storia più complessa di tre anni di gestione.
Il vero tema non sono le sei svolte, è il loro tempo. Il 20 settembre, alla Festa dell’Unità, Lepore ha collocato esplicitamente questa fase comunicativa nel percorso verso le amministrative di primavera 2027, dichiarando che i prossimi mesi serviranno a raccontare cosa si vuole fare nel prossimo mandato. È qui che il quadro si chiarisce: quello a cui assistiamo non è la scoperta improvvisa di sei priorità, ma la trasformazione retorica di tre anni di amministrazione ordinaria — fatta di rinvii, rinegoziazioni, contenziosi e pianificazioni ereditate — in un pacchetto di “svolte” pensato per la campagna elettorale che si avvicina.
Ravone è un intervento concreto già in corso. Sani è una rinegoziazione. Prati di Caprara un obiettivo con protocollo ancora da firmare. Il confronto è un processo in costruzione per cui l’amministrazione in questi tre anni non ha certo brillato. Gli affitti brevi hanno attraversato un contenzioso. Il nuovo stadio resta subordinato a un “qualora si andasse avanti”. Sono tempi diversi — fatto compiuto, decisione, correzione, intenzione, promessa — e la loro compressione in un’unica parola, proprio ora, dice più sulla strategia comunicativa in vista del 2027 che sui contenuti delle politiche stesse.
Il debunking più utile, allora, non è negare le svolte, ma chiedere quando diventano atti — e perché il racconto arriva proprio adesso, a fine mandato, e non nei tre anni in cui quegli atti si sono (o non si sono) prodotti. Una differenza piccola nelle parole. Enorme negli atti. E ancora più enorme nel calendario.
Attraverso la rete dei comitati dell’assemblea Com.bo abbiamo contattato molte delle voci interessate alle trasformazioni di cui parla il sindaco, chiedendo loro un’opinione. Di seguito nelle molecole correlate le loro repliche.