Futura il Museo per Bambini del Pilastro
Questa inchiesta di Antìgene indaga la nascita del nuovo Museo dei bambini e delle bambine nel rione Pilastro attraverso interviste dirette ai residenti che vivono intorno al futuro cantiere. Le voci raccolte mettono a confronto il racconto istituzionale della partecipazione con l’esperienza reale del quartiere, facendo emergere informazioni mancate, percezioni, dubbi e aspettative. Un lavoro di ascolto sul campo per restituire centralità a chi vive quotidianamente le trasformazioni urbane
Il parco è un punto di incontro per il quartiere, è un luogo vissuto, un luogo di incontro, gioco, riposo, preghiera. Mi è sempre piaciuto vedere la mescolanza che si crea nel parco tra le signore anziane sedute sulle panchine, gli uomini musulmani che pregano seduti per terra, i bambini sull’altalena, i ragazzi che giocano a basket, chi lo attraversa per andare a prendere l’autobus, chi per andare in biblioteca. Senza pensare poi agli animali che abitano il parco, uccelli, ricci e da qualche tempo anche conigli.
Poi potremmo parlare di quanto ha senso un progetto come il Museo dei Bambini, a partire dal suo nome. Se andiamo a vedere il Museo dei Bambini di Milano o la Città dei Bambini di Genova (che ha un nome più accettabile), sono luoghi in cui si accede con un biglietto e le attività sono a pagamento. Sarà così anche quello del Pilastro? Se sì, non vedo quali vantaggi porterà ai bambini che abitano qui.
Ma non credo nemmeno sia pensato per il turismo, pensiamo davvero che verranno da fuori per frequentare il Museo dei Bambini del Pilastro?
Quei 3,5 milioni di euro del PNNR che investono in un edificio di cemento, potevano essere spesi meglio, ad esempio sostenendo le attività per bambini e adolescenti già presenti sul territorio del Pilastro: la biblioteca, la Casa gialla, il Dom, i laboratori attivi nell’area vicino alla scuola elementare, la Fattoria urbana.
Sono anche abbastanza scettici sul fatto che si possa fare qualcosa per fermarlo.
No, non penso che porterà benefici, non mancano gli spazi di comunità, di socialità, e penso che i bambini del Pilastro (io lo sono stata e parlo per esperienza diretta) siano davvero i più fortunati della città. Il Pilastro è decisamente un paese per bimbi. E anche per vecchi. Penso che la categoria più svantaggiata qui, e quella più problematica, sia quella dei ragazzi, in quella fase della crescita in cui non si va più a scuola ma ancora non si lavora, e quella, come accade ovunque, in generale dei disoccupati adulti: occuparsi di queste categorie porterebbe benefici reali al rione.
Come sappiamo il Pilastro sarà tagliato fuori anche dal tram. Il cuore del Pilastro non poi è un luogo di passaggio, se la struttura venisse spostata di poche centinaia di metri, dietro al Meraville, per esempio, si potrebbe intercettare più gente da fuori, sarebbero pochi metri in grado di fare la differenza: molto parcheggio, molte famiglie “io vado a fare la spesa, tu porta i bimbi là”, ma così, visto una, visto due volte… poi sarà il solito “Gran Tour Futura”!
A dire la verità non riesco a immaginarmi “la signora Patrizia” che da Strada Maggiore sale sul 14c (con nessun parcheggio e niente tram) per portare i suoi 3 figli di 3, 7 e 11 anni lì, nel cuore del Pilastro. Non è una cosa credibile. Quindi credo che alla fine sarà frequentato più che altro dai bimbi del quartiere. Resto convinta che seguirà esattamente lo stesso percorso di FICO e che il Comune gli dedicherà gli stessi sforzi, ammesso che la Giunta non cambi colore, ammesso che ci sia ancora trippa per gatti.
Ma soprattutto otterrà il successo che pubblicizza il Comune? o sarà un flop come Fico?
Verranno spesi tanti soldi pubblici e le persone giustamente vogliono che vengano spesi bene.
Contrarie non per la realizzazione del museo in sé come dicevo anche precedentemente. Per la collocazione che verrà assegnata.Il progetto originale non prevedeva occupazione di suolo, tantomeno di distruggere un giardino dove vanno a giocare i bambini e si ritrovano famiglie, non prevedeva di tagliare alberi in un territorio ricco di biodiversità.
Arrabbiate perché non sono state informate in maniera adeguata, non è stata chiesta la loro opinione e si troveranno questa struttura grande davanti alle loro finestre a togliere il panorama.
Non so quanto dureranno i lavori, e questa incertezza crea anche un po’ di ansia, perché diventa difficile capire come organizzarsi.
Mi preoccupa che non venga visitato. E i parcheggi? Dove metteranno l’auto i visitatori, considerando che via Tommaso Casini diventerà a senso unico per il tram? Già oggi è difficile trovare posto sia in via Casini che in via Pirandello.
Poi cittadini attivi e associazioni hanno sempre lavorato contro microcriminalità e pregiudizi. Sono stati coinvolti nel progetto del Museo, questo va detto.
Ma la maggior parte degli abitanti non è stata informata. Per questo non credo che nascerà un comitato per contrastare ilMuseo.
E’ nata a Bologna nel 1962 . È laureata in Pedagogia e pensa che per fare la maestra occorra essere per metà una buona artigiana e per metà una discreta attrice.
È arrivata alla scuola del Pilastro per caso nel 1998, pensando di rimanerci solo per un anno perché è molto lontana da casa sua, ma se ne è innamorata. Adora Roald Dahl e Harry Potter, il Salento e Charlie Chaplin.
Al tempo stesso, una scuola primaria di città che impegna per otto ore al giorno, dal lunedì al venerdì, ha necessariamente bisogno di spazi verdi fruibili con facilità e immediatezza.
La scuola primaria Romagnoli, nella quale insegno per scelta da 28 anni, ha questa opportunità. È una struttura degli anni Settanta, a un piano, molto luminosa e circondata da spazi esterni da vivere quotidianamente, anche se alcuni decisamente migliorabili. Abbiamo un’aula fatta di tronchi di legno sotto un albero nel vicino giardino delle medie e numerosi parchi e spazi verdi da raggiungere a piedi in poco tempo.
Nei dintorni troviamo quindi molteplici “aule all’aperto”, che affiancano la didattica più tradizionale con modalità che sviluppano osservazione, scoperta, creatività, cura e rispetto dell’ambiente. Sono spazi vissuti e riconosciuti della vita quotidiana, portatori di significato e identità condivisa. Utilizzarli anche durante le ore di scuola rende più significativo l’apprendimento e permette di programmare percorsi didattici davvero vari.
Non solo attività più prevedibili, come quelle di scienze o educazione ambientale, ma anche arte, letteratura, matematica e geometria. Aggiungo che la nostra scuola è, da una decina d’anni, parte della Rete nazionale delle scuole all’aperto.
Al Pilastro si vivono due situazioni opposte ed estreme. Ci sono alcuni bambini che hanno il proprio tempo libero molto impegnato in attività extrascolastiche, come corsi di ogni tipo o pratiche sportive, spesso già precocemente competitive. Altri, al contrario, amerebbero per esempio imparare a suonare uno strumento musicale o a pattinare, ma non hanno l’opportunità economica di farlo.
Per entrambi però esiste sotto casa, e in città è cosa rara, un verde diffuso, protetto fin dalla nascita del rione dai suoi abitanti, sul quale affacciano i molti condomini popolari che non possiedono un giardino privato. C’è il grande Parco Pasolini e poi spazi verdi più ridotti, come il parco Mitilini Moneta e Stefanini, che sono l’equivalente del cortile di una volta.
Essi rappresentano uno spazio condiviso e libero dove incontrare i propri simili, costruire legami e relazioni, imparare a confrontarsi con la conflittualità e con la capacità di mediazione. In sintesi, permettono di sviluppare esperienze che concorrono alla formazione della propria identità personale e sociale.
Condividere e frequentare con continuità spazi e beni pubblici, come un museo, un teatro, un parco o un cinema, permette anche agli alunni più svantaggiati di impadronirsi di strumenti culturali essenziali, dei quali spesso non possono fare esperienza se non attraverso la scuola.
Come esempio locale e vicino di grande qualità vorrei ricordare la Biblioteca Spina, situata nel rione all’interno del parco Mitilini Moneta e Stefanini e nata dalla rispettosa ristrutturazione di una ex casa colonica. È un luogo di aggregazione e di proposte culturali eccellenti sia per le scuole sia per bambini e ragazzi nel tempo extrascolastico.
Michele ha già sviluppato un’analisi delle criticità ambientali del progetto che condivido. A queste vorrei aggiungere una riflessione che riguarda soprattutto la necessità di rispettare l’idea di spazio sociale vissuto e di identità condivisa di un luogo.
Il parco Mitilini Moneta e Stefanini, su cui si vuole costruire il MUBA, è una fascia verde lunga e non molto larga sulla quale affacciano alti palazzoni popolari abitati da almeno un centinaio di famiglie, con una forte presenza di bambini e anziani. Da sempre viene utilizzato come giardino condominiale pubblico e condiviso.
È uno spazio con una storia di circa sessant’anni e con una precisa identità sociale. Essendo centrale e “sotto casa”, si può scendere liberamente per incontrare amici, andare in bicicletta, giocare a calcio o a basket oppure, se si è anziani, prendere il fresco sotto gli alberi seduti sulle panchine chiacchierando con le vicine.
Inoltre è uno spazio già abbastanza costruito. Due anni fa, in un angolo un po’ defilato, è sorta la caserma dei Carabinieri. Più centrali ci sono due presidi educativi e culturali, la Casa Gialla e la Biblioteca Spina, realizzati con rispetto delle architetture del luogo ristrutturando due ex case coloniche. Una parte cospicua è già libera da alberi perché comprende un vasto campo da calcio e un campo da basket.
Con l’abbattimento dei sei grandi alberi interni al cantiere, al posto dei quali si intende edificare il museo, a mio parere si compie una trasformazione forzata, non richiesta e irrispettosa di quel piccolo microcosmo di quotidianità.
L’idea di riqualificare con il MUBA spazi in disuso e in abbandono, di cui il Pilastro è purtroppo ricco, sarebbe stata una scelta sicuramente più adeguata.
Credo che la maggior parte dei docenti che stanno sottoscrivendo la petizione lanciata dalla nostra scuola non sia contraria al museo al Pilastro, ma al luogo scelto per realizzarlo. Le motivazioni “pedagogiche” portate dall’amministrazione appaiono infatti inconsistenti e poco convincenti.
Una questione che andrebbe affrontata con coraggio, determinazione e con tanti investimenti economici, oltre che con presidi culturali molto solidi.
Per questo motivo l’enfasi sulle “magnifiche sorti e progressive” che la presenza del MUBA porterebbe al Pilastro risuona, per molte e molti di noi docenti, come una narrazione posticcia. Una sorta di mano di belletto che lascerà intatte criticità e crepe ormai endemiche di questo luogo.
A partire dalla fascia d’età più a rischio, quella degli adolescenti. Una delle categorie più fragili in generale, ma ancora di più da queste parti. Quegli adolescenti che sono stati, fino a pochi anni prima, nostri alunni e alunne e che troppo spesso sono privati di reali opportunità di crescita e di armoniosa e completa realizzazione personale a causa di disuguaglianze sociali e di classe sempre più incolmabili.